“Thalatta! Thalatta! Il mare! Il mare!”

Il colonnello di fanteria della Heer, con il volto cotto dal sole, ricoperto di polvere dalla testa ai piedi ma saltellante euforico di gioia, è in vena di celebri citazioni dotte. Come i guerrieri greci di 2400 anni prima di fronte alle acque del Mar Nero, loro salvezza, le avanguardie terrestri dell’esercito di Hitler sfiorano l’impossibile. L’impossibile che ora, a fine agosto del 1942, può essere possibile. L’impossibile possibile è aver superato il fiume Kuban, ed avere a portata di mano la conquista dei porti sovietici di Novorossisk, Tuapse, Soci, Sukhumi, Batumi.

“Thalatta! Thalatta!” Come Senofonte; Senofonte urla alla radio.

La fantasia strategica fa sognare soldati e generali tedeschi: scendere dal Caucaso, calare in Mesopotamia, prendere alle spalle gli inglesi, aspettare Rommel dall’Egitto, vincere.

“Guten Morgen, Feldmarschall, la stavamo aspettando.”

Sogno bellico-caspico di una notte di mezza estate. Dall’altissimo comando, ovvero dal Führer in persona chino sulle mappe nel quartier generale in Ucraina, la tana del Werwolf – il lupo mannaro, arrivano i piani ululati per il Gruppo d’armate Sud con gli ambiziosi obiettivi del Donbass, del Kuban, del Caucaso e di Stalingrado, la trappola mortale di tutto il fronte dell’est. Fa caldo, caldissimo, l’aria è immobile malsana fradicia nella tana del lupo mannaro; Hitler suda e ha i brividi, gli occhi sono liquidi nella penombra afosa di umidità e zanzare, i generali lo guardano preoccupati, si guardano tra loro in ansia. Il Führer ha la febbre alta, da cavallo, 40 ° sulla fronte che arde, ma il lupo mannaro anche se bollito e di pessimo umore, non demorde, tutt’altro, è come pervaso da nuova esaltazione, ottimista ed aggressivo, è convintissimo dell’imminente crollo russo e della disfatta di Stalin, quello è un altro momento fatale per il destino del mondo.

Direttiva N.45 – modifica all’Operazione Blau in corso – massima urgenza – a tutti i comandanti delle armate del Gruppo Sud – il Gruppo d’armate Sud si dovrà dividere in due gruppi più piccoli – Gruppo Armate A con obiettivo il Caucaso e dilagare fino ai pozzi di Baku sul Caspio: operazione Edelweiß, stella alpina – Gruppo Armate B con obiettivo il Volga e Stalingrado: operazione Fischreiher, airone – avanti fino alla vittoria finale per il destino della Germania e del Reich millenario.

 Ja, concentriamoci nel settore più meridionale del Gruppo armate A: dunque si devono azzannare i pozzi petroliferi ceceni ed azeri. Insieme di temerarie azioni simultanee senza prendere fiato come lui ha comandato. Per dilagare fino a Baku sul Caspio con le truppe bisogna agire conquistando la costa orientale del Mar Nero e neutralizzare la flotta sovietica lì ancorata e contemporaneamente scagliare una forza celere nell’area di Groznyj per succhiare il petrolio e sempre nello stesso tempo le divisioni alpine conquisteranno i passi del Caucaso e le alture più strategiche, controlleranno la strada militare dell’Ossezia e poi quella della Georgia, si affacceranno dall’altra parte della grande catena montuosa, scenderanno giù, scalceranno i russi, e allora via, largo all’immaginazione dei feldmarescialli della Wehrmacht e al flusso di coscienza ucronica, Tbilisi la georgiana e Baku l’azera, un mare di petrolio, i panzer bevono e dissetati rombano come non mai, la Turchia si allea ai tedeschi, Istanbul presenta la dichiarazione di guerra all’ambasciatore di Mosca, i tedeschi scendono in Mesopotamia, Asia, cammelli – mezzalune – scimitarre – caravanserragli – svastiche, gli inglesi si ritirano dall’Iran e dall’Iraq, gli americani non possono più aiutare l’URSS, Baghdad filonazista, Teheran pure, non solo mare di petrolio ma oceano infinito nero, i panzer hanno i serbatoi pieni per anni e anni, ora i Tiger nuovi di fucine del Reich ruggiscono nelle piste del deserto, cade l’Egitto, Suez è di Rommel, incredibile pazzesca fantastoria in ritmo mozzafiato ma poteva andare davvero così, il fronte russo si unisce al fronte nordafricano in Medio Oriente, l’Afrikakorps brinda con un boccale di birra gelida assieme a Barbarossa, è la vittoria assoluta, “le porte del Caucaso sono aperte, si avvicina l’ora in cui le truppe tedesche e le truppe del vostro imperatore si incontreranno in India” dice profetico malaugurio il generale Ruoff all’ufficiale generale addetto militare del Sol Levante sul ponte sopra il Don alle porte di Rostov, un giorno di fine giugno di quel 1942 ancora tutto da giocare.

