Storia e mito hanno un’origine comune. Il mito racconta il senso della storia e l’umanità antica si auto-interpretava tramite il mito. Come afferma il pensatore francese Alain de Benoist:

Grazie al mito, l’uomo si manteneva nel punto/polo (centro sacro della vita) in cui si incontravano il mondo e l’Essere.

Per sua stessa natura, la poesia è la manifestazione più affine al mito. Tale affermazione è resa palese dalla vicenda terrena di Alessandro il Grande che, più di ogni altra, è composta sin dalla sua genesi di verità storica e poesia, e nessuno è mai stato in grado di determinare il solco che separa l’una dall’altra. La verità, dopo tutto, come sosteneva Walter F. Otto,

è un sapere che si sottrae alla presa del pensiero logico e dell’esperimento e che pretende di manifestarsi soltanto da solo.

La poesia, dunque, è al contempo manifestazione affine al mito e a quel pensiero filosofico che ha sempre circondato l’uomo, anche prima che questo lo esprimesse per mezzo della scrittura. Heideggerianamente si potrebbe addirittura affermare che pensatori e poeti sono, sin dagli albori dell’umanità, i guardiani del linguaggio, sia che questo trovi espressione nei simboli (il linguaggio proprio della metafisica) o, come è avvenuto nel tempo storico, nella scrittura.

Non essendo in possesso di testimonianze scritte dell’umanità dei primordi, proprio i simboli – in particolar modo quelli riprodotti, scolpiti, o dipinti sulle pietre – risultano essere gli strumenti principali di comprensione della storia e del mito. Ed essendo stata la religione (o meglio, le forme di devozione legate al culto del divino in un mondo pervaso dal senso del sacro e dal rispetto per la natura) la più potente forma di civilizzazione, è proprio nell’intreccio tra questa e il “diritto” che si può intraprendere un percorso ermeneutico attraverso i miti dell’antichità.

Colui che meglio ha saputo interpretare questo stretto legame tra le forme culturali e il diritto dei primordi è stato Johann Jakob Bachofen. Giurista, filologo e antropologo, Bachofen elaborò una monumentale teoria del matriarcato attraverso lo studio comparato dei miti dell’antichità e dei dati storico-archeologici acquisiti fino alla metà del XIX secolo.

Johann Jakob Bachofen

Alla pari degli studi a lui successivi, il pensatore svizzero arrivò alla conclusione che le civiltà dell’Europa antica, pre-indoeuropee e proto-indoeuropee, avessero nella quasi totalità un carattere matrifocale incentrato sulla subordinazione dell’uomo alla donna (o almeno su una parità sostanziale dei due sessi) e sul culto di una o più divinità femminili. Questa forma primordiale di matriarcato, secondo Bachofen, era di natura ctonia e tellurica: un principio materiale che poneva la fertilità della terra e quella della donna sul medesimo piano. Il matriarcato veniva dunque interpretato come una sorta di ius naturale (un diritto fisico, opposto al diritto metafisico del patriarcato) in cui imperava il principio della caducità della vita materiale. Il diritto femminile dei primordi, nella prospettiva di Bachofen, era quello della vendetta e del sacrificio sanguinario: un diritto tellurico votato esclusivamente alla morte e in cui prevaleva l’aspetto distruttivo della natura.

Pur attribuendo al matriarcato un’accezione quasi esclusivamente negativa, Bachofen riconobbe, tuttavia, il ruolo determinante che la donna ricoprì nello sviluppo della civiltà umana. Così scrisse nel suo studio sul diritto matrifocale:

Dalla donna prende l’avvio la prima civilizzazione dei popoli e le donne, in generale, assumono una parte importante in ogni decadenza e rinascita […] L’addomesticamento dell’uomo, sessualmente rozzo, è opera della donna. Nell’uno vi sono forza e impeto, nell’altra vi è il principio della calma, della pace, del timore degli dei e del diritto

Secondo Bachofen fu l’istituzione del matrimonio, e con esso la determinazione della paternità, a introdurre nel mondo un nuovo principio dell’ordine sancendo il passaggio dallo ius naturale allo ius civile: una forma più alta di diritto che, come affermò anche Julius Evola, conobbe a Roma – la città del numero Sette, sacro ad Apollo, come i suoi colli e i suoi primi sovrani – la sua massima e più pura espressione nella costituzione dell’Imperium statale e unitario.

