Il tempo presente ha davvero bisogno di exempla sui quali poter tornare a costruire, nel deserto nichilistico in cui viviamo, un’azione effettivamente latrice di storia. Sotto il profilo politico, si avverte la necessità di un ripensamento degli assunti teorici attorno ai quali si sono divise le famiglie ideologiche negli ultimi decenni. Assistiamo stancamente ad un déjà vu teorico, incapace di incidere sulla prassi politica. Eppure, nella società si sono verificate, con una accelerazione senza precedenti, trasformazioni profonde dei rapporti economico-politici. I test elettorali, in molti paesi d’Occidente, hanno evidenziato che il clivage attuale, non è più individuabile nell’opposizione dicotomica destra-sinistra, ma nel contrasto di esclusi-inclusi, caratterizzante il mondo globalizzato. Dato questo contesto storico, giudichiamo rilevante l’ultimo libro di Gennaro Malgieri, Corridoni, da poco comparso nel catalogo della Fergen editrice (per ordini: info@fergen.it, euro 10,00).

Si tratta della biografia intellettuale del noto sindacalista rivoluzionario, snella e di agevole lettura. Corridoni fu un innovatore del pensiero politico nel primo decennio del Novecento e, pertanto, riteniamo, a buon diritto, debba essere annoverato tra gli exempla cui si dovrebbe guardare con estremo interesse. L’importanza del libro di Malgieri va colta nella contestualizzazione storica della prassi politica corridoniana, connotata da tratto profetico. La presentazione del personaggio, inoltre, prescinde da ogni sterile esaltazione agiografica. L’autore, infatti, opera sul dato storico obiettivo, lavorando in modo oculato sui documenti. Durante il Ventennio, Corridoni fu esaltato. Il paese natale, Pausula nelle Marche, prese il nome di Corridonia. Ciò avvenne in quanto la notorietà del sindacalista fu conseguenza diretta della morte eroica, incontrata dal giovane nella «Trincea delle Frasche», presso San Martino del Carso, nel 1915.

corridoni

Per comprendere il valore dell’azione teorico-politica di Filippo Corridoni è bene muovere da un’affermazione di Alceste De Ambris, valida per un’intera generazione di socialisti rivoluzionari e nazionalisti:

Abbiamo infranto le pastoie di tutte le formule, siamo gli eretici di ogni dogma, neghiamo qualsiasi teoria che giustifichi od imponga l’inerzia (p. 77).

Quest’affermazione apodittica dovrebbe fungere da stimolo anche oggi, dato il tratto predatorio assunto da certa borghesia transnazionale e dai poteri che ne tutelano gli interessi. Il sindacalismo corridoniano, infatti, era il:

risultato della contemperanza tra l’elemento volontaristico-spirituale […] e delle ragioni preminentemente materiali del proletariato italiano (pp. 27-28).

Corridoni era, inoltre, convinto che il proletariato potesse salvarsi dai processi corruttivi che la società borghese realizzava, attraverso il conseguimento dell’autosufficienza dei lavoratori. Questi avrebbero dovuto proporsi quali artefici del loro stesso riscatto, senza far conto su altri. Il «sindacato di mestiere» avrebbe dovuto configurarsi come uno Stato nello Stato e, secondo gli insegnamenti di Enrico Leone, ciò avrebbe mondato il socialismo dalle scorie del parlamentarismo e del riformismo.

Corridoni iniziò la propria ‘carriera’ rivoluzionaria nel 1905 quando, trasferitosi a Milano per trovato impiego presso le officine «Miani&Silvestri», entrò nel vivo del dibattito teorico rivoluzionario e fece esperienza diretta della prassi sindacale. Su di lui agì la lezione soreliana relativa alla violenza, che lo indusse ad individuare il «mito» capace di mobilitare le energie del proletariato, nello sciopero generale. Egli, con altri sindacalisti rivoluzionari, ebbe l’occasione storica di saggiare la veridicità di tali posizioni, con la proclamazione dello sciopero del 7 settembre 1904. Il risultato più significativo di quelle giornate, come comprese Labriola, fu:

quello di aver dimostrato alle masse dei lavoratori che cinque minuti di azione diretta valgono almeno cinque anni di chicchere parlamentari (p. 39).

Nel medesimo frangente storico, Corridoni aderì agli ideali antimilitaristi difesi dal francese Gustave Hervé. Fondò il foglio Rompete le fila! che, dopo dieci numeri, fu soppresso dalle autorità e il suo fondatore rinchiuso in carcere. Con lo sciopero dei contadini parmensi, guidati da De Ambris nel 1908, ed il conseguente fallimento dell’agitazione, Corridoni fu costretto all’esilio in Svizzera.

Filippo_Corridoni_durante_un_comizio_interventista_a_Pavia

Era già maturata in lui, sotto la spinta delle suggestioni soreliane, ma anche per la significativa valorizzazione della ‘democrazia diretta’, esito del suo incontro con Giuseppe Rensi, l’idea che:

Il Quarto Stato […] avrebbe dovuto essere […] il continuatore della funzione rivoluzionaria, politica e sociale della borghesia (p. 46).

Lungo tale direttrice ideale, le istanze teorico-pratiche del sindacalismo rivoluzionario si incontrarono con quelle del nazionalismo di Corradini. Una prima occasione di superamento degli steccati ideologici, la si ebbe poco prima della guerra di Libia. Più tardi, nei mesi radiosi dell’interventismo, tale processo pervenne ad effettiva conclusione: gli interessi di classe si saldavano con quelli della nazione. La «Grande proletaria» era finalmente in cammino. Corridoni, in questa circostanza, non dimenticò di essere un soreliano. Pertanto, abiurati gli ideali antimilitaristi, lesse la guerra quale grande opportunità rivoluzionaria, capace di destrutturare dall’interno il capitalismo, facendo emergere le sue contraddizioni.

Prima di arruolarsi volontario, lasciò quale testamento spirituale, il volume Sindacalismo e Repubblica. Le sue pagine mostrano come egli, da tempo, non badasse più alle appartenenze: il suo operare era mirato all’avvenire. Propugnava, infatti, la nascita di una Federazione delle Province italiane, cui demandare gli attributi statuali, in funzione antimonarchia. L’economia, al fine di spingere la borghesia «protetta» al rischio e alla rinuncia al privilegio, doveva fondarsi sul libero mercato. Si sarebbero dovute istituire polizie municipali, attente ai bisogni dei cittadini. Contro l’ingerenza educativa dello Stato e della Chiesa, fece appello alla scuola libera e mirò a realizzare la democrazia diretta, perseguibile con l’istituzione del referendum e del diritto di iniziativa e di revisione delle leggi, demandato al popolo.

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Dalle proposte di Corridoni si evince come egli mirasse al ripristino della Comunità. I mali contro i quali si spese generosamente durante l’arco della sua breve esistenza, sono individuabili nella vocazione predatoria, non solo di beni materiali ma anche di identità culturali, propria della borghesia capitalista e nell’atomismo sociale, da questa imposto. Una lezione da meditare di fronte alla realtà liquida dei nostri giorni.