Un soldato tedesco della Wehrmacht trattiene un cammello per le briglie

Rumore di stridere di freni di carro armato: fermi tutti, stop, fermiamoci qua sotto il sole cocente di 50° all’ombra, nella polvere della steppa dei calmucchi; siamo d’innanzi alla maestosità del massiccio dell’Elbrus, re della catena del Caucaso, cupola bianca di metri 5.642. Là dove osano le aquile, vola una Cicogna della Luftwaffe. A bordo del ricognitore, ci sono i capitani Groth e Gämmerler, rispettivamente della 1. e 4.divisione Gebirgsjäger – cacciatori di montagna, alpini tedeschi. Il pilota sorvola il massiccio e i due ufficiali alpinisti sono appiccicati ai finestrini, a bocca aperta per la meraviglia. Pareti a strapiombo precipitano per oltre un chilometro in valli sconosciute, la luce del sole fa brillare i ghiacciai dei giganti, il monte Ushba fiero si alza sugli Svaneti, laggiù a Krugosor, quota 3000, sono in corso violenti scontri per la conquista del vecchio castello da caccia dello zar. La perlustrazione aerea ha lo scopo di individuare il percorso migliore per prendere il controllo del fianco occidentale e meridionale del monte Elbrus. Il piano del generale Rudolf Konrad, comandante del corpo d’armata alpino, prevede di inviare un’esigua ma combattiva forza su per la montagna per poi farla scendere nella valle del Baksan e così proteggere il fianco tedesco composto dal grosso delle divisioni Gebirgsjäger. La Cicogna ronza attorno all’enorme cupola bianca e i due capitani si lanciano un’occhiata complice. Che impresa epica sarebbe riuscire a scalare la vetta più alta della catena del Caucaso, per i due alpinisti vorrebbe dire la più grande avventura della loro vita. Anche se c’è la guerra e se ci sono i russi, i due sognano ad occhi aperti … chissà che non si presenti l’occasione!

Vengono selezionati gli alpinisti più esperti delle divisioni di montagna a disposizione del generale Konrad. È una compagnia ultra-speciale composta da abili scalatori e guide alpine, alcuni tra loro prima della guerra hanno compiuto imprese anche sulla catena dell’Himalaya. Equipaggiamento di corde e picozze, mortai e le nuove mitragliatrici MG42, sputafuoco micidiali che con un ritmo di tiro impressionante divorano metri e metri di nastri di munizioni e falciano intere compagnie sovietiche d’assalto, una dopo l’altra, senza sosta, senza pietà. I cacciatori tedeschi, a proprio agio tra rocce a strapiombo e crepacci, si muovono ad oltre 4.000 metri di altezza e conquistano il fianco occidentale e meridionale dell’Elbrus, come è stato ordinato loro. Allestiscono il campo sul passo Khotyu-Tau a 3.500 metri di altezza, che domina la valle di Baksan; davanti agli alpini si presenta il palcoscenico caucasico con la vetta dell’Ushba, il gigantesco ghiacciao dell’Assau e poi lui, sua maestà l’Elbrus, possente colosso che risplende toccando le nuvole. Scende la notte e l’infinità di stelle brillano sulla cima del monte, gli uomini del capitano Groth bevono schnapps austriaca e sognano la scalata. Groth è con loro, decide di trasformare il sogno in realtà. Ha il permesso del generale Konrad. L’alto ufficiale autorizza la conquista della vetta a due condizioni. La prima, ovvia, è che non ci siano nemici nei paraggi o altri compiti di guerra più gravosi. La seconda è che partecipino alla spedizione sia elementi della prima divisione da montagna “Edelweiss”; con simbolo della stella alpina, sia i soldati della quarta divisione da montagna “Enzian”; con simbolo della genziana. Il capitano Gämmerler della quarta affianca il capitano Groth della prima. È giusto, le due unità d’élite competono tra loro, ma la sana rivalità militare e sportiva è un conto, il risentimento è un altro: parteciperanno rappresentanze di ambedue le divisioni, se ci sarà il successo, sarà condiviso. Di russi, a ferragosto tra le cime, nemmeno l’ombra. Nessun ulteriore ordine da valle. Bene, si può procedere: saliranno in ventitré. I capitani si sorridono abbronzati, spezzano una tavoletta di cioccolato, se la dividono, un brindisi e giù un ultimo sorso di schnapps, si scambiano una stretta di mano. Gebirgsjäger! Tenetevi pronti, si sale! I primi a muoversi sono i ragazzi del plotone trasmissione del tenente Schneider che si devono caricare in spalla pesanti attrezzature. A loro il compito dell’avanscoperta. Quota 4.200, halt! Gli alpini si accucciano tra le pietre. Cosa diavolo è quella costruzione tra la neve? Schneider osserva con il binocolo; anche noi. A cento metri di distanza appare come un miraggio tra il grigio delle rocce e il bianco dei ghiacci un bizzarro edificio in cemento armato, interamente rivestito di alluminio e a forma ovale. Sembra un dirigibile infilatosi nella montagna, o addirittura un’astronave atterrata da chissà quale galassia. Non pensavamo, ma ci sono gli alieni nel Caucaso!

