I 600 giorni di Salò costituiscono forse la parte più complessa dell’intera storia del movimento Fascista. Pur essendo, de facto, uno stato fantoccio, la RSI partorì alcune delle idee più originali dell’intero Novecento, degne di essere discusse ancora oggi senza pregiudizi ideologici. In particolare, il dibattito economico fece emergere tutte le varie correnti che, fin dal 1919, avevano animato il Fascismo e Mussolini. La ricerca della fantomatica terza via, la creazione di una nuova struttura economica, originale ed italiana, sembrava finalmente possibile nel nuovo Stato Repubblicano, dove l’influenza della Corte e dei poteri “plutocratici” era stata eliminata. Fu nel “Manifesto di Verona” che si stesero i punti programmatici del nuovo sistema, quali l’importanza primaria del lavoro, il ruolo fondamentale dello Stato nell’economia, il diritto dei lavoratori alla giusta retribuzione, alla casa, alla partecipazione al processo produttivo e decisionale. L’articolo 12 merita di essere citato per intero:

” In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale) le rappresentanze dei tecnici e degli operai cooperano intimamente (attraverso una conoscenza diretta della gestione) all’equa fissazione dei salari, nonché all’equa ripartizione degli utili (…) In alcune imprese ciò potrà avvenire con una estensione delle prerogative delle attuali commissioni di fabbrica. In altre, sostituendo i consigli d’amministrazione con consigli di gestione, composti di tecnici e di operai, con un rappresentante dello Stato; in altre, ancora, in forma di cooperativa parasindacale.”

Si cerca così di realizzare il monito mussoliniano di “andare verso il popolo”, di creare una società nuova in cui il conflitto di classe si annulla nello Stato e per lo Stato. Non è un caso che alla RSI collabori un vecchio amico-nemico del Duce, quel Nicola Bombacci fondatore del PCI e intimo di Lenin che diverrà l’apostolo della socializzazione e condividerà la cruenta fine di Mussolini a Piazzale Loreto. La piena realizzazione dei propositi del manifesto veronese verranno attuati con la creazione del Ministero dell’Economia Corporativa nel settembre 1943 e soprattutto con il Decreto Legislativo n.375 sulla Socializzazione delle Imprese, nel febbraio 1944. Tale provvedimento, accolto con sospetto nella Germania hitleriana, dichiarava (art.1):

“Le imprese di proprietà privata che dalla data del 1° gennaio 1944 abbiano almeno un milione di capitale o impieghino almeno cento lavoratori, sono socializzate. Sono altresì socializzate tutte le imprese di proprietà dello Stato, delle Province e dei Comuni nonché ogni altra impresa a carattere pubblico. Alla gestione della impresa socializzata prende parte diretta il lavoro.”

La socializzazione, pur tutelando dunque la proprietà privata, la libera iniziativa, la concorrenza, elimina di fatto il rapporto dipendente-padrone, affidando ai lavoratori stessi la responsabilità della produzione , tramite i Consigli di Gestione, formati da delegati di tutte le forze produttive dell’azienda. Eppure, il tentativo risulta ormai tardivo e fuori dalla realtà e non troverà alcun successo nel mondo del lavoro: sul Fascismo pesa inesorabile la responsabilità della guerra perduta e della sottomissione del territorio Repubblicano alle forze armate naziste. A tal proposito, il dirigente della federazione fascista degli impiegati del commercio, Anselmo Vaccari, scriveva in un rapporto al Duce:

“I lavoratori considerano la socializzazione come uno specchio per le allodole, e si tengono lontano da noi e dallo specchio. Le masse ripudiano di ricevere alcunché da noi. È questo un preconcetto ed un preconcetto malevolo, perché i lavoratori italiani furono portati da Voi su un piano di dignità prima sconosciuto. La massa ragiona, anzi “sragiona”, in un modo assai strano. (…). La massa dice che tutto il male che abbiamo fatto al popolo italiano dal 1940 a oggi supera il grande bene elargitole nei precedenti venti anni e attende dal compagno Togliatti, che oggi pontifica da Roma in nome di Stalin, la creazione di un nuovo Paese di Bengodi (…). È certo che oggi i lavoratori affermano che la socializzazione non si farà, o, se si farà, essa contribuirà a rafforzare i ceti capitalistici e a mantenere in istato di soggezione il lavoro. Su questo terreno l’influenza germanica è da essi considerata negativa e, comunque, tale da far rimandare la soluzione del problema al dopoguerra. Il che fa dileguare ogni speranza e allontana sempre più da noi lavoratori, che ci considerano, a torto s’intende, gli sgherri del capitale; fa gravare su di noi il disprezzo, perché affermano che non siamo in buona fede, e fa ritenere l’annuncio della socializzazione come l’ennesimo espediente per attirare nella nostra orbita i pochi ingenui che ci accorderebbero ancora credito.”

 Di fatti, la partecipazione dei lavoratori sarà pressoché nulla, invalidando sul nascere il tentativo Mussoliniano di creare un nuovo sistema economico-sociale, basato sul superamento dello sfruttamento e sulla partecipazione collaborativa delle parti sociali all’interno dello Stato. La socializzazione rimane però un originale tentativo di creare un’alternativa alla realtà esistente, dominata dal capitale finanziario e scevra da qualunque tentativo di “rendere umano” il lavoro.

 FONTI:

Manifesto di Verona

Decreto Legislativo 12 febbraio XXII n.375 sulla Socializzazione delle Imprese