Le fronde picchiano come fruste ogni parte del corpo, le foglie sono lame affilate tinte di rosso. Giù per la scarpata! Un’altra fuga nell’ignoto, un’altra corsa verso l’oblio: «rat-tat-tat-tat». Scappa! Fiati ansimanti corrodono la giungla. I passi dell’inseguitore rimbombano tra le montagne, i cuori si stringono, striminziti: un solo ramo spezzato ti condannerà alla morte. Giù al villaggio hanno preso gli uomini: li hanno fatti accomodare su un palo appuntito, volevano che tutta la comunità assistesse alla lenta agonia dell’umanità. L’immagine di una verga spuntata che fa capolino dalla trachea dei padri non abbandonerà più la gioventù. L’infanzia è spazzata via per sempre. Gli occhi dei ragazzi si annacquano d’odio, il pianto è strozzato dall’incombenza dei fucili.

Semuc Champey, paradiso in terra

L’abbondanza storico-naturalistica pone ai vertici dell’economia guatemalteca il turismo. Il 2014, ultimo anno disponibile per i dati INGUAT (l’istituto nazionale per il turismo), ha visto crescere notevolmente l’afflusso di visitatori in Guatemala rispetto agli anni precedenti, alimentando un sistema che nella gran parte dei casi non è affatto responsabile e rispettoso delle comunità Maya locali, bensì predatorio: in molti casi il viaggiatore giunge in queste terre convinto che la sua semplice presenza costituisca una spinta all’economia locale, elargendo indiscriminatamente denaro e contribuendo ad acuire diseguaglianze sociali che in Guatemala esistono e non sono affatto aiutate da questo turismo di massa in via di definizione. I backpackers affollano le piste più battute del paese, tronfi dell’autoconvincimento di rappresentare l’ultimo baluardo capace di opporsi al fenomeno della mercificazione del viaggio, senza in fondo rendersi conto di esserne soltanto le ultime vittime in ordine temporale: ostelli a basso costo e guesthouse spesso gestite da americani o europei costituiscono un’invisibile barriera tra queste orde di viaggiatori e la popolazione locale, una bolla dove si replicano dinamiche identiche rispetto a quelle della quotidianità occidentale. Mentre gli incalliti podisti dell’ennesima universalis fictio si aggirano trascinandosi per l’etere del centroamerica, larghissime fasce della società civile rimangono schiacciate sotto il giogo di un oscuro e crudele passato. Il sangue scende ancora a rivoli, silenzioso, sul suolo guatemalteco.

Il Guatemala della seconda metà del novecento è un laboratorio di crudeltà, feroce epilogo di secoli scanditi dal silenzio degli oppressi e dal tuono del padrone. Il lascito dei primi conquistadores provenienti dalla povera regione spagnola dell’Extremadura è un sistema feudale fondato sulla proprietà dinastica della terra, basata su forti discriminazioni razziali. Ciò che agli albori della colonizzazione spagnola era stato concepito come encomienda (sistema di spartizione della terra destinato ai soldati di Hernan Cortès, Francisco Pizarro e degli altri condottieri iberici) sarà in seguito conosciuto come latifondo, finca, campo di lavoro. L’indipendenza guatemalteca non ha intralciato questo cortocircuito storico e chiunque abbia provato negli anni successivi a spezzare tale schema è stato piegato, deriso, umiliato, spazzato via come una pagliuzza nell’impetuosa fiumana che il capitalismo moderno rappresenta.

Carta geografica del Guatemala risalente al 1902

Carta geografica del Guatemala risalente al 1902

Dieci anni di luce in un secolo di tenebre: è la rivoluzione democratica di Juan José Arevalo prima e di Jacobo Arbenz Guzmán poi, eletti dal proprio popolo e ultimi fallaci oppositori del latifondista fagocitante, della tracotanza dei padroni e di quell’usuraio che Ezra Pound definisce senza remore «idra dalle sette teste, che tutto permea». Gli anni ’40 stanno volgendo al termine, è giunto il momento di una svolta nel piccolo Stato centroamericano: in Guatemala 22 famiglie possiedono mezzo milione di ettari di latifondo, il 2,2% dei proprietari terrieri detiene il 70,5% delle terre coltivabili. La sola United Fruit Company ne possiede il 25% e conta i profitti mentre umilia i lavoratori nelle proprie fincas.

Arbenz è laconico, ha un sogno:

la concentrazione della terra nelle mani di pochi, non solo limita la funzione sociale della proprietà, ma determina anche una considerevole sproporzione tra i molti contadini che non la possiedono, nonostante la loro capacità di farla produrre, e i pochi proprietari terrieri che la possiedono in quantità eccessiva, senza coltivarla in tutta la sua estensione o in una proporzione che ne giustifichi il possesso.