Il rifugio Приют 11

È in realtà il grande rifugio Приют 11, l’albergo più alto d’Europa, il Cremlino delle nuvole, costruito nel 1938 e inaugurato l’anno successivo dalla Intourist, l’agenzia di viaggio dell’Unione Sovietica voluta da Stalin e il cui staff è composto da guide turistiche del NKVD, la polizia segreta. Prima della guerra l’unico modo per entrare in URSS da visitatore è tramite l’Intourist.

“L’Intourist sta al turismo, come l’indigestione sta alla digestione.” Qualcuno ebbe da dire.

Achtung! Con il binocolo del tenente Schneider ci accorgiamo che il rifugio non è deserto. Davanti all’ingresso c’è una sentinella russa. L’ufficiale dà l’ordine di aggirare l’astronave Приют 11. Quatti tra le rocce e armi in pugno, i cacciatori di montagna la circondano. Si alza il vento, nevica sempre più forte.

Teufel! Ma cosa ci fa il capitano Groth laggiù?!? Sta camminando da solo sulla neve tutto tranquillo verso l’albergo, non ha visto che ci sono i nemici. Sbucano dall’ingresso due uomini armati di pistola mitragliatrice Shpagin con i colbacchi in testa. Echi di ordini gridati in russo nella pietraia. Il capitano è con le mani in alto, gli prendono la Luger, lo spingono dentro l’astronave Приют 11.

Scheiße! E adesso? Schneider studia il da farsi, ordina di prepararsi al blitz. Ma improvvisamente ecco di nuovo Groth. È uscito fuori dal rifugio, accompagnato da undici uomini dell’Armata Rossa: l’intera guarnigione sovietica lasciata lassù a guardia del tetto dell’URSS. Con il binocolo guardiamo il capitano sorridere e parlare calmo ai soldati nemici, gesticola, indica le rocce dove sono appostati i ragazzi di Schneider e più sotto dove una colonna in cordata sta risalendo il pianoro. Quella volpe sta bluffando, sta raccontando ad un ufficiale russo che parla il tedesco che quella è solo l’avanguardia di forze molto più ingenti e che la loro posizione a difesa del gigante d’alluminio Приют 11, è indifendibile. Guardiamo i sovietici. Hanno la pelle scura, gli occhi a mandorla, sono kirghisi del 1.distaccamento speciale da montagna, tre ufficiali e otto soldati in tutto che si guardano attorno, agitati. Gettano le armi ai piedi del capitano tedesco. Il rifugio è conquistato senza sparare un sol colpo. I kirghisi sembrano contenti di arrendersi. Accolgono i nuovi ospiti dell’albergo Приют 11 con calore, improvvisano nella sala da pranzo un banchetto con tè, dolci, vodka. In cambio della resa, Groth consente ai kirghisi di andarsene liberamente, quattro di loro si offrono di rimanere con i tedeschi come portatori. Che lusso quel bizzarro Приют 11 … un palazzo delle nevi in grado di ospitare oltre 100 persone, con docce, una cucina attrezzatissima, un magazzino ben fornito, un osservatorio meteorologico con lunga antenna radio sul tetto, 40 accoglienti calde camere con i letti pronti, pavimenti in parquet … una pacchia, una vacanza. Il calendario nella sala da pranzo dove i cacciatori di montagna fanno festa segna il 17 agosto 1942. Groth e Gämmerler ordinano per il 18 giornata di riposo, la truppa si deve acclimatare in vista della scalata. Ma la salita si deve ancora rimandare: tempesta estiva di neve il 19 e il 20; gli alpinisti se ne stanno rintanati a bivaccare al calduccio.

