Il calcio tedesco è in ascesa, ormai è evidente. Il ruolo delle compagini della Bundesliga in Europa è cambiato nel giro di un decennio: sono passate da semplici meteore a realtà concrete e cercano di monopolizzare il fußball grazie alle proprie finanze e ai propri talenti. Non solo il mitologico Bayern Monaco, da anni sempre protagonista ne l’Europa che conta, ma anche squadre come lo Schalke 04, vincitore della Coppa Uefa nel 1997, il Borussia Munchengladbach e il Borussia Dortmund – il cui fatturato annuo si aggira attorno ai 150 milioni di Euro – si stanno inserendo di prepotenza nell’élite del calcio mondiale.

Andiamo a vedere le città in cui queste squadre si allenano, vincono e stupiscono. Monaco, Gelsenkirchen, Gladbach, Dortmund. Non notate nulla? Proviamo ora a guardare alcune delle squadre presenti quest’anno in Bundesliga oltre alle precedenti già citate: Amburgo, Bayer Leverkusen, Wolfsburg. Sono tutte squadre dell’ex Germania Ovest. E le squadre di Jena, Dresda, Rostock e di altre città dell’ex Germania Est che fine hanno fatto? Dov’è finito il Magdeburgo, vincitore della Coppa della Coppe nel 1974? Esistono ancora la Dinamo Dresda e la Dinamo Berlino che negli anni ’70 ed ’80 se le davano di santa ragione sia in campo che sugli spalti? E l’Hansa Rostock? Queste società si barcamenano oggi nei meandri oscuri del calcio tedesco, ma esistono ancora. Per loro l’unificazione è stata un duro colpo, in quanto dopo la caduta del Muro si sono trovate di fronte ad un avversario troppo difficile da sconfiggere: il capitalismo, realtà totalmente diversa a quella a cui erano abituate. Affrontare il capitalismo per una squadra dell’ex DDR è stato come fronteggiare un carro armato con sassi e pietre e i club sono stati spazzati via sotto i colpi incessanti di questo sistema spietato.

Ognuno di esso prima dell’unificazione (3 Ottobre 1990) aveva un proprio seguito, un proprio blasone. Nonostante i giocatori spiccassero più per doti atletiche che per qualità tecniche e il gioco spettacolare fosse quasi completamente assente, club come il Magdeburgo, il Carl Zeiss Jena e la Lokomotive Lispia riuscirono comunque a ritagliarsi un piccolo angolo di paradiso in ambito continentale. I primi vinsero la Coppa delle Coppe nel 1974 dopo aver sconfitto il Milan in finale mentre i gialloblù di Jena e i loksche di Lispia arrivarono secondi a scapito di Dinamo Tblisi e Ajax (sempre nella stessa manifestazione). Col passare degli anni però, tutte e tre le compagini sono cadute nell’oblio arrivando perfino a disputare diversi campionati in Regionalliga Nordost (quarta divisione).

Interessante è anche il confronto tra la Dinamo Dresda, squadra dell’omonima città della Sassonia vittima nel 1945 di uno dei più gravi bombardamenti della storia della Seconda guerra mondiale, e la Dinamo Berlino, squadra della capitale controllata dal famigerato capo della Stasi, Erich Mielke. Questi ultimi vinsero dieci titoli consecutivi (1978-1988) ma in Coppa Campioni non andarono oltre i quarti di finale. In patria facevano il bello e il cattivo tempo, ma non per propri meriti quanto per una serie di scandali. Un arbitro sapeva che fischiare un fallo contro la squadra della Stasi significava mettere a rischio la propria carriera ed ecco che fioccavano rigori inesistenti, cartellini senza senso, espulsioni e perfino ampie concessioni di minuti di recupero. I trasferimenti erano forzati e i giocatori migliori del paese erano in qualche modo costretti ad approdare nella squadra guidata da Jurgen Bogs. Questo dominio incontrastato suscitò rabbia ed indignazione non solo tra i tifosi avversari (ci furono diversi episodi di violenza soprattutto con i tifosi dell’altra squadra di Berlino, il Vorwärts) ma anche tra i propri sostenitori, i quali avevano intuito che dietro a quei limpidi successi c’era la lunga mano dalla Stasi (tra gli anni ’80 e ’90 la media spettatori dei granata si dimezzò). Oggi la Dinamo Berlino – divenuta Berliner Fußballclub Dynamo – milita addirittura nella NOFV Oberliga (quarta divisione tedesca). Mielke si rivolterebbe nella tomba.

Diversa è la storia della Dinamo Dresda. Fondata nel 1953 in seguito alla fusione con la SV Dinamo (squadra degli organi interni di sicurezza della DDR come la Volkspolizei), vinse il titolo alla prima partecipazione nella DDR Oberliga. Negli anni ’70 conobbe le luci della ribalta sia in patria che in Europa: al Dynamo Stadion arrivarono quattro campionati e due coppe nazionali mentre in Coppa Campioni e in Coppa UEFA la cavalcata degli uomini di Walter Fritzsch si arrestò per ben sei volte ai quarti di finale, una vera maledizione per i gialloneri (eliminarono anche squadre di spessore come la Juventus di Bettega e la Roma di Bruno Conti). Nella stagione 1988/89 la Dynamo raggiunse le semifinali di Coppa Uefa, il miglior risultato di una squadra della Germania Est nell’odierna Europa League.

Il club poteva contare su diversi elementi importanti tra cui i liberi Matthias Sammer e Hans-Jurgen Dorner, il centravanti Hans Kreische, l’estrosa mezzala Reinhard Hafner, i rocciosi terzini Watzlich e Pilz, passando per Kristen e Trautmann. Oltre ad essere colonne portanti della Dinamo, questi calciatori erano anche tasselli insostituibili della nazionale della Germania Est, anche se con la riunificazione tutto cambiò. Alcuni di questi campioni (Sammer e Kristen su tutti) abbandonarono la squadra per i soldi dell’Ovest e la Dinamo si ritrovò priva dei suoi migliori talenti. Nel 1995 fu retrocessa d’ufficio per motivi finanziari e oggi milita nella 3.Bundesliga insieme all’Energie Cottbus, squadra del cuore della cancelliera Angela Merkel. Quello dei biancorossi però rappresenta un caso speciale in quanto è l’unico club dell’ex DDR i cui risultati attuali sono migliori di quelli antecedenti la caduta del Muro. Dopo l’unificazione, infatti, fu l’unica squadra dell’Est in grado di competere con le compagini più organizzate dell’Ovest. Nel 2000, grazie alle prodezze del fantasista ungherese Vasile Miriuta, centrò la promozione nella massima serie dove rimase fino al 2003 salvo retrocedere nuovamente nel 2006.

Ma l’elenco non si ferma qui, ci sono altre squadre che vivono la stessa situazione di quelle già analizzate. C’è l’Hansa Rostock, vincitrice dell’ultima edizione della DDR Oberliga ed oggi in lotta per non retrocedere in quarta serie; ci sono il Magdeburgo e l’ex Karl Marx Stadt (oggi Chemnitzer) che viaggiano tra la quinta e la quarta divisione; ci sono i Veilchen dell’Erzgebirge Aue in 2.Bundesliga, senza contare il Frankfurter Viktoria (ex Vorwärts Berlin, oggi seconda squadra di Francoforte sull’Oder), una delle squadre della DDR più titolate, che naviga addirittura in sesta divisione fino ad arrivare all’Erfurt e allo Zwickau (dove l’estremo difensore Jurgen Croy collezionò 372 presenze), veterane della terza serie. L’Unica eccezione è rappresentata dal RB Leipzeig, società di Lipsia acquistata alcuni anni fa dalla Red Bull con il preciso intento di scalare i gradini del calcio tedesco. Oggi domina in 2.Bundesliga, possiede uno stadio di proprietà (Red Bull Arena) e può contare su un budget stagionale di circa 8 milioni. Il futuro si prospetta roseo, staremo a vedere.

Sono passati 25 anni dall’unificazione e nessuna squadra dell’ex DDR è stata in grado di fronteggiare il capitalismo rampante dell’Ovest. Non è facile abbandonare quarant’anni di socialismo. Tuttavia è giusto sottolineare che il calcio tedesco non si ferma a Mario Gotze o a Philippe Lham, non è circoscritto solo all’Allianz Arena o al Signal Iduna Park, ma va oltre, si espande anche ai più modesti e meno blasonati Glücksgas Stadion e DBK Arena (impianti della Dinamo Dresda e dell’Hansa Rostock), tocca anche giocatori più umili che si fanno le ossa nelle divisioni minori. La conclusione è una sola: calcisticamente (e non solo) la Germania è ancora divisa.

FP