SLAP! Una piccola Repubblica grande appena quanto il Tennessee assesta uno schiaffo al gigante statunitense. Siano espropriate le terre degli usurpatori, nazionalizziamo! La Loy de reforma agraria colpisce i latifondi la cui superficie superi i 270 ettari, limitandosi all’espropriazione dei terreni incolti e alla concessione di un indennizzo determinato sulla base dei valori imponibili dichiarati dai latifondisti al maggio 1952. Valori effimeri.

La United Fruit Company perde il 64% delle aree coltivabili di sua proprietà mentre circa 1 milione di ettari vengono redistribuiti tra 140mila famiglie: quasi mezzo milione di persone beneficia direttamente dell’enorme manovra redistributiva della ricchezza messa a punto dal Governo Arbenz. Non è tutto: prima del 1954 i prestiti avevano tassi fino al 90%, mentre con l’istituzione del nuovo “banco nacional agrario” questi vengono calmierati a livelli tra il 4 e il 6%. Quell’usura definita da Le Goffe come “vampiro della società cristiana” è momentaneamente sedata.

Maria Cristina Vilanova e Jacobo Arbenz Guzman

Maria Cristina Vilanova e Jacobo Arbenz Guzman

Nel 1938 Arbenz aveva sposato la bella Maria Cristina Vilanova, figlia di un ricco latifondista salvadoregno. Nonostante le sue nobili origini e le forti resistenze familiari, Maria Cristina sceglie la via del socialismo: dietro la riforma di Arbenz ci sono genio, ardore e passione di una donna che su ammissione dello stesso Presidente ebbe un’influenza unica sullo stesso. La voglia di rovesciare un sistema politico incarnito sulle disuguaglianze di classe unì fino alla morte due personalità piuttosto differenti, accomunate dallo stesso amore per la propria gente: quanti nella storia dell’umanità hanno rinunciato a 700 ettari di terra pur di approvare una riforma agraria che colpisse i landlords? Jacobo Arbenz Guzman e Maria Cristina Vilanova mostrano i denti alla fiera statunitense, la risposta alle pressioni USA inviata al Dipartimento di Stato dall’ambasciatore a Washington, Gulliermo Toriello è un inno all’autodeterminazione dei popoli:

La legge di riforma agraria […] costituisce un atto di sovranità irrevocabile, per il quale il Governo del Guatemala non potrebbe considerare, né ora né in futuro, la possibilità di convertire questo tema in materia di discussione internazionale. […] La Compañia agricola de Guatemala si trova in una situazione migliore o uguale a quella di tutti gli altri agricoltori nazionali […]. In conlcusione la Compañia agricola de Guatemala conserva in suo potere estensioni di terra ragionevolmente sufficienti per continuare con profitto le proprie attività agricole, aumentare le colture o sottoporre le terre a rotazione nel caso o in previsione di malattie, senza che si possa intravedere alcun pericolo per il proseguimento delle sue operazioni né per lo sviluppo dei suoi affari.

J.F Dulles e Dwight Eisenhower

J.F Dulles e Dwight Eisenhower

Il polpo, nomignolo affibbiato all’UFC data la mole di proprietà da questa controllate (ferrovie, porti, centrali elettriche tra le altre) è stato mutilato, si contorce furiosamente. A Washington il clima è rovente, la bestia imperialista si lecca le ferite: “Trucidiamo Arbenz!” latrano dai corridoi di servizi e uffici governativi a stelle e strisce. Ai piani alti l’idea è però un’altra, la vendetta è un piatto che va servito freddo. È deciso, quello che serve è un golpe. Un golpe silenzioso. È il 1953 quando i fratelli Dulles (all’epoca uno direttore della CIA, l’altro Segretario di Stato USA), Frank Wisner (vicesottosegretario di Stato) e Albert Haney, colonnello scelto per dirigere le operazioni in Guatemala, durante una piacevole serata nella proprietà di Highlands appartenente agli stessi Dulles, vicino a Georgetown, ufficializzano la decisione: il coup si fa. Ma alle condizioni di Haney.