Il matrimonio tra Inanna e Dumuzi

Ciò che Bachofen stigmatizzava del matriarcato non erano il primato della donna, la matrilinearità o la creazione di una società ginecocratica. Era invece la sua potenziale, e sempre latente, degenerazione nell’eterismo amazzonico. Ed è stata proprio questa degenerazione a contenere in nuce i germi per l’evoluzione del diritto verso la forma patriarcale. Il superamento del matriarcato, infatti, è racchiuso nel mito fondante della città di Atene.

Teseo vince le amazzoni e fonda una città-stato sul principio opposto a quello matriarcale-amazzonico. Le amazzoni, sconfitte, si uniscono all’uomo e il nuovo diritto è quello puramente spirituale dello Zeus olimpico. La città, infatti, prenderà il nome di sua figlia Atena: la vergine divina creata dalla testa stessa di Zeus, e priva di madre. Al materialismo del principio matrifocale, dunque, subentra il principio incorporeo e solare del patriarcato in cui domina la purezza metafisica: ovvero, il mondo stesso dell’Essere. La donna, d’ora in poi, al pari della luna che risplende della luce solare riflessa, prenderà in prestito dall’uomo il suo splendore spirituale.

A onor del vero, lo studio di Bachofen, per quanto affascinante, è ricco di incongruenze e sottovaluta o minimizza degli aspetti fondamentali ripresi e sviluppati dagli studiosi a lui successivi. In primo luogo Bachofen, giustamente, lega in maniera indissolubile la diffusione del diritto patriarcale all’arrivo in Europa dei popoli guerrieri indo-europei dallo spazio turanico dell’Asia centrale. Tuttavia, non sembra considerare lo sviluppo di forme devozionali sincretiche che il Continente conobbe a cavallo delle due ondate di invasione dei suddetti popoli tra il 4000 e il 2000 a.C.

Il culto della dea Atena, celebrata da Bachofen, insieme ad Apollo, come espressione di un diritto spirituale più elevato, ad esempio, ha un’origine ben più remota rispetto all’arrivo di questi popoli nomadi in Grecia. Lo stesso nome della divinità non è indo-europeo: compare, infatti, su testi cretesi antecedenti alle invasioni doriche come a-ta-na-po-ti-ni-ja (Signora “Padrona” Atana). In secondo luogo, non si può tralasciare il fatto che Bachofen, nello stile puramente eurocentrico dell’intellettualità “occidentale” a lui contemporanea, trattasse con pregiudizio e superficialità le forme culturali estranee al mondo europeo, con la precisa volontà di contrapporre la civiltà “evoluta” dell’Europa alle altre.

Allo stesso tempo, pur affermando che “il sacerdozio femminile non avrebbe contribuito in nulla all’elevazione del genere umano”, Bachofen riconobbe il ruolo determinante che le vergini iperboree ebbero nel portare dal centro sacro dell’umanità primordiale il culto apollineo a Delo. Lo stesso “diritto” del mondo iperboreo, anche nel suo studio, veniva rappresentato come una sorta di teocrazia affiancata dall’istituzione delle “vergini solari”: le sacerdotesse del Divino.

