Insieme alle bizze del meteo, il puntuale ritorno del fascismo è uno dei punti saldi del giornalismo italiano, specie sotto elezioni. Nonostante la inesistente conoscenza storica del fenomeno, l’ancor più ridicola consistenza della tesi, abbaiare al fascistello vale come riempitivo nei giorni di stanca. Considerato dunque che fascista è chi Repubblica dice, appare legittimo che seguendo un simile canaio l’analisi storiografica – e soprattutto ragioni commerciali – tentino di approfittarne per inondare le librerie di chilometri di volumi su tutti gli aspetti del Ventennio, sovente con risultati assai modesti.

Seppur denigrata da tanti, la Storia è una cosa seria e va trattata come merita: fonti, archivi, prove documentali devono supportare la tesi di chi scrive, accompagnando il lettore lungo una tesi che evidentemente si appoggia a dati fattuali, cioè veri. Nella letteratura sul fascismo spesso e volentieri non è così, a tutto vantaggio di interpretazioni di comodo e cortocircuiti ideologici indegni a ottant’anni di distanza dai fatti: valga per tutti il comico fascistometro della illustre Murgia sull’altrettanto specchiato Espresso.

Occorre dunque rivolgersi altrove, per cercare qualcosa di fresco e originale. Il risultato spesso risulta sorprendente, mostrando come si può ancora innovare profondamente un tema così importante senza cedere al convenzionale e al politicamente corretto. È il caso del bel lavoro di Andrea Scaraglino, La verità di Nicola Bombacci, edito dal Centro studi storici Semata: studioso esordiente, editore di non primo piano, tema da molti ignorato e perlopiù sconosciuto. Partendo da queste premesse, il lavoro assume un valore importante proprio per lo sforzo di ricerca che sorregge il saggio, a dimostrazione che di fascismo si deve parlare… a patto che si abbia da dire qualcosa di serio. Ma chi era Nicola Bombacci, e qual era la sua verità?

Andrea Scaraglino durante la presentazione di “La verità di Nicola Bombacci”

La Romagna è un luogo cruciale della storia d’Italia: passionale, violenta, sanguigna e pugnace, essa racchiude nei non tanti chilometri della sua estensione la summa delle migliori e delle peggiori qualità dell’Italia politica del secolo breve. Popolare, antidogmatica, schietta, con un fondo di romanticismo mazziniano, l’ex provincia papalina sarà la patria di tre personaggi cruciali: Benito Mussolini, Pietro Nenni, Nicola Bombacci

Il duce, il decano del socialismo italiano, il fondatore dimenticato del partito comunista: nemmeno in un feuilleton d’allora si sarebbe potuto immaginare che questo trio, diverso e in fondo simile, avrebbe attraversato le tempeste d’acciaio e di sangue nel segno di quell’inebriamento fatale che è la politica.

Dei tre, Bombacci è il più anziano, nascendo a Civitella di Romagna nel 1879: di umili origini, frequenterà un seminario terminando gli studi a Forlimpopoli, nello stesso istituto magistrale di un giovane del 1883, Benito Mussolini. Contrae, e non era difficile in quei luoghi e in quei tempi, la febbre del socialismo, divenendone un predicatore formidabile per via dell’aspetto inconfondibile (lunga barba, occhi di ghiaccio, eloquio incendiario) e della forza della sua convinzione proletaria. Diviso tra la camera del lavoro, il partito socialista e il giornalismo militante, Nicolino diviene presto una figura di spicco del socialismo rivoluzionario, godendo della stima dei compagni e dell’appoggio dell’ala più dura del psi. Occorre qui sottolineare un aspetto spesso dimenticato e però cruciale per capire l’intera vicenda dei tre.

Il socialismo di Bombacci, del Mussolini ante-1914, del Nenni giovanile, è un impasto schiettamente italiano di dottrina (mai dogmatica) e di prassi, di romanticismo mazziniano e di recondite ascendenze anarchiche, di amore sincero per gli ultimi e di odio per il conformismo, il milieu piccoloborghese, il positivismo panciuto e bolso. Non è certo il marxismo da caserma di un Lenin, il rigore spinto al fanatismo di un Bordiga, l’intellettualismo eccessivo e freddo di Togliatti: in fondo ai tre resta un quid di indefinito, di sangue, che emergerà nelle vicende tragiche della loro vita.