PBFORTUNE, nome in codice del primo tentativo di golpe del 1952, fallito sotto l’amministrazione Truman, muta in PBSUCCESS: un nome, una garanzia. Haney sa che massacrare fisicamente Arbenz renderebbe quest’ultimo un martire tra la sua gente, una reliquia da custodire, un eroe in nome del quale combattere. Il Guatemala dei primi anni ’50 è per gli States una bomba a orologeria la cui ondata rivoluzionaria rischia di travolgere l’intero continente sudamericano. No, Arbenz va umiliato, schernito, violato nell’animo. Nessuna roboante aggressione militare, il rischio di pesanti pressioni internazionali sugli Usa rischierebbe di rovinare ogni piano: Arbenz non va ucciso, occorre strappargli di mano la fiducia dell’esercito e per farlo è necessario un altro tipo di guerra, una guerriglia psicologica. Dulles vuole farlo crogiolare sulla brace della paura, la strada verso la presa del Palaciò presidential è lunga e impervia, per quella basterà un ristretto manipolo di figli di puttana fatti entrare clandestinamente nel paese dai confini honduregni e salvadoregni. Che si prepari il campo di battaglia, che si gettino lugubri ombre tra l’esercito e il Presidente. Vietato fallire stavolta.

 Pesa meno di 4 libbre con le batterie!

Attenzione Guatemala! Attenzione guatemaltechi! È Radio Liberation 6370hz che vi parla! Questa è la trasmissione clandestina di Radio Liberation attiva sulle sue frequenze a onda corta da un luogo segreto nel profondo della giungla guatemalteca.

Flebili ronzii stillano dalle fessure di una grossa Zenith color legno: le donne cessano di tessere i propri huipil, gli uomini si guardano attoniti mentre siedono in gruppo per l’ascolto pomeridiano della radio, simulacro di convivialità. È il primo maggio del 1954, un uomo annuncia gaudente l’inizio di una trasmissione dal profondo della giungla:

rovesciamo Arbenz, ripudiamo l’invasione comunista, supportiamo l’esercito di liberazione di Castillo Armas! Trabajo, pan y patria!

La radio, social network d’avanguardia. La radio, viatico di protesta e di fermento. Tempo una settimana e la Ciudad è un colabrodo di ansie e timori: la vocina pimpante fa capolino in case e piazze, fucina di slogan, evocatrice di sguardi biechi. I personaggi più noti dell’epoca provenienti da Messico, Honduras e da altri stati centroamericani si alternano ai microfoni di Voz de Liberation: ospiti del coraggioso presentatore dal cuore della giungla? I sanpietrini della Calle s’incrinano sotto il peso di bisbigli e sospetti, cosa diavolo succede?

Seconda settimana di maggio: doganieri panamensi assistono torvi a uno strano exploit nello smercio di nastri audio provenienti dagli States e diretti a nord. Tempo pochi giorni e quei nastri non passeranno più. Il mistero s’infittisce. Le trasmissioni proseguono:

Arbenz sta pianificando lo scioglimento di tutte le classi militari, vuole costituire una potente milizia popolare!

 La paura prende il sopravvento, Città del Guatemala è una miccia intrisa di cherosene.Scovate i nascondigli dei partigiani, aiutate l’esercito di liberazione!” continua a ripetere, indomita, la radio. “Trabajo, pan y patria”: Josè Toròn Barrios, per gli amici Pepe, si toglie le cuffie poggiandole sul tavolo dopo l’ultimo slogan sbiascicato nel microfono. È stanco, ma dall’altra parte del vetro David Atlee Phillips, ingaggiato pochi mesi prima dalla CIA, l’osserva soddisfatto. Pepe e altri tre esiliati guatemaltechi sono stati addestrati di tutto punto per registrare ore e ore di trasmissioni antigovernative. Ci sono anche due donne. Un altro giorno di lavoro se n’è andato, finalmente Pepe può dedicarsi ai piaceri serali: le avvenenti signorine che Phillips gli ha procurato per addolcire le sessioni di registrazione lo stanno aspettando in una stanza al secondo piano. Siamo a Opa Locka, in Florida, e quella giungla misteriosa è in realtà il quartier generale delle operazioni CIA in Guatemala. Diavolo di un Phillips! Il maquillage è servito.

Locandina del film "Journey to banana land", pellicola del 1950 con la quale si invitavano gli spettatori statunitensi a visitare il piccolo Stato centroamericano. Sono bastati quattro anni per rimuovere completamente questo messaggio dalla memoria collettiva dei cittadini statunitensi

Locandina del film “Journey to banana land”, pellicola del 1950 con la quale si invitavano gli spettatori statunitensi a visitare il piccolo Stato centroamericano. Sono bastati quattro anni per rimuovere completamente questo messaggio dalla memoria collettiva dei cittadini statunitensi

I primi giorni di giugno sono particolarmente piovosi in Guatemala: è una pioggia cartacea. Piovono volantini dal cielo:

Arbenz se la fa con i comunisti, l’invasione sovietica è ormai prossima. Esercito, da che parte stai?