L’acropoli di Atene, Leo von Klenze

Appare evidente, inoltre, che il ruolo della divinità femminile dei primordi (quella Dea Madre o Grande Dea, dal cui grembo proviene ogni cosa, su cui si fondava il diritto matriarcale e matrilineare) fosse ben più complesso di quello meramente collegato alla fertilità della terra che le attribuì, quasi come una sorta di prerogativa unica ed esclusiva, lo stesso Bachofen. Tale culto, infatti, era inscindibile dal concetto di “eterno ritorno”: quella ciclica rotazione del tempo segnata dal succedersi delle stagioni, tanto nella natura quanto nella vita umana. Come ha mostrato l’archeologa di origine lituana Marija Gimbutas nella sua opera “Le dee viventi”, questa Grande Dea dei primordi manifestava le proprie innumerevoli forme attraverso il ciclo di nascita, nutrimento, crescita, morte e rigenerazione. Il ruolo di primo piano attribuito alla donna nell’antichità era direttamente collegato alla sua capacità di procreare e, dunque, di essere simile alla divinità.

Alla Dea, dominatrice su tutte le fonti d’acqua – in quanto è nell’acqua che nasce la vita. Un’idea, questa, ampiamente sviluppata anche dalla religione egizia e dall’ermetismo, così come dal filosofo greco Talete e dal poeta epico Omero – veniva spesso affiancata una figura maschile che si poneva come suo naturale compimento. Il Dio maschile, solitamente associato all’immagine del Toro (fonte di energia procreatrice che si presenta su tre diversi gradi nello sviluppo dei culti neolitici: animale ctonio, lunare e infine solare) incarnava la forza e la virilità necessaria per risvegliare il mondo dal sonno. L’unione di questa “coppia divina” che solitamente si celebrava nel rito delle “nozze sacre” (ierogamia), cioè l’unione tra una sacerdotessa vergine e il dio, costituiva il fondamento spirituale della rigenerazione cosmica della vita e dell’universo stesso.

Tale principio devozionale non sembra differire, nei suoi fondamenti, da quello descritto negli inni vedici e preso ad esempio da Bal Gangadhar Tilak per sostenere la sua tesi della dimora artica primordiale di quella che lui stesso definiva come l’originaria razza ariana. Sulla base di un’analisi comparata dei testi sacri della tradizione indù e dello zoroastrismo, anche alla luce delle scoperte scientifiche a lui contemporanee, questo pensatore indiano giunse alla conclusione che, essendo il clima polare nel periodo inter-glaciale decisamente mite, proprio là, nello spazio artico, vivessero gli uomini dei primordi.

I Purana, ad esempio, identificano nel Monte Meru, al Polo Nord terrestre, la casa degli dei. Nel Rigveda l’Orsa Maggiore viene posizionata esattamente sopra la testa di questa umanità primordiale, che condivideva col divino il tempo eterno dell’anno-dio. Là, nell’estremo Nord, un giorno umano era un anno-dio: ovvero sei mesi di luce e sei mesi di oscurità. Le Leggi di Manu, a questo proposito, riportano:

Un anno umano è un giorno e notte degli dei; così i due sono divisi: il passaggio a settentrione del sole è il giorno e quello a meridione è la notte

Nella dimora artica, inoltre, dice Ahura Mazda a Re Yima nell’Avesta, testo sacro della tradizione zoroastriana, “un anno sembra come un giorno”. Qui, l’uomo poteva assistere ai fenomeni estatici degli splendori divini: l’alba e il sorgere del sole che segnavano il ritorno e la rigenerazione della vita dopo l’oscurità.

L’alba, negli inni vedici, è composta di trenta parti continue e inseparabili. È un fenomeno prolungato nel tempo durante il quale si susseguono “molti splendori” (secondo l’interpretazione filologica del termine “bahulani ahani”). Alla prima alba, “la sposa”, “la nuova madre”, fanno seguito le sue sorelle fino alla nascita (o rinascita) di Indra: il sorgere del sole all’orizzonte. A Indra si oppone Vritra, descritto come “avvolto nell’oscurità”, così come al principio Arya (proprio della “razza ariana”) si opporrebbe l’oscurità del Dasa.

È tristemente nota la confusione che, a cavallo tra XIX e XX secolo e per tutta la prima metà di quest’ultimo, portò parte del mondo culturale europeo a una sorta di gara per stabilire quale fosse l’originaria “razza ariana” che, in virtù di una cultura superiore, avrebbe “arianizzato” tutte le altre. Sono altrettanto noti i nefasti esiti che, in particolar modo in Germania, vennero prodotti dall’estremizzazione di queste teorie.

