Arrivato nei pressi di Salò, la frescura degli alberi attornianti la strada che costeggia il lago di Garda, rinfranca l’animo e i poveri occhi, oramai abituatisi al triste zig zagare di strisce bianche e di grigio pantano autostradale.

Come spesso avviene in tutte le occasioni importanti, la mente fatica ad essere presente a se stessa, scava nel vortice dei pensieri alla ricerca di quella lucidità, meta che sembra irraggiungibile trovare. Sulla destra, a sprazzi, la placida marea lacustre scorta in lontananza mi rammenta di essere arrivato e che nel verso opposto c’è il bivio che, una volta imboccato, mi condurrà a destinazione. Dopo aver svoltato con la macchina, una leggera salita affonda nel ridente verde di giardini e alti alberi in mezzo ai quali la strada si fa spazio sino a giungere alle porte di un castello sulle quali svettava fiero il tricolore italiano. Mi trovavo dinanzi al Vittoriale degli Italiani.

Il Vittoriale degli italiani

Ero in perfetto orario ma quasi esitavo a scendere dalla macchina e ad apprestarmi verso quel luogo così blasfemo e sacro in egual modo, cantore di gesta e di sacrifici eroici e allo stesso tempo tempio di estetismo stilistico e venereo: un luogo indecifrabile, unico sia quanto all’origine che al destino, proprio come il padrone di casa. Mi era stato recapitato pochi giorni prima una lettera nella quale mi si diceva che era stata accettata la richiesta di un colloquio con il Comandante, e che sarebbe avvenuto al tramonto per dar modo di fuggire occhi indiscreti e godere dell’aria fresca e soave che il Garda emana al tramonto.

Addentrandomi a poco a poco in quella selva di mura ove tradotto è già in pietre vive quel libro religioso ch’io mi pensai preposto ai riti della patria e dei vincitori latini, due arcate con al centro una fontana diedero inizio al mio viaggio in quel luogo dal linguaggio mimico, dall’alfabeto esoterico, dalla grammatica fuggevole e ingannatoria che sol lo spirito di un eletto decifra, apprendendo da quei segni sensibili una parvenza, celata ai più, di maestosità di spirito e di exacerbatio cerebri – come Kierkegaard scrisse nel Diario del seduttore –  sì che il mondo reale non poteva avere per lui sufficiente stimolo, se non in modo interrotto, a momenti e di cui si serviva per dare consistenza e realtà al suo mondo, impregnato di poesia e sogno, che in quella pietra e in quel cemento è venuto alla luce.

L’ingresso a doppio arco

Oltrepassando le arcate d’ingresso, campeggiava fiero il celebre motto io ho quel che ho donato, che svela più di qualche nota dell’amore tutto personale che il poeta provava verso san Francesco e verso questa virtù – la carità – dal fascino poetico, misterioso, inarrivabile, infinito a cui anela ogni anima. Seguitando ancora un po’, giunsi finalmente alla piazzetta Dalmata, uno spazio dalle fattezze di un chiostro, attorno alla quale si snodavano brevi corridoi coperti contornati da arcate, che diedero vigore alla mia immaginazione, lasciandomi credere che quegli spazi simil conventuali fossero stati oggetto di intense camminate, durante le quali quell’abate leggeva e meditava i suoi breviari intessuti di arte e di vita.

Al centro della piccola piazza, un pilo sormontato dalla Vergine di Dalmazia, dà modo di osservare tutt’intorno la Prioria, la residenza del Vate, lo Schifamondo, concepito come museo che rendesse onore alle imprese personali ed a quelle dell’Italia durante il primo conflitto mondiale, e, infine, le torri degli Archivi. Dinanzi alla Prioria, la facciata si ergeva tronfia, ostentante svariati stemmi araldici, di cui uno su tutti primeggiava per grandezza e al cui vertice v’era in bella mostra una corona principesca, a testimonianza del titolo di principe di Montenevoso, di cui il poeta fu insignito per le imprese belliche, e un motto Immotus nec iners (Fermo ma non inerte).

Io ho quel che ho donato

In preda ad uno stato di stupore continuo, a cui faceva da corollario l’ansia per quella visita dal tono spettrale ed assai enigmatica, mi avvicinai al portale d’ingresso racchiuso da un piccolo pronao, e sul quale vi si leggeva Clausura, fin che s’apra – Silentium, fin che parli, che destava al solo sguardo un sentimento di timore e un tono di deferenza soggiogava l’inerme visitatore, preso da quei continui rimandi architettonici e artistici al mondo del trascendente, dello spirito.

Notai, in quel momento, la porta aprirsi – la mia presenza evidentemente non era passata inosservata visto che la “contemplazione” di quel luogo aveva portato via già diversi minuti –  spuntando fuori con un lieve sorriso una donna; si trattava della governante che il Comandante portò seco dal soggiorno parigino e che rimase accanto a lui sino alla morte, una tra le diverse che condivisero con Amélie Mazoyer – era questo il suo nome – la stessa sorte, lo stesso destino di “badesse”, come amava definirle il Vate.

Mi diede il benvenuto e mi informò che il Comandante era già stato avvisato del mio arrivo. Dopo avermi riferito che tra poco sarebbe giunto egli stesso a salutarmi e a mettersi a disposizione per realizzare l’intervista, ella mi pregò di entrare e di attendere in casa gli attimi che mi avrebbero separato dalla sua venuta. Per qualche istante ebbi l’intenzione di accogliere l’offerta, ma l’impressione tetra che mi diede la vista dello scalone ripido e delle tappezzerie rosso porpora che si ergevano appena attraversata la porta d’ingresso, mi lasciò perplesso ed espressi il desiderio  di restare all’aria aperta, attendendo la sua venuta lì. La governante con un cortese e leggero inchinò accordò il mio volere e si congedò con un nuovo sorriso.

Clausura, fin che s’apra – Silentium, fin che parli

Passarono poco meno di una decina di minuti, quando ad un tratto soggiunse da sud, provenendo dalla zona dell’Anfiteatro, un uomo non troppo alto, con un andatura da passeggio, ma