Bande di famelici cronisti pattugliano la Ciudad armati di penna e taccuino, sono oltre duecento gli articoli in funzione anti-governativa pubblicati nei mesi di aprile e maggio del 1954. La spinta anti-comunista è fomentata ai massimi livelli: anti-comunismo in assenza di comunismo. Le notti sono tetre: silenzio ectoplasmatico, silenzio che spezza le ossa per le avenide della capitale. Sagome al chiaro di luna si muovono di soppiatto, passo veloce, in una mano un secchio di vernice, nell’altra un grosso pennello. Schive figure incappucciate volteggiano tracciando numerosi messaggi sugli usci dei palazzi storici: “Hai solo 5 giorni”, “qui vive una spia”, “32” (riferito al numero della legge costituzionale che proibisce ai partiti guatemaltechi di avere affiliazioni estere ndr): sinossi mortifere appestano i portoni della Ciudad: esponenti governativi e funzionari dello Stato sono ormai nel mirino. Nessun parli, è la “guerra dei nervi contro gli individui”.

Prima metà di giugno, una gigantesca ombra si staglia nei cieli del Guatemala orientale: nei villaggi giurano di aver visto un grosso aereo da ricognizione sorvolare l’autostrada atlantica, arteria fondamentale tra il Mar dei Caraibi e Città del Guatemala. Macchina di morte, quel grosso pezzo d’acciaio sta studiando un modo per far saltare in aria l’unico pezzo di asfalto che collega Puerto Barrios alla civiltà. Ignari, numerosi villani continuano la loro opera quotidiana. Seconda settimana di giugno: una grande cassa di legno giace incustodita sulla battigia di una spiaggia del Nicaragua, la scritta URSS campeggia su una fiancata, le onde del Pacifico la incalzano senza tregua. È piena di armi: “è stata abbandonata da un sottomarino sovietico”, si dirà. Il 19 maggio Somoza, generalissimo nicaraguense, rompe le relazioni diplomatiche con il Governo guatemalteco: pochi giorni prima quella cassa era stata abbandonata da alcuni comisionados della CIA. Somoza ne era al corrente. La lotta è subdola, il popolo ora teme i comunisti. Non resta che attendere un segnale, il segnale. Armas e i suoi fremono al confine honduregno.

Jacobo Arbenz Guzman, Guillermo Toriello e Carlos Arana Osorio

Jacobo Arbenz Guzman, Guillermo Toriello e Carlos Arana Osorio

Cronache di un coup dal centralino di un albergo della capitale guatemalteca: durante la prima settimana di giugno i telefoni dell’hotel Pan American squillano all’impazzata. Fioccano prenotazioni di cronisti e reporter, le testate di mezzo occidente sono in fermento, i loro corrispondenti si riversano improvvisamente in Guatemala: rendez-vouz di avvoltoi. Sono le 13 del 18 giugno 1954: Toriello abbandona l’ufficio di Arbenz e si precipita giù per le scale del Palacio Nacional, al primo piano una nutrita folla di famelici giornalisti lo sta aspettando: l

a battaglia è iniziata. Saremo come un uomo solo contro l’invasione. Non faremo un passo indietro.

Il quetzal affronta impavidamente l’aquila, lotta impari dal destino già segnato. Nelle ore pomeridiane del 18 giugno alcuni p-47s fanno partire i primi colpi su alcuni edifici della capitale: Arbenz mette in allerta 6000 uomini e lascia partire i primi messaggi diretti all’ONU. L’assedio durerà un paio settimane, due i campi di battaglia principali: il Guatemala orientale, dove le truppe di Castillo Armas avanzano a rilento supportate da unità dell’aviazione statunitense e le colonne del New York Times, dove inveterati editorialisti si avvicendano giorno dopo giorno per vomitare fiumi d’inchiostro su Arbenz e sul suo Governo.

Il 19 giugno l’ambasciatore americano in Guatemala, John E. Peurifoy, risponde alle accuse mosse dall’esecutivo guatemalteco circa un’eventuale complicità statunitense negli attacchi in corso:

il Dipartimento non ha prove che questo sia qualcosa di più di una semplice rivolta dei guatemaltechi contro il proprio Governo.

 Il giorno stesso Toriello viene contattato telefonicamente da Tad Szulo, giornalista del New York Times. Il risultato di quella piacevole chiacchierata è incastonato in un piccolo trafiletto a pagina 7:

l’aggressione è diretta dai grandi interessi economici e dai monopoli, come la united Fruit Company, con il supporto del Dipartimento di Stato americano e dei mercenari da Honduras, Nicaragua, Cuba e Repubblica Dominicana.