Tuttavia, fu nella stessa Germania e in questo periodo periodo che Herman Wirth, studioso danese naturalizzato tedesco, poté elaborare una teoria sull’alba del genere umano e sugli antenati della “razza ariana” che in buona parte contrastava con quella ufficiale del regime nazista.

Avestā, apertura del Gāthā Ahunavaitī

Wirth, infatti, era convinto che gli “invasori” indo-europei, portatori di quel modello guerriero-patriarcale rozzo e utilitaristico in cui la donna era sottomessa all’uomo, fossero dei popoli già “meticci” e che, di conseguenza, non potessero rappresentare la pura razza e cultura dell’umanità primordiale. Questo poliedrico studioso era convinto che il pantheon dell’ancestrale popolo nordico fosse guidato da una Dea: una pura creazione spirituale che si rivelava nella legge cosmica dell’eterno movimento circolare. Ed era altrettanto convinto che la “materialità” e la “ctonicità” del matriarcato non fossero altro che un’invenzione della cultura patriarcale importata sul suolo continentale europeo dai migranti provenienti dall’Asia centrale.

Secondo questa tesi, le culture più antiche del Mediterraneo sarebbero state create e stabilite dai portatori del “matriarcato iperboreo” giunti da Nord-Ovest, via mare e attraverso l’Africa nord-occidentale, e che da lì sarebbero giunti fino al Vicino Oriente. Costoro altri non sarebbero che i cosiddetti “Popoli del mare” la cui origine viene fatta risalire addirittura al mito di Atlantide: centro sacro di passaggio nella migrazione dei popoli iperborei verso Sud.

A parziale sostegno della teoria di Wirth vi è il fatto che le razze che abitavano le isole mediterranee, dalla Sardegna a Malta fino all’area pelasgica, legate al culto della Dea e al mito dei Popoli del mare, fossero dolicocefale come quella descritta nel sopracitato studio di Tilak. Di fatto, i crani ritrovati negli ipogei sardi e maltesi (Anghelu Ruju e Hal Saflieni in modo particolare) mostrano questa caratteristica conformazione ossea.

In questi stessi siti archeologici, inoltre, sono riscontrabili simboli che teoricamente potrebbero avvalorare la teoria atlantidea. Uno su tutti è quello della “triplice cinta” utilizzato, successivamente, anche in molti luoghi di culto costruiti dall’Ordine cavalleresco dei Templari. Questo simbolo, costituito da tre quadrati concentrici equidistanti con delle linee a croce sui lati, rappresenterebbe la pianta della città di Poseidonia: il centro più importante di Atlantide, descritto anche da Platone nel Crizia.

Sulle pareti degli ipogei sardi (o Domus de Janas – casa delle fate), inoltre, non è difficile individuare i simboli del “labirinto” (sempre collegato alla pianta di Poseidonia) e addirittura una sorta di “scacchiera” ante litteram dipinta in bianco e ocra rosso. Il gioco moderno degli scacchi, come noto, ha un’origine relativamente recente (primo millennio d.C.) e sarebbe giunto in Europa attraverso la Persia, altro Paese il cui popolo è indissolubilmente legato alla “dimora artica”. Ma il simbolo della “scacchiera”, con la sua alternanza di quadrati bianchi e neri, avrebbe, ancora una volta, un’origine remota nel tempo, forse legata all’alternanza tra luce e tenebra, tra bene e male, tipica di quell’anno-dio che rappresentava il sistema stesso attraverso il quale l’umanità iperborea e primordiale regolava il proprio essere nel mondo.

