Nella seconda metà del Settecento, soprattutto grazie alle scoperte archeologiche di Joachim Winckelmann, l’immaginazione e la riflessione sulla classicità vennero notevolmente stimolate. L’esperienza archeologica del tedesco e la sua competenza in materia di storia dell’arte modellarono un pensiero estetico che rivolgeva lo sguardo alla classicità. Lo stesso elemento classico si inserì nella riflessione politica e culturale dell’epoca, nonché morale. Così il criterio estetico per eccellenza nelle arti figurative tornò ad essere quello classico, come si può notare nelle opere di Canova e David, massimi esponenti dell’arte neoclassica. E’ in questa maniera gli scritti di Winckelmann vennero considerati come il manifesto artistico di quel periodo in cui il ‘classico’ rappresentava la vetta più alta mai raggiunta dall’essere umano nell’ambito artistico: proporzionato è bello, bello è sinonimo di armonia sia interiore che esteriore. Ma la riscoperta della classicità non si limita all’arte: anche la politica viene messa a confronto con la ‘vecchia-nuova’ pulsione. La civiltà greca e la Roma repubblicana permeano le azioni giacobine in Francia, fino a diventare vessillo di una nuova politica nascente, e non solo, includendo l’estetica della vita quotidiana dell’ultimo Settecento e del primo Ottocento. Il bello classico è il bello dell’Illuminismo, della razionalità, un bello assoluto frutto di armonia tra sentimenti e scienza e che si fa strumento di un’attenta indagine della Natura. Un ritorno a regole estetiche rigide viene mascherato dalla chiarezza, semplicità e autenticità proprie del mondo classico, che non possono fare a meno di accompagnarsi con ideali quali virtù, onestà, la buona politica volta al bene della collettività fondendo la sfera politica, artistica e morale.

Sono anche gli stessi anni dello Sturm und Drang, del primo Romanticismo e della nuova sensibilità quasi malinconica degli intellettuali del periodo, sono gli anni in cui il Nulla si contrappone all’Assoluto, in cui l’armonia della bellezza ideale viene offuscata dall’inquietudine dell’individuo creando un rapporto dialettico tra le passioni umane che si riversa nel dibattito culturale di quegli anni. Le posizioni sono varie, e il contrasto tra antico e moderno coinvolge personalità come Schlegel, Schiller, Victor Hugo. E’ con questo retroscena che prende vita il dibattito sul ‘Neoclassicimo’ in Italia,  di cui l’intellettuale Pietro Giordani si fece arguto portavoce, un ritorno che, almeno in Italia viene contrastato dall’affiorare della poesia romantica straniera (inglese e tedesca in particolare), e a cui la baronessa Madame de Staël invita gli artisti italiani a guardare per uscire, a suo avviso, dai limiti a cui li costringeva una presenza massiccia della cultura classica in ambito letterario. Madame de Staël pubblicò nel 1816 sulla rivista milanese ‘Biblioteca Italiana’ un articolo intitolato ‘Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni’, in cui sosteneva che gli italiani avrebbero dovuto accingersi a tradurre la recente poesia anglosassone e tedesca per ‘svecchiare’ la loro letteratura e abbandonare la ‘mitologia’, troppo legata alla cultura classica, in quanto essendo l’italiano la lingua ideale ad esprimere concetti in poesia ,risultava sprecato essendo tradotta in territorio italiano solamente poesia classica, tralasciando qualunque avvicinamento alla modernità.  ‘’Vi è oggidì nella Letteratura italiana una classe di eruditi che vanno continuamente razzolando le antiche ceneri, per trovarvi forse qualche granello d’oro…’’

Ovviamente l’accusa di arretratezza suscitò non poche reazioni, coinvolgendo come già detto intellettuali come il Giordani e Giacomo Leopardi. La posizione di Giordani è chiara: la perfezione artistica è stata raggiunta dagli Antichi, ed è attraverso l’emulazione di questi che gli artisti italiani hanno raggiunto il loro alto livello, che verrebbe ‘contaminato’ e ‘offuscato’ dal contagio della poesia straniera. Inoltre ci sono pareri europei che gli danno ragione, già Schiller nel 1800 aveva pubblicato un saggio ‘Sulla poesia ingenua e sentimentale’ , in cui affermava che l’uomo si fosse allontanato dall’autenticità dello stato di natura e non fosse più in grado di approcciarsi con essa, poiché la civilizzazione ha fatto sì che il desiderio originale di armonia con la Natura venisse deviato. Il concetto è simile a quello rousseauniano.

 Il dibattito è sempre più acceso, e d’altra parte l’oggetto è complesso: come riuscire ad unificare la perfezione classica con le nuove sfumature della società moderna?. Così si esprime Hugo, includendo la dimensione religiosa: ‘ Fino ad allora (l’avvento di una società nuova e cristiana)la musa puramente epica degli antichi, comportandosi in ciò come il politeismo e la filosofia antica, non aveva studiato la natura che sotto un unico aspetto, escludendo senza pietà dell’arte  pressoché tutto quello che, nel mondo sottoposto alla sua imitazione, non si accordava con un tipo determinato di bello. Tipo sulle prime magnifico, ma fattosi negli ultimi tempi falso, meschino e convenzionale. Il cristianesimo conduce la poesia alla verità. Con esso la musa moderna vedrà le cose sotto un aspetto più elevato ed ampio.’’ Hugo cerca una sintesi tra perfezione artistica e il ‘grottesco’ che necessita di esprimere la letteratura moderna.