Ultimi moti d’orgoglio socialista: la fine è vicina.

“Arbenz is deposed”

“Arbenz is deposed”

Sono le 21 e 10 di domenica 27 giugno: il Presidente Jacobo Arbenz Guzman prende la parola alla radio nazionale:

Le forze statunitensi che, sapendo che il Guatemala non può contare su una forza aerea sufficiente a contrastarle, hanno pensato di seminare il panico in tutto il paese bombardando forze armate che combattono nell’oriente della Repubblica impedendole operazioni e allo stesso tempo hanno bombardato una nave commerciale inglese che caricava merci nel porto di San Josè. L’ombra di queste azioni barbare, la vera, la conosciamo bene: la verità è da cercare negli interessi finanziari della campagna fruttifera e negli altri monopoli statunitensi che hanno investito molto capitale in America Latina, temendo che l’esempio guatemalteco si propagasse a tutti i paesi fratelli latino americani. Il tempo si incaricherà di dimostrare che quello che sto dicendo è la verità.

In una delle molte lettere inviate ai familiari argentini durante i suoi giorni spesi in Guatemala, Ernesto Guevara descrive Arbenz come

un uomo duro, senza dubbio disposto a morire al suo posto se necessario.

Erano i giorni delle riforme progressiste, della redistribuzione della ricchezza, dello spavaldo tête-à-tête con la dottrina Monroe, strategia USA foriera di morte e distruzione come placidamente dichiarato dal senatore Beveridge già nel 1898:

La produzione delle fabbriche americane supera i bisogni del popolo americano. Anche la produzione del suolo è superiore alla capacità di consumo degli americani. Il destino ci ha indicato la nostra politica, il commercio del mondo deve essere dominato da noi, e lo sarà. E noi ce ne impadroniremo secondo l’insegnamento dell’Inghilterra di cui siamo figli […] E la legge americana, l’ordine americano, la civiltà americana si stabiliranno solidamente su rive fino allora tenebrose e insanguinate e ne faranno strumenti divini e di una bellezza che risplenderà nel futuro.

A distanza di pochi mesi il tavolo delle trattative è decisamente rovesciato: dall’iniziale panico nei corridoi del Dipartimento di Stato si passa al Palacio Nacional circondato da una folta schiera di uomini armati di tutto punto. Tre generali, tra cui il Capo di Stato Maggiore Carlos Enrique Dìaz, sono entrati a convincere Arbenz a desistere: Il Presidente ha mezz’ora per dichiarare la resa, alle 16 le carogne assiepate fuori dalle finestre crivelleranno di colpi il palazzo barocco. Non resta che accettare.

Scocca la mezzanotte: Arbenz si trascina solitario verso l’ambasciata messicana, è rimasto solo. L’ultima immagine del Presidente legata alla sua terra lo raffigura in mutande, in aeroporto, davanti a giornalisti e fotografi:

spogliati, mostra al mondo i gioielli di Tiffany per tua moglie che nascondi sotto gli abiti, ignobile!

Quei gioielli, mai esistiti, costituiranno solo la prima di una lunga serie di umiliazioni. I servizi americani non abbandoneranno più il Presidente e la sua famiglia negli anni a venire, tormentando la sua esistenza in Messico, Europa e Canada: nell’ottobre del ’65 la figlia Arabella si suicida in circostanze misteriose. Arbenz non regge il colpo, la depressione prende il sopravvento sulla tenuta morale di un uomo straordinario: morirà 5 anni più tardi. Sadismo imperialista.

Luglio 1954: Castillo Armas sale al potere (nella foto siede alla destra del guidatore)

Luglio 1954: Castillo Armas sale al potere (nella foto siede alla destra del guidatore)

La parabola del capo di Governo guatemalteco è sintetizzata dallo stesso Guevara in una lettera spedita all’ex moglie: la cruda verità è che il presidente non ha saputo essere all’altezza delle circostanze. Nel 1969, in una prefazione al libro Vietnam guerra chimica e biologica di M. Sakka, Lelio Basso scriveva che:

la dottrina cioè che giustifica l’intervento americano in ogni parte del globo, diventa la teoria delle sfere ufficiali americane: in base ad essa non sono più le antiquate e arrugginite procedure dell’ONU, ma la sola unilaterale volontà americana che deve decidere se, dove, con quali mezzi e per quali fini gli stati uniti debbano intervenire militarmente […] tutti i popoli devono assoggettarsi alla guida americana, accettando il ruolo di sudditi che l’America riserva loro […].

Castillo Armas sta arrivando a Città del Guatemala. È la fine di un sogno durato dieci anni. E l’inizio di un lungo incubo.