Quando un esercito di bianchi combatte i nativi americani e vince, questa è considerata una grande vittoria. Ma se sono i bianchi ad essere sconfitti, allora è chiamato massacro.

Questa frase del capo indiano Chiksika a proposito della battaglia di Little Bighorn del 25 giugno 1876 è estremamente emblematica. Ha il potere, infatti, di cristallizzare un modo di pensare e di raccontare la storia ideologico e parziale che, nel caso dell’antico conflitto tra coloni e Pellerossa, ha radici antiche e strascichi pesanti che arrivano, a ben vedere, fino ai nostri giorni.

Quanto a quel che accadde sui campi di battaglia, la guerra iniziò quando i coloni provenienti dall’Europa prima, e i soldati dei neonati Stati Uniti poi, si attivarono per stabilire e rafforzare il proprio potere nei territori di tutto il Nord America in cui, fino a quel momento, i nativi avevano vissuto, cacciato, pregato e seppellito i loro morti. Gli storici parlano in proposito di Guerre indiane, comprendendo in tale categoria una serie di conflitti il cui inizio viene fatto risalire al 1775-76 (a cavallo dunque della nascita degli USA, che risale come è noto al 4 luglio 1776) e il cui anno conclusivo è il 1890. All’interno di questo lungo arco di tempo, tra scontri, spargimenti di sangue, leggi istitutive di riserve indiane e quant’altro, si è riversata sui nativi una marea di violenza materiale e psicologica che ha portato quasi al loro annientamento.

Custer’s Last Stand, di Edgar Samuel Paxson

Cantano gli Iron Maiden, nel brano intitolato “Run to the hills” (singolo dell’album “The number of the beast”, uscito nel 1982), che ben descrive quel che accadde nel corso degli anni alle numerose tribù del popolo dei Pellerossa:

L’uomo bianco venne dal mare. Ci portò dolore e miseria. Uccise le nostre tribù, uccise la nostra fede, ci prese la selvaggina per il suo bisogno. Soldati blu nelle lande desolate cacciano e uccidono come fosse un gioco. Violentano le donne e rovinano gli uomini, danno loro whisky e prendono il loro oro. Schiavizzano il giovane e distruggono il vecchio. Correte verso le colline, correte per le vostre vite

Tra i massacri più noti di cui gli indiani d’America furono vittime nel primo periodo del conflitto in questione, c’è sicuramente quello del fiume Sand Creek, nel Colorado, avvenuto il 29 novembre 1864. In quella data un villaggio di Cheyenne e Arapaho fu completamente distrutto dalle milizie statunitensi. Tra le 120 e le 180 le vittime stimate, per la maggior parte donne, vecchi e bambini. Un massacro, quello del Sand Creek, che l’indimenticato Fabrizio De André scelse come tema per la sua bellissima, omonima ballata.

A Little Bighorn – scontro del quale è appena ricorso il 143° anniversario – vinsero invece i Pellerossa. Contro di loro era schierato il 7° Cavalleggeri statunitense guidato da George Armstrong Custer. Costui, pur essendo un personaggio abbastanza discusso – nella Guerra di Secessione aveva vinto diverse battaglie ma era anche stato sanzionato dalla Corte Marziale per problemi di disciplina, oltre a essere descritto da molti come un uomo vanitoso e arrogante – ne aveva assunto il comando circa dieci anni prima. Si trattava, come si legge in diversi studi storici, di uno dei quattro nuovi Reggimenti di cavalleria che la riforma dell’esercito del 1866 aveva istituito in funzione prettamente anti-indiana.

In quel particolare momento storico i rapporti con i nativi erano particolarmente tesi: ci si trovava infatti nel bel mezzo della cosiddetta “Guerra delle Black Hills”, le montagne sacre per gli indiani Lakota (Sioux) e loro terreno di caccia. Al termine della fase precedente del conflitto, il territorio che le comprendeva era stato lasciato fuori dai confini della grande riserva indiana, ma era anche stato stabilito che poteva essere liberamente utilizzato da entrambe le parti. Quando però si scoprì che sotto le Black Hills c’era l’oro, la situazione degenerò rapidamente. Il governo americano impose ai nativi un ultimatum: avrebbero dovuto lasciare i territori e rientrare nella riserva entro il febbraio 1876.

Per far rispettare quanto stabilito, vennero inviate sul posto tre colonne armate, tra cui quella comprendente il 7° Cavalleggeri che, secondo il piano, avrebbe dovuto individuare l’accampamento Sioux presente in zona e superarlo, onde riunirsi con il resto del contingente e portare a termine un previsto accerchiamento. Custer però non seguì gli ordini (in realtà, a quanto risulta, abbastanza vaghi) e attaccò l’insediamento, non prima di aver diviso le sue forze in quattro gruppi, con l’idea di riuscire in tal modo a contenere meglio i nativi ed evitarne la fuga.

George Armstrong Custer

Lo scontro fu notevole e, delle dodici compagnie del 7° Cavalleggeri, cinque (quelle guidate personalmente da Custer) furono completamente annientate mentre le altre sei, dopo un assedio di alcuni giorni, subirono notevoli perdite. I caduti del reggimento furono in tutto 268 mentre, per quanto riguarda i Pellerossa, presenti in forze molto maggiori di quanto previsto da Custer e dai suoi, si parla di un numero di morti incerto (i corpi furono portati via quasi subito dai guerrieri sopravvissuti) ma di un’entità comunque compresa in alcune centinaia di unità.

A proposito ancora di Little Bighorn, è interessante riportare altre due piccole note di colore. La prima riguarda direttamente il nostro Paese: risulta infatti da alcuni studi (in particolare l’opera di Frederic C. Wagner, “Partecipants in the Battle of Little Bighorn. A Biografical Dictonary”, 2016) che almeno quattro italiani presero parte alla battaglia. Furono il tenente conte Carlo Di Rudio da Belluno, mazziniano costretto all’esilio per la sua partecipazione all’attentato fallito contro Napoleone III di Francia; il soldato Agostino Luigi Devoto da Genova; il soldato Giovanni Casella da Roma e il trombettiere del 7° Cavalleggeri John Martin (che in realtà si chiamava Giovanni Crisostomo Martini ed era nato a Sala Consilina, in provincia di Salerno). Quest’ultimo fu l’unico sopravvissuto della colonna di Custer.

La seconda ha invece a che fare con il grande schermo: il capitano americano Nathan Algren, personaggio del film “L’Ultimo Samurai” (2003) interpretato da Tom Cruise, nel dramma ambientato in Giappone è un ex ufficiale del 7° Cavalleggeri di Custer che diventa alcolizzato per dimenticare il massacro compiuto dai suoi a danno degli indiani. Si tratta di una licenza di scena (ad andare nel Sol Levante per addestrare le truppe dell’Imperatore fu infatti un ufficiale francese, Jules Brunet) utile però a tracciare nell’immaginario collettivo un’idea non esattamente benevola rispetto all’azione che i soldati statunitensi hanno compiuto combattendo contro i nativi americani.

Giovanni John Martini, primo sergente maggiore dell’esercito americano e unico sopravvissuto della colonna di Custer.

Un ultimo episodio delle Guerre indiane merita di essere qui ricordato, anche per gli strascichi che ha avuto proprio in questi giorni. È il massacro di Wounded Knee del 29 dicembre 1890, nel corso del quale quattro squadroni del 7° Reggimento Cavalleria circondarono una tribù di Miniconjou e, molto probabilmente per chiudere i conti con quanto accaduto a Little Bighorn, fecero strage dei prigionieri. Sul terreno rimasero 25 soldati, forse vittime di fuoco amico, e quasi 300 indiani tra morti e feriti successivamente deceduti. Va precisato, però, che anche in questa circostanza il numero di vittime tra i nativi non è certo ma soltanto stimato.

Venti tra ufficiali e soldati coinvolti nel massacro di Wounded Knee vennero in seguito insigniti della Medaglia d’Onore, la massima onorificenza conferita dall’esercito degli Stati Uniti. Tale riconoscimento è stato più volte aspramente criticato dal Congresso Nazionale degli Indiani d’America, che emanò varie risoluzioni di condanna circa la concessione di quelle che sono state da alcuni definite “medaglie del disonore”.

Il cadavere di Alce chiazzato dopo il massacro di Wounded Knee

L’ultima azione in questo senso risale al 23 giugno di quest’anno, quando una rappresentanza composta da nove Lakota, tra i quali alcuni discendenti di vittime e sopravvissuti al massacro, si è recata a Washington per chiedere nuovamente che le Medaglie d’Onore vengano revocate. Al momento non si sa quale sia stato l’esito della loro istanza. L’unica cosa certa è che i nativi non mancheranno, nel caso in cui le loro richieste non venissero accolte, di far udire ancora il loro grido di guerra – Hoka Hey! – anche se per una battaglia, questa volta, soltanto di memoria e di giustizia.