Nella lunga e travagliata Storia d’Italia pochi anni sono stati così decisivi come il 1992. Nel breve volgere d’un biennio, l’intera società italiana fu scossa dalla distruzione sistematica della Prima Repubblica, da una forte crisi economica, dall’attacco drammatico di Cosa Nostra allo Stato. In particolare, il crollo dei partiti classici, specie della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista, significò la fine di un complesso sistema di poteri incrociati che aveva retto per oltre 40 anni nel Belpaese. Si creò un pericoloso vuoto politico che fu occupato prontamente dal pool di Milano, idolatrato dai giornali e dai mass media finalmente liberi di poter colpire senza remore i “ladri” che fino al giorno prima avevano adulato, mentre gli eredi del vecchio PCI pregustavano l’entrata trionfale nelle stanze dei bottoni.

Eliminati dalla scena Craxi, Andreotti, Martelli, Forlani, De Mita, sembrò possibile il rinnovamento vero e profondo del Paese, finalmente mondato dalla partitocrazia. Col senno di poi è oggi facile dire che fu una colossale illusione: distrutta la Prima, la Seconda Repubblica nacque già in stato comatoso, lacerata da un bipolarismo cercato ma innaturale, ridotta ad uno scontro imbelle tra pro e anti Berlusconiani. Il 1992, inoltre, è uno spartiacque decisivo per l’economia italiana, all’epoca tra le prime cinque al mondo. Con Tangentopoli si diede inizio ad un declino lento ed inesorabile, complice la cosciente distruzione delle Partecipazioni Statali, dell’IRI, dell’industria di Stato, diretta conseguenza dell’annus orribilis 1992. Senza la protezione interessata dei partiti, il Parastato divenne un boccone prelibato per la finanza e le multinazionali straniere, che, riunite sullo yacht Britannia, pianificarono a tavolino lo smembramento delle industrie pubbliche. Grazie alla criminale gestione della lira da parte di Ciampi durante la crisi dello stesso anno, furono prosciugate le riserve valutarie della Banca d’Italia a favore di Soros, e successivamente la svalutazione della nostra moneta permise il deprezzamento notevole dei prezzi dei beni nazionali. Con le privatizzazioni forzate degli anni ’90, motivate dalle necessità di fare presto per entrare nell’euro, si dilapidò un grande patrimonio, che rappresentava la spina dorsale della grande industria e fungeva da volano per l’intero settore produttivo nazionale. Lo Stato imprenditore aveva in carico il 16% della forza lavoro del Paese, controllava l’80% del sistema bancario, tutta la logistica (treni, aerei, autostrade), la telefonia, le reti delle utility (acqua, elettricità, gas), pezzi importanti della siderurgia (Italsider) e della chimica (Montedison), il principale editore del Paese (la Rai).Deteneva inoltre assicurazioni, meccanica, elettromeccanica, fibre, impiantistica, vetro, pubblicità, spettacolo, alimentare. Persino supermercati, alberghi e agenzie di viaggi. Un immenso patrimonio, controllato delle holding dell’IRI, che fu svenduto a prezzi ridicoli, senza alcun concreto vantaggio per i conti pubblici. Se la Prima Repubblica aveva controllato la finanza tramite Cuccia e Mediobanca, dopo il sabba giudiziario Mario Draghi e Giuliano Amato furono ben lieti di far saltare i vincoli normativi sulla circolazione dei capitali internazionali, circondandosi della meglio umanità (banche d’affari e speculatori come Merril Lynch e Goldman Sachs). Il sistema bancario nazionale, cassaforte del risparmio nazionale, fu smembrato dall’abolizione della Legge Bancaria del 1936 e i tre maggiori istituti di credito, detti BIN (banche d’interesse nazionale, di proprietà IRI) furono privatizzate; stessa sorte toccò alla SIP, alle Autostrade, alle Ferrovie dello Stato, ad Alitalia.

Risulta difficile credere che i vecchi partiti avrebbero fatto così male, non fosse altro che essi erano ancorati al mondo delle PPSS in maniera simbiotica, tanto che senza l’elemento politico l’industria di Stato venne giù quasi da sola, e con lei il Paese stesso. Alla religione liberista DC, PSI, PSDI, PRI rispondevano con forme differenti ma sempre connesse alla presenza del pubblico nella vita economica nazionale. Con il 1992, con Tangentopoli, finisce l’esperimento Italiano della terza via, dell’economia mista, dello Stato Imprenditore; casualmente termina anche lo sviluppo e il benessere in Italia. Non crediamo sia un caso, ma una dolorosa e meditata conseguenza.