Un’altra prova a sostegno della tesi di Herman Wirth sarebbe il fatto che la religione degli antichi abitanti della Sardegna, come riportato dallo studioso Raffaele Pettazzoni, fosse una sorta di “monoteismo imperfetto” in cui una divinità dominava sulle altre che, spesso e volentieri, venivano semplicemente identificate come i suoi stessi attributi. Wirth era fermamente convinto del carettere monoteistico della religione che l’umanità primordiale praticava nella dimora artica, ed era altrettanto convinto che popoli dall’origine nordica avessero importato le proprie convinzioni monoteistiche in tutta l’area mediterranea e del Vicino Oriente. Se ciò fosse vero, non sarebbe da escludere il fatto che l’influenza sull’Egitto (ampiamente testimoniata nelle cosiddette “lettere di Amarna”) dei Shardana – uno di quei Popoli del mare che, giunti nel Mediterraneo costruirono la loro base in Sardegna – abbia in qualche modo determinato la celebre svolta religiosa monoteistica “solare” del faraone Akhenaton.

Ma Wirth si spinse ben oltre arrivando addirittura a ipotizzare un’origine iperborea del cristianesimo. Seconda la sua teoria, come già detto, millenni prima dell’affermazione del monoteismo “esclusivista” ebraico, esisteva già una forma religiosa puramente monoteistica, solare e spirituale. Dunque, il cristianesimo altro non sarebbe stato che una sorta di riaffermazione di questa tradizione conservatasi per mezzo di un gruppo “atlantico” stabilitosi da tempo immemore in Galilea: terra ricca di tracce della religiosità megalitica solare.
Egli era convinto che il Popolo del mare degli Amorrei (o “Amoriti”) fosse stato il portatore di questa tradizione sulle coste del Levante e che il loro nome derivasse da Mo-uru: il centro sacro più antico dell’Occidente, secondo il testo sacro zoroastriano Bundahishn.

Il nome Mo-uru, infatti, nelle sue differenti varianti fonetiche, è presente a più riprese nella stessa Bibbia. Il termine “am-uru”, da cui deriva il nome degli Amorrei, in ebraico significherebbe proprio “Popoli dell’Occidente”. Wirth, inoltre, era convinto che altri popoli dell’antichità, come i Mauri dell’Africa occidentale o addirittura i Maori dell’Oceania, che condividono delle credenze religiose non dissimili da quelle dei popoli dell’Europa antica, fossero tutti profughi provenienti da questo ancestrale centro sacro. Recenti studi scientifici hanno inoltre mostrato come un altro popolo citato a più riprese nella Bibbia, quello dei Filistei, anch’essi annoverati tra i Popoli del mare, avesse un’origine occidentale: probabilmente cretese/pelasgica.

A ciò si aggiunga il fatto che il cristianesimo, come oggi è conosciuto, ha notevoli similitudini con diversi aspetti devozionali dell’antica Europa mediterranea: dalla credenza nel fanciullo divino nato in una grotta – simbolo dal fortissimo valore iniziatico – al Dio mortale la cui resurrezione segna il passaggio a uno stadio superiore dell’Essere.

Le convinzioni di Herman Wirth confliggevano apertamente con quelle ufficiali della Germania hitleriana. L’idea nazista di realizzare una costruzione politica sulla base dell’istituzione di corpi militarizzati, che ricalcavano i Mannerbunde della preistoria germanica, nella prospettiva di Wirth rappresentava una totale alterazione del primordiale fondamento materno su cui si fondava la spiritualità nordica e al quale bisognava invece collegarsi per partecipare al significato stesso dell’esistenza. Non sorprende, dunque, che questo studioso dovette subire una doppia emarginazione: sia quando il regime nazista era al potere che nel secondo dopoguerra.

La sua teoria del monoteismo primordiale (o cristianesimo nordico), tuttavia, ha un punto di incontro con il lavoro di Bachofen: il giurista svizzero, infatti, era convinto che tanto il diritto matriarcale che quello patriarcale sarebbero stati superati da un diritto “finale” più alto. Questo diritto era quello cristiano del puro amore. E, considerando il fatto che Herman Wirth riteneva il cristianesimo come già insito al mondo spirituale della dimora artica, questa “realizzazione finale” non sarebbe altro che un ritorno alle origini dell’umanità.