Nicola Bombacci

Tornando a Bombacci, da anti-interventista scala le posizioni del partito fino a divenire membro della Direzione e vicesegretario affiancando Costantino Lazzari. Scoppiata la rivoluzione russa, viene affascinato dall’esperimento dei soviet, portando l’intero psi su posizioni massimaliste dopo il congresso di Bologna nel 1919. Anno fatale, il primo del dopoguerra, che vede l’alba rossa di un biennio decisivo, in cui pare possibile fare come in Russia e portare gli operai e i contadini al potere. Bombacci ci crede, da parlamentare e da leader socialista: il psi è un grande partito di massa, legato a una CGdL che raccoglie i nuclei più combattivi del proletariato industriale. Nel 1920 tutto pare possibile: Nicolino redige un progetto di costituzione dei soviet in Italia, incontrando in Danimarca i rappresentati del governo sovietico per tentare un abboccamento incendiario. 

Alle fantasie di assalti al Quirinale gli emissari moscoviti oppongono la dura realtà della realpolitik: il riconoscimento diplomatico e le relazioni commerciali della nascente Unione Sovietica vengono prima dell’ottobre rosso italiano. Sarà la prima di una lunga serie di delusioni provenienti da Oriente. Nell’inverno, il movimento operaio nostrano conosce il dramma politico della scissione di Livorno dell’ala comunista dal Psi, momento decisivo per la sinistra in cui Bombacci gioca una delle ultime scene decisive della sua vita da compagno: insieme a Bordiga, Gramsci, Terracini, fonda il Partito comunista d’Italia divenendone membro del comitato centrale.

Nel travaglio del socialismo inizia il lungo calvario di Bombacci, da subito isolato in un partito prono ai diktat moscoviti e che, ricordando Bakunin, fa del marxismo una caserma prussiana per i suoi adepti. Sempre più isolato, nonostante il grande affetto delle masse lavoratrici, innanzi al progressivo trionfo del fascismo, Nicolino è segretario del gruppo parlamentare comunista nonostante l’ostilità del gruppo dirigente. In questo ruolo, subito dopo la marcia su Roma, tenta un clamoroso abboccamento tra le due inconciliabili antitesi del dopoguerra italiano, l’unione tra il movimento fascista e ciò che resta di quello operaio. Nel partito scoppia il caso: espulsione immediata e senza appeGramsci.

Peccato che Bombacci parli su impulso di Mosca, ancora in attesa di un riconoscimento ufficiale in Occidente. Sarà infatti Zinov’ev a reintegrarlo nel Pcd’I, affidandogli il compito di addetto commerciale all’ambasciata sovietica a Roma, nel quadro delle ripristinate relazioni diplomatiche italo-russe. Le circostanze politiche, i dissapori personali, le invidie e le incomprensioni portano sempre più il vecchio Lenin di Romagna lontano dai suoi antichi compagni di lotta, fino alla definitiva espulsione dal partito nel 1927 “per indegnità politica”. 

Nicola Bombacci con Lenin a Mosca

È un momento duro, esasperato da problemi economici e dalla malattia del figlio Vladimiro. Anche i rivoluzionari tengono famiglia: non possiamo immaginare con quale animo Nicolino scriva al suo ex amico Benito; è però facile pensare quanto possa aver influito l’aiuto del duce – sia al figlio, ricoverato al Rizzoli di Bologna a spese del capo del governo, sia al padre “sistemato” in un comodo impiego all’istituto di cinematografia educativa della società delle nazioni – nella complessiva rivalutazione critica del regime fascista. Sono gli anni del consenso, in cui l’antifascismo si logora in Francia e scompare praticamente in una Penisola ormai pienamente adagiatasi sull’uomo della Provvidenza, il figlio del fabbro.

Di fronte alla Grande depressione, al crollo del sistema capitalistico e ai sinistri bagliori dello stalinismo, Bombacci formula la sua adesione particolare al regime sulla scorta dell’inizio del terzo tempo mussoliniano: andare verso il popolo, sorpassare bolscevismo e capitalismo grazie al sistema corporativo e all’unione delle masse lavoratrici nello stato organico littorio.

Bombacci non è impazzito: esiste tutta una corrente interna al regime – guidata da Bottai e dalla sua rivista Critica fascista – che, specie dopo il 1929, vede nel corporativismo la risposta italiana alla lotta di classe e al dominio del capitale, quella mitologica terza via conciliante e gli interessi dei lavoratori e quelli della Patria. La cd. Sinistra fascista contiene caratteri di socialismo non marxista, misti a tanta buona volontà e, aggiungiamo noi, a troppa buona fede e utopia nei confronti dell’insaziabile classe padronale nostrana. Su questo filone si innesta Nicolino, personalmente appoggiato da Mussolini, sempre alla ricerca di sfogatoi semiufficiali in cui lanciare i suoi vecchi e mai sopiti sospetti anticapitalistici. Nel 1936 esce La Verità, ispirata alla Pravda leniniana, con una tiratura di 25mila copie finanziata dal Ministero della cultura popolare. 