Alpinisti tedeschi si riposano durante la Battaglia del Caucaso

21 agosto ’42, finalmente ci siamo, le gambe sono pronte, il tempo è mite. Groth è alla testa di una cordata di sedici uomini, Gämmerler è a capo di altri cinque. Al rifugio rimangono in due a tenere il forte. Ma già dalle prime ore dell’alba un vento caldo dal Mar Nero fa alzare una spessa nebbia. Non si vede un palmo dal naso, si procede nell’ignoto grigio. Quota 5.300, si è in alto. Una piccola capanna offre un poco di riposo agli scalatori. La temperatura scende di botto, 30° sotto lo zero, clima artico. Si riprende la marcia, ora davvero dura perché scoppia la bufera gelida. I volti degli alpinisti sono ricoperti di bianco, congelati. Dieci metri scarsi di visibilità. Fiato corto, un passo dopo l’altro, piano, piano, in colonna, affondando fino al ginocchio nella neve. Il vento strilla ghiaccio, punge le facce, graffia le guance. Groth raschia la brina dall’orologio, sono le 11 di mattina. Il capitano alza la testa: rimane un’ultima parete ghiacciata spazzata dalla tempesta. Forza, ancora uno sforzo. S’arrampicano vincendo la montagna e l’uragano del Caucaso. Il capitano Gämmerler è il primo della spedizione a poggiare il piede sul punto più alto della vetta: quota 5.621. Dall’altra parte c’è lo strapiombo vertiginoso; quella dunque non può che essere la cima! Il maresciallo capo Kümmerle della 1a divisione pianta la bandiera di guerra del Terzo Reich e poi vengono conficcati i gagliardetti della 1a e 4a divisione, con i fiori della stella alpina e della genziana. Una dolce vittoria, non con il solito triste punteggio in morti accoppati, ma di sport e montagna.

Soldati tedeschi sulla cima del Monte Elbrus

Peccato che successivamente, un noioso guastafeste, il giornalista dottor Rummler, pedante precisino puntiglioso esperto di altimetria, interviene a gamba tesa dichiarando che in realtà la bandiera conficcata dal maresciallo Kümmerle sia venti metri più sotto del punto più alto dell’Elbrus. Record nullo. Ma per la propaganda è comunque una manna. Il dottor Goebbels gongola. Cinegiornali Die Deutsche Wochenschau glorificano la conquista dell’Elbrus nelle sale del Reich, grande risalto internazionale, articoli sul magazine nazista Signal con racconti e fotografie: tutti, in Germania, nei paesi alleati, in quelli occupati e in quelli nemici devono sapere cosa hanno compiuto i valorosi Gebirgsjäger di Hitler. Eppure il Führer s’imbestialisce. Verosimilmente, ce lo si immagina isterico viola di rabbia mentre spezza la matita, getta i pezzi sul tavolo delle mappe e sfuria:

“Idioti! Giocano in montagna! Inseguono i loro stupidi hobby nel bel mezzo di una guerra! Trascinerei quegli sciagurati, quegli scalatori pazzi davanti ad una corte marziale! Invece di combattere se ne vanno a fare le gite, ad occupare un’inutile vetta mentre io avevo espressamente ordinato di concentrare tutti gli sforzi su Sukhumi! Cretini!”

Anche noi sappiamo bene di come quella scalata sia stata assolutamente inutile dal punto di vista strategico e militare. E benché i tedeschi non siano i primi ad essere arrivati fin lassù, rimane una grande sfida sportiva compiuta mentre migliaia di metri sotto infuriano le battaglie mondiali; quella dell’Elbrus è un’avventurosa parentesi alpinistica senza tragedie di sangue in uno scenario storico di massacri e disastri. I capitani alpinisti Groth e Gämmerler si abbracciano sopra il Mondo, nell’impresa così inutile eppure così bella.