«Un uomo che si arruola nell’esercito cambia completamente la propria esistenza. Smette di essere qualcuno che decide per sé ed intraprende una nuova vita, lasciando alle spalle quella vecchia»Così spiega Artemidoro di Daldi, nel suo Libro dei sogni, il drastico cambio di vita che sperimentava chi diventava legionario romano. La stessa parola “legionario” è, per modo di dire, “parlante”. Legione deriva dal verbo legere, cioè “scegliere”, “raccogliere”: si veniva scelti non per un compito qualunque, ma per proteggere la res publica, a qualunque costo.

È certo che fossero in molti ad aspirare ad intraprendere tale carriera, non solo perché la richiesta di nuove reclute era continua e feroce (tra le 7.500 e le 10.000 ogni anno), ma anche perché offriva numerosi vantaggi ai candidati: cibo, alloggio ed un salario che, nonostante non potesse essere paragonato a quello di un lavoratore libero, aveva lo straordinario vantaggio di essere fisso. Esistevano oltretutto eventuali promozioni di grado ed una serie infinita di vantaggi in sede di processo giudiziario, nel quale i soldati, rispetto ai comuni cittadini, erano considerati quasi intoccabili. Durante il servizio militare, un soldato poteva imparare un altro mestiere (falegname, fabbro, sarto) ed addirittura a leggere e a scrivere; riceveva oltretutto maggior attenzione da parte dei medici rispetto alla media. Last but not least il premio finale, il più ambito: al termine del servizio, una quantità non indifferente di denaro ed un appezzamento di terra.

Ovviamente, conditio sine qua non per arruolarsi era il possesso della cittadinanza; chi non era cittadino poteva entrare nell’esercito tra le file degli auxiliares e sperare di ottenerla al termine del servizio. Se da una parte arruolarsi poteva sembrare quasi un sogno rispetto ad inedia ed indigenza nella società civile, gli aspetti negativi erano naturalmente gli ovvi pericoli della vita dei soldati, il completo annullamento della propria personalità, le punizioni corporali e la costante spada di Damocle della pena capitale. Inoltre, il divieto di sposarsi legalmente (quest’ultimo, quasi mai rispettato pienamente).

La cavalleria leggera numida (equites Numidae) impiegata durante le conquista della Dacia (dettaglio dalla colonna di Traiano)

Quali erano i requisiti per entrare nella legione? Essi venivano verificati dall’ufficiale incaricato di controllare le reclute (ve n’era uno in ogni accampamento): visto che il servizio durava intorno ai 25 anni, il candidato doveva avere circa 20 anni. Venivano preferiti coloro che avevano in precedenza lavorato il campo, poiché ritenuti più avvezzi alla fatica ed al rigore; fino all’epoca tardo-imperiale, in cui l’altezza minima venne portata ad 1,65 m, essa oscillava tra il metro e settantadue ed il metro e settantasette, ma non erano escluse reclute più basse, purché fossero di costituzione forte.

Può sembrare brutalmente cinico, ma altra condizione fondamentale era una certa semplicità di pensiero ed ignoranza per i soldati semplici, ai quali ovviamente non sarebbe dovuta passare neanche per l’anticamera del cervello l’idea di poter disobbedire ad un ordine. Veniva richiesto l’esatto opposto per coloro che erano incaricati di atti burocratici ed amministrativi, e dato valore a chi poteva apportare un vantaggio per la vita del castrum, avendo magari esercitato prima dell’arruolamento una professione (cacciatore, fabbro, operaio, macellaio). Nondimeno, anche all’epoca si poteva usufruire di lettere di raccomandazione scritte magari da personaggi dotati di un certo grado di influenza, per poter avere un determinato trattamento una volta arruolati.

Se aveva la fortuna di venire accettato, il novello legionario era destinato alla sua unità lungo il limes imperiale. I castra militari, di forma rettangolare, coprivano una superficie di venti o venticinque ettari e, nonostante avessero per forza di cose ognuno le proprie peculiarità, erano tutti basati sull’intersezione di due strade: la via principalis, che univa i due lati più grandi del rettangolo tagliandolo in due, e la via praetoria, che la intersecava. Al centro dell’accampamento erano naturalmente posti i principia, sede amministrativa e quartier generale, assieme a basiliche o templi (a seconda dell’epoca), altari, statue e busti dell’imperatore; e, naturalmente, l’aquila della legione.

Ricostruzione di castrum romano

Accanto ai principia il praetorium, residenza del comandante, dove vivevano anche i suoi familiari ed i suoi servi. Anche i tribuni vivevano in dimore proprie, lontano dalle affollate caserme. L’ospedale era un edificio imprescindibile, nel quale feriti, mutilati, malati e vittime di incidenti del lavoro di tutti i giorni venivano medicati con una precisione oltre le più rosee aspettative di un qualunque civis romanus.

I granai, chiamati horrea, venivano costruiti sopra pilastri affinché cereali ed altri alimenti non venissero toccati da polvere, ladri o animali vari. I soldati vivevano in tende dalla forma rettangolare ed allungata chiamate centuriae, che potevano accogliere fino ad ottanta uomini: ogni centuria veniva poi divisa in 10 gruppi da 8, ognuno chiamato contubernium e ad ognuno dei quali affidate due stanze da cinque metri quadri (una per armi e vettovaglie varie, l’altra come dormitorio).

Contubernium

Il centurio (centurione – nomen-omen) aveva il compito di governare la centuria, spesso ricorrendo alla forza tramite la verga-frusta (vitis), usata spesso per punire chi non sfilava correttamente o chi non manteneva la formazione e la disciplina. Tacito racconta l’aneddoto di un centurione, Lucilio, soprannominato “cedo alteram” (“portatemene un’altra”) dai suoi sottoposti poiché, ogni volta che rompeva sulla schiena di qualcuno una verga, ne chiedeva subito a gran voce una sostitutiva; la sua crudeltà lo fece assassinare durante una sommossa. Per chi ne aveva la possibilità, tenersi buono un centurione era fondamentale per passare il servizio militare serenamente. Nella lettera di un soldato di nome Claudio Terenziano, si legge chiaramente che

(…) nell’esercito non si ottiene nulla senza il denaro…

Non mancarono, tra le legioni, rivendicazioni di stampo sindacalista dovute, secondo gli autori del tempo, a mancanza di disciplina.  Alla morte di Augusto nel 14 d.C. si ribellarono tre legioni stanziate in Pannonia (odierna Ungheria): Tacito spiega che furono fondamentali ozio ed indisciplina dovuti ad un calo di pressione sui soldati da parte del comandante. Come per tutti gli autori romani, però, non è dato sapere se i motivi reali fossero altri e se dunque Tacito abbia sfruttato la situazione per fare facili moralismi nostalgici e mos maiorum-eggianti.

Si narra di un soldato di nome Percennius, che nella vita civile era stato a capo di una compagnia di attori, il quale tentò di convincere i propri commilitoni della necessità di dover approfittare del cambio di governo a Roma per rivendicare i propri diritti: declamava discorsi nei quali denunciava le precarie condizioni di vita dei legionari, costretti a pagarsi vestiti, armi e tende con pochi sesterzi a dover sopportare strafottenti superiori. Una volta terminato il periodo di servizio, i soldati, secondo lui, erano obbligati a restare nell’accampamento per prestare un servizio addizionale, e quando finalmente andavano in pensione ricevevano lotti di terra “lontani, paludosi ed incolti”. Bisognava esigere che non venisse scontato nulla della loro paga, che venisse data loro la licenza senza tergiversare troppo e che, invece della terra, venisse data loro come ricompensa una somma di denaro subito dopo il congedo, nell’accampamento.

Citando Percennio testualmente:

Abbiamo peccato abbastanza di codardia accettando di servire trent’anni fino a diventare vecchi (sessant’anni, all’epoca, venivano considerati un’età abbastanza venerabile, ndr), e, nella maggior parte dei casi, vecchi mutilati. La nostra paga non vale i colpi e le ferite, l’asprezza dell’inverno, le fatiche estive, le atrocità della guerra e la sterilità della pace.

Dal reclamo, secondo Tacito, si passò alla ribellione, ma questa venne soffocata nel sangue. A Percennio non andava bene, ma le giornate di un legionario erano costellate di obblighi e fatiche: dopo colazione ed appello, ad ogni soldato venivano impartiti ordini adeguati alle necessità, che venivano annotati minuziosamente nei registri custoditi nei principia.

Un centurione col suo bastone (vitis); il ricorso alla forza bruta non era raro quando si verificavano mancati assolvimenti agli obblighi di leva da parte dei coscritti

È arrivato fino ai nostri giorni in ottime condizioni uno di questi registri, appartenente ad una centuria della Legio III Cirenaica e risalente alla fine del I secolo d.C.: in esso viene enunciato l’elenco dei compiti svolti dai soldati nei primi 10 giorni di ottobre, e tra questi i più gettonati sono la vigilanza (di qualche ufficiale o di un magazzino) e la manutenzione (di armi, latrine o terme per i superiori).

Oltre ai compiti individuali, un must erano ovviamente esercizi fisici e di marcia; spesso si simulavano assedi e battaglie. A tal riguardo Flavio Giuseppe, principale fonte storica del Bellum Iudaicum durante il regno di Tito, spiega che i Romani erano destinati a vincere poiché i loro addestramenti erano vere e proprie battaglie, ma senza spargimento di sangue. I legionari mangiavano due volte al giorno, una la mattina (prandium) ed una al calar del sole (cena); la dieta consisteva in cereali, carne di maiale o vitello, verdure e legumi, soprattutto lenticchie e farro. Caccia e pesca potevano ovviamente contribuire a variare la dieta, e questo poteva essere un problema visto che in alcune lettere veniva chiesto ai parenti di inviare cibo extra per spezzare la monotonia del pasto militare. Non esistevano cucine o mense, ogni contubernium preparava il cibo per sé.

Curioso è poi analizzare come si passasse il tempo libero fuori dal castrum, una volta terminato il turno: il più delle volte ci si recava negli agglomerati di case che si formavano a ridosso degli accampamenti. Avevano il nome di canabae ed ospitavano soprattutto avidi mercanti che non vedevano l’ora di alleggerire le tasche dei soldati, giocatori d’azzardo, prostitute e familiari, anche se questi ultimi (in alcuni casi) potevano vivere entro le mura. Le canabae evolvevano spesso e volentieri in vici, cioè in villaggi, e davano vita con il passare del tempo a piccole città. Spesso sorgevano anfiteatri che ospitavano combattimenti tra gladiatori o sfilate militari; a volte, anche gli stessi legionari simulavano battaglie per sfoggiare le proprie abilità di fronte agli spettatori.

The Romans cause a wall to be built, William Bell Scott (1857)

Una componente fondamentale della vita dei militari era ovviamente quella inerente alle attività religiose, che spesso avevano l’obbiettivo di rendere più forte il legame tra soldati ed entità statali: ricorrenti, dunque, erano i sacrifici a Jupiter Optimo Maximo, a Roma Aeterna o a Victoria Augusta; cerimonie per celebrare il compleanno dell’Imperatore o della stessa Urbe il 21 aprile. Venne addirittura istituita da Adriano una nuova divinità minore astratta, chiamata Disciplina, per potenziare il “credo” organizzativo dell’esercito. Con il progredire dell’allargamento delle potenziali reclute ed il conseguente affluire nelle legioni di soldati orientali, germanici o più in generale barbari, i culti stranieri (come quello famoso di Mitra) iniziarono anch’essi ad avere il loro peso specifico.

Come principale incentivo alla vita castrensis, ovviamente, la paga. In epoca augustea consisteva in 225 denarii annui, ma tale cifra crebbe con l’aumentare dei territori conquistati: era un ottimo stipendio e, nonostante i legionari dovessero detrarre da esso manutenzione di vesti, armi ed altro, riuscivano a risparmiarne circa il 25% ogni anno; un centurione guadagnava circa quindici volte ciò che veniva dato ad un soldato semplice.

Oltre alla paga standard, si poteva contare sulle donazioni straordinarie decise dagli imperatori neo-eletti (smaniosi di accattivarsi l’esercito) o da quelli in fin di vita (col fine di lasciare un buon ricordo); venivano suddivise tra le truppe in maniera proporzionale al rango.

E per lasciare l’esercito, infine? Esistevano tre possibili modi: il primo era a conseguenza di una ferita o di una malattia che rendesse il soldato inutile; in tal caso (missio causaria), veniva data la licenza a seguito di una rigorosa analisi della condizione fisica dell’esaminato. Altra opzione era a causa di azioni criminali o disdicevoli (missio ignominiosa), per via delle quali il legionario veniva allontanato con disonore ed escluso da qualsiasi incarico imperiale. Il resto dei soldati, circa la metà del totale, riusciva a lasciare l’esercito a seguito del completamento dei 25 anni di leva e veniva congedato con onore (missio honesta).

Un diploma militare distribuito al termine della honesta missio, rinvenuto nei pressi della fortezza legionaria di Carnuntum a Klostemburg, databile al tempo dell’imperatore Tito (13 giugno dell’80 d.C.)

Come accennato in precedenza, i veterani ricevevano un trattamento favorevole in sede di giudizio e venivano esentati da parecchie imposte. Veniva consegnato loro, con ogni probabilità, un documento o un diploma che certificasse la loro condizione. Quasi nessuno tornava nella terra d’origine, vuoi perché il lotto di terra assegnato era vicino alla regione in cui avevano servito, vuoi perché spesso le mogli autoctone conosciute durante gli anni nel castrum non avevano la minima intenzione di affrontare lunghi viaggi con bambini al seguito verso terre a loro ignote.

Nel 1973, l’archeologo Robin Birley scoprì, nel Northumberland (a ridosso della Scozia), una straordinaria quantità di lettere risalenti al primo e al secondo secolo dopo Cristo e provenienti dal forte di Vindolanda, situato poco più a sud del Vallo di Adriano. Erano scritte con inchiostro su tavolette di legno (difficile, per motivi logistici, trovare a quelle latitudini il papiro tanto in voga nella zona mediterranea): un documento dal valore ineguagliabile per riuscire a comprendere la vita quotidiana dei soldati. Molte lettere riguardavano un certo Flavius Cerialis. Fra le tante, ne vennero trovate sei perfettamente conservate. La prima è un invito ad una festa di compleanno, con la moglie di un ufficiale che richiede la presenza della moglie di Flavius Cerialis:

Claudia Severa alla cara Lepidina: cara sorella , desidero fortemente che il 12 settembre tu possa venire a casa nostra per celebrare il mio compleanno. Se vieni, renderai quel giorno più felice. Saluta da parte mia il tuo caro Flavius, il mio Aelius e mio figlio salutano te. Ti aspetterò, sorella. “Vale”, anima mia, e spero di stare bene anch’io. Un saluto.

Nella seconda, Cerialis riceve auguri di buon anno da parte di Hostilius Flavianus:

Hostilius Flavianus saluta Cerialis, ti desidero un nuovo anno prospero e felice.

In un’altra missiva un altro comandante (il cui nome resta ignoto), probabilmente inviato in esplorazione oltre il Vallum Hadrianii, spiega a Cerialis che I Britoni non usano l’armatura come protezione, ed hanno molta cavalleria; quei miserabili non usano spade e non montano a cavallo per lanciare giavellotti.

Delle altre tre, due sono più intime, una è una semplice richiesta:

Flavius, ti ho inviato tre paia di calzini, due paia di mutande ed un paio di sandali da parte di Sattua… stai bene? Non scrivi mai. Saluta Tetricus ed i tuoi compagni.

Ed ancora da Flavius a Brocchus, probabilmente un ufficiale equestre, vista la peculiare richiesta:

Da Flavius a Brocchus: se mi vuoi bene, fratello, mandami una rete da caccia

L’ultima, che non riguarda Cerialis ma un tale Solemnis, infine, esemplifica perfettamente il legame fraterno che si veniva a creare tra commilitoni dopo anni passati insieme:

Solemnis a suo fratello Paris, “vale”. Voglio che tu sappia che sto molto bene e spero anche tu, uomo ingrato che non mi ha scritto nemmeno una lettera; mi comporto meglio io, che ti scrivo. Saluta da parte mia Diligens, Cogitatus e Corinthus.