Quest’anno ricorre il centenario della fine della Prima Guerra Mondiale: l’evento, in Italia, è stato scarsamente celebrato come del resto già accaduto negli anni scorsi. Eppure l’intervento italiano nel 1915 ed i successivi anni di conflitto costituirono un autentico spartiacque nella storia del nostro Paese i cui effetti sono, a tutt’oggi, ancora presenti. In un quadro nel quale gli argomenti di revisione, a livello storico, si ampliano e si riconsiderano i profili dei protagonisti, occorre riflettere, innanzitutto, sulle cause del conflitto, a livello generale.

Un conflitto delle dimensioni della Prima Guerra Mondiale apparve in Europa, circa cento anni dopo il Congresso di Vienna: nel corso di quell’arco di tempo si erano creati due nuovi Stati-Nazione quali l’Italia (1861) e la Germania (1871) ed era andata rafforzandosi la tendenza alla disgregazione dell’Impero Ottomano innescando una questione balcanica in un certo senso rimasta aperta nel corso di tutto il novecento. Quest’ultimo punto merita una sottolineatura particolare: la questione balcanica costituisce, in effetti, la causa immediata dello scoppio della guerra con l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando il 28 giugno 1914.

L’arciduca Francesco Ferdinando

Tuttavia, un processo politico andava maturando fin dal 1908 con l’annessione della Bosnia-Erzegovina da parte dell’Austria-Ungheria e con le successive guerre balcaniche del 1912-1913. La stessa guerra italo-turca del 1911 si inserisce, a ben vedere, nel contesto di disgregazione dell’Impero ottomano propedeutico allo scopo della Prima Guerra Mondiale (vedi “La scintilla” di Cardini e Valzania, Mondadori 2014). A questo quadro europeo andava aggiungendosi il crescente peso politico, militare e diplomatico degli Stati Uniti, certamente a partire dalla fine della Guerra di Secessione (1865) e, successivamente, dalla Guerra contro la Spagna (1898) e dalla mediazione al termine del conflitto russo-giapponese (1905).

Il neonato Stato italiano aveva fatto una scelta di politica estera, destinata a durare circa trent’anni, con il Trattato della Triplice Alleanza nel 1882, tra Italia, Germania e Austria-Ungheria: una alleanza apparentemente conservatrice che legava tre monarchie assai diverse tra di loro. Tra Italia e Austria-Ungheria, infatti, permaneva la questione delle terre “irredente” e del fenomeno dell’irredentismo resosi, a tratti, acuto come testimonia, ad esempio, il processo e la condanna di Guglielmo Oberdan ovvero l’intensa opera propagandistica di un personaggio di notevole spessore politico e culturale quale Cesare Battisti.

Guglielmo Oberdan

Con la Germania, viceversa, l’Italia non aveva contenziosi territoriali quanto piuttosto una complementarietà in termini politici ed economici. Entrambe, in particolare, avviarono quasi subito politiche di espansione coloniale con alterne fortune. Francesco Crispi, più volte, Presidente del Consiglio, nell’ultimo ventennio dell’ottocento (vedi al riguardo la biografia dello statista siciliano di Christopher Duggan edita da Laterza nel 2000) fu il primo ad intuire le potenzialità di questa collaborazione per affrancare l’economia italiana dalla dipendenza economica e commerciale della Francia. E non è un caso che fu proprio Crispi il propugnatore di una politica coloniale del nostro Paese.

Tuttavia, l’avvento del nuovo Re, Vittorio Emanuele III, nel 1900 e l’epoca giolittiana, immediatamente successiva, segnarono un profondo cambiamento nelle dinamiche della politica economica, sociale ed anche diplomatica del nostro Paese. In quegli anni si registrò un riavvicinamento alla Francia (visita del Presidente francese Emile Loubet a Roma nel 1904) ed alla Russia (visita dello Zar Nicola II a Racconigi nel 1909). Al contempo esplose una questione sociale come testimoniato da fatti quali la “settimana rossa “ del giugno 1914.

Francesco Crispi

L’Italia che arriva alle soglie del Primo Conflitto Mondiale nel 1914 è profondamente diversa da quella che scelse la Triplice Alleanza nel 1882. Non a caso, il dibattito politico che si sviluppa tra il luglio 1914 ed il maggio 1915 è tra interventisti, a fianco delle potenze dell’Intesa e neutralisti. Non c’è spazio in questo dibattito, almeno in termini di reale consistenza politica, per sostenitori della Triplice Alleanza. Com’è noto, subito dopo lo scoppio del conflitto, l’Italia intavolò trattative sia con l’Austria-Ungheria che con le Potenze dell’Intesa. Queste trattative si conclusero con un insuccesso del tavolo negoziale con l’Austria-Ungheria mentre quello con le Potenze dell’Intesa portò al Patto di Londra del 26 aprile 1915. La corrente neutralista era fortemente sostenuta, a livello parlamentare, da Giovanni Giolitti: sua la tesi, a lungo ripresa in chiave denigratoria dai suoi oppositori, che l’Italia avrebbe ottenuto “parecchio” a livello diplomatico dall’Austria-Ungheria; in effetti, l’imperatore Francesco Giuseppe era pronto a cedere Trento ed a concedere a Trieste uno status particolare.

La sensazione che abbiamo oggi, tuttavia, è quella che l’intervento fosse un treno ormai in corsa: le forze più innovative del nostro Paese premevano risolutamente per questa opzione. Pensiamo, ad esempio, a Gabriele D’Annunzio, al movimento futurista ed a quello irredentista, ai nazionalisti, al Corriere della Sera di Luigi Albertini, ai sindacalisti rivoluzionari, a Gaetano Salvemini ed ai propugnatori dell’interventismo democratico, ad esponenti del socialismo riformista quali Leonida Bissolati.

Come si vede, tutto quello che era andato maturando, dal 1900 in poi in termini di “nuovo” si era andato coagulando attorno alla scelta interventista. Ma, a livello, di élite, c’era dell’altro. La monarchia spinse decisamente per l’intervento sostenendo, a questo riguardo, la politica del Governo Salandra. L’Italia del 1914 era fortemente dipendente in termini economici dal carbone britannico e dal grano russo (la Russia zarista era un forte esportatore di grano a differenza del regime sovietico che sarà costretto ad importarlo dagli Stati Uniti e dal Canada). Questi dati erano ben presenti a livello di classe dirigente.

A conclusione di questo articolo vorrei riportare delle riflessioni del generale Luigi Cadorna allo scrittore spagnolo Miguel De Unamuno quest’ultimo in quel momento (settembre 1917) in veste di corrispondente dal quartier generale italiano di Udine.

Se l’Italia non fosse entrata in guerra, ci sarebbe stata la rivoluzione o la guerra civile: questa nazione, che non ha carbone né ferro e le cui potenti industrie hanno bisogno di importare materie prime dall’estero, non poteva restare a lungo neutrale senza il pericolo di una rovina e persino della fame con conseguenti problemi sociali. Così dovendo rompere la propria neutralità, era chiaro da che parte stesse il suo dovere umanitario, oltre che il proprio interesse.

Queste considerazioni spiegano bene, a distanza di oltre cento anni, le ragioni del nostro intervento.