A partire dal centenario della morte, avvenuto il 23 ottobre del 2015, Filippo Corridoni ha vissuto una nuova fase del ricordo attraverso commemorazioni, convegni, deposizioni e dediche in ogni caso legate principalmente alla figura eroica del martirio da volontario nella Grande Guerra piuttosto che agli scritti e al lascito teorico di cui hanno usufruito il sindacalismo rivoluzionario prima, il fiumanesimo e il fascismo dopo. La figura che spesso emerge da queste manifestazioni è quella di un Corridoni grande organizzatore e agitatore sindacale, sicuramente le sue migliori qualità, ma fin troppo riduttiva per quanto prodotto dal sindacalista marchigiano nella sua breve vita. E’ su questo canale che si inserisce il nuovo lavoro di Gennaro Malgieri a lui dedicatogli, Corridoni edito dalla casa editrice Fergen per la nuova collana “Profili”.

corridoni

Il centenario della Prima Guerra Mondiale si avvia alla conclusione e con esso si è indubbiamente persa l’occasione di riaprire il dibattito su immani questioni nazionali. Una fra tutte viene offerta dal libro di Malgieri ed è il motivo dell’interventismo o meglio i diversi motivi delle avanguardie culturali novecentesche italiane. Se, infatti, per il nazionalismo di Enrico Corradini e il futurismo di Filippo Tommaso Marinetti la guerra rappresentava fin dal principio della loro formazione una parola chiave, nel sindacalismo rivoluzionario, e nel socialismo intero, fu un tabù fino alla svolta annunciata e voluta proprio da Alceste De Ambris e Filippo Corridoni. Lo stravolgimento della posizione dal neutralismo all’interventismo fu voluto nell’ottica di far diventare il proletariato soggetto di primo piano nella vicenda nazionale con la partecipazione al conflitto e, quindi, legittimato a decidere del destino della comunità alla quale apparteneva. Le intuizioni di Corridoni seguirono di pari passo la divisione fra le anime del socialismo a partire da quella fra riformisti e rivoluzionari. La visione organizzativa dei rivoluzionari fu sempre legata al solo sindacato visto come una struttura slegata dal partito (socialista) in netto contrasto con chi lo voleva subordinato alle scelte dei compagni di lotta sedutisi e abbeveratisi agli scranni del Parlamento. La posizione di un sindacato autonomo dalla logica della politica partitica ha rappresentato la sconfitta dei rivoluzionari sia prima del grande conflitto che immediatamente dopo, quando pur confluendo in larga parte nelle nuove organizzazioni fasciste, i rivoluzionari furono relegati al terzo gradino del podio dopo lo Stato e il Partito.

La forza delle idee espresse da Corridoni sulle pagine de L’Internazionale, l’organo della nuova Unione Sindacale Italiana, o nei libelli dati alle stampe in quegli anni è, però, sopravvissuta alla sua morte ed è stata in grado di contaminare i momenti storici più salienti del primo e perfino del secondo dopo guerra. Evidente il contributo di Alceste De Ambris nella Costituzione della Reggenza dannunziana di Fiume, non meno importanti sono i punti di contatto presenti con la Carta del Lavoro del 1927 o il ruolo di primo piano avuto da un sindacalista rivoluzionario come Giuseppe Di Vittorio nell’organizzazione sindacale della rinata Cgil dopo il secondo conflitto mondiale. D’altronde fu Filippo Corridoni ad annunciare l’inutilità dello sciopero generale a pochi anni dai primi grandi scioperi organizzati nella Penisola, spiegando che a nulla sarebbero valsi se non seguiti dall’espropriazione dei mezzi produzione. Fu sempre Corridoni ad immaginare una riorganizzazione del sindacato e a parlare di liberismo nel mercato perché il protezionismo avvantaggiava i proprietari delle industrie senza innescare il processo marxista necessario alla spinta rivoluzionaria.

Un’altra figura che ritorna spesso nel libro di Gennaro Malgieri è quella di Enrico Corradini, leader nazionalista italiano con cui in sindacalisti rivoluzionari ebbero più di un punto di convergenza. Da sinistra Filippo Tommaso Marinetti, Ezio Maria Gray, Jean Carrere, Enrico Corradini e G. Castellini

Un’altra figura che ritorna spesso nel libro di Gennaro Malgieri è quella di Enrico Corradini, leader nazionalista italiano con cui in sindacalisti rivoluzionari ebbero più di un punto di convergenza. Da sinistra Filippo Tommaso Marinetti, Ezio Maria Gray, Jean Carrere, Enrico Corradini e G. Castellini

Il grande merito del lavoro di Malgieri è quello di restituirci un Filippo Corridoni a trecentosessanta gradi, schietto e gioioso con i compagni di lotta, infaticabile organizzatore e spesso “ospite” delle case circondariali del Regno d’Italia ma anche fabbro. E’ proprio così che l’autore si riferisce al sindacalista per spiegare la capacità di questo uomo nel saldare concetti che, fino a quel momento, sembravano in assoluta antitesi. Pacifismo e interventismo, socialismo e nazione, classe e popolo, repubblica e sindacato, liberismo ed antiborghesia, democrazia diretta ed antiparlamentarismo hanno segnato una nuova e originale dottrina rendendolo un modernizzatore dell’ideologia e un precursore di modelli politici aggregativi fondati sull’eresia. Tutte capacità che oggi non si ritrovano né nel mondo sindacale né in quello politico dove il dibattito annaspa alla deriva e non si evince la benché minima analisi dei processi che stanno rapidamente cambiando il nostro presente e che così bene Filippo Corridoni aveva compreso già un secolo fa.