È in atto una grandiosa rivoluzione sociale. È l’ora della collettività. (…) Oggi come ieri ci muove lo stesso ideale: il trionfo del lavoro. Per tale trionfo lottiamo da trentacinque anni. (…) Oggi la storia ci pone dinanzi agli occhi l’esperimento di Mussolini. Non è più soltanto una dottrina, è un ordine nuovo che si lancia audacemente sulla via maestra della giustizia sociale.

L’uscita della rivista scatena un pandemonio nelle fila del fascismo intransigente, che ancora ricordano la barba sovversiva di Bombacci durante il biennio rosso. La copertura del duce però garantisce all’impresa editoriale la sopravvivenza: l’opera di Scaraglino riporta ampi stralci, mostrando come l’affinità tra i due rivoluzionari diventi sempre più stringente, nel quadro della campagna proletaria e antiborghese iniziata dal regime dopo la conquista dell’Impero. Particolare attenzione merita poi la lettera di Bombacci a Mussolini rintracciata dal giovane autore tra le carte dell’Archivio di stato, in cui Nicolino anticipa alcune linee fondamentali in materia di politica economica autarchica, successivamente alla base del sistema economico fascista fino alla guerra mondiale.

Dal 1936 al 1943 il ruolo di Bombacci è quindi quello di un corporativista integrale, un fascista rosso galvanizzato dalla vicinanza progressiva del Regime al controllo statale dell’economia e della produzione. Scoppiata la guerra, il ruolo della lotta proletaria del sangue contro l’oro non può non trovare il nostro dalla parte dell’Asse, a maggior ragione dopo l’inizio dell’operazione Barbarossa. Il vecchio amico di Lenin può finalmente svelare la gigantesca illusione del bolscevismo, in realtà colossale dittatura di Stato ai danni delle classi subalterne rese schiave dallo zar rosso e dai suoi piani quinquennali realizzati a suon di purghe e deportazioni.

Per Bombacci il socialismo, quello a cui ha dedicato la sua intera vita, lo ha realizzato e lo realizzerà Mussolini, non Stalin. Le bonifiche, le corporazioni, il ruralismo, sono tutti dati della superiore qualità del fascismo – perfetta sintesi della civiltà italiana – rispetto alle brutture dello stalinismo. È la rivincita sui cinici compagni alla Togliatti, ma dura poco. Il 25 luglio trascina con sé la rivista: Bombacci potrebbe attendere gli eventi, magari rifarsi una verginità politica.

Non è nel suo costume. Nel meriggio di Salò, tra il cupio dissolvi di un mito, riemerge la barba ormai canuta del vecchio rivoluzionario, legato al decadente duce da un legame che taglia i decenni e gli odi con la forza della politica. Tra i pochi a dare del tu a Mussolini, Bombacci lega ai destini della repubblica sociale i suoi ultimi sforzi, affascinato dalla sintesi fuori tempo massimo della socializzazione, mina sociale che dovrebbe unire le masse lavoratrici all’ultima ridotta del fascismo.

Utopia, mentre tutto crolla. Ed è l’utopia, quella della rivoluzione fuori e contro ogni dogma, l’elemento politico che davvero segna la vita di Bombacci. Mussolini, stando con la definizione di Nenni, è un ribelle con volontà di comando, un agnostico in grado di piegare la teoria alla prassi in qualunque circostanza. Conscio di aver sacrificato i lavoratori per il potere, consapevole in fondo di aver tradito il socialismo romantico appreso dal padre e amato in gioventù, il duce tenta fuori tempo massimo di conciliare sul serio classe lavoratrice e patria, socialismo e nazione. In questa utopia, Bombacci si fionda nonostante tutto, perché ai dogmi e ai professorini elucubranti ha sempre preferito l’azione e il contatto diretto con le masse operaie, le stesse che nella primavera del 1945, a pochissimi giorni dal crollo, vanno in migliaia ad ascoltarlo… perché è ancora e sarà sempre uno di loro. 

Nicolino e Benito, sessantenni invecchiati, insieme all’alba del novecento e insieme, un’ultima volta, sulle rive del lago di Como in un caldo fine aprile del 1945, a morire a distanza di pochi metri travolti dalle passioni e dagli odi che loro stessi avevano cavalcato e diretto per anni. Una fine da romanzo, quella che lega il duce del fascismo e il fondatore del partito comunista, tipicamente romagnola e ammantata da quella carica di umanità squisitamente italiana. 

A Piazzale Loreto Bombacci verrà definito “supertraditore”, nello scempio da macelleria messicana. Al netto delle definizioni, parlano chiaro i documenti e le tracce di un rivoluzionario sincero e di un uomo in grado di passare da Lenin a Mussolini senza mai macchiarsi di intrighi, manovre e machiavellismi. Forse ingenuo, sicuramente sincero, Nicolino parla ancora attraverso il meritevole lavoro di Andrea Scaraglino. In questi tempi di ridicola censura, una figura come la sua non può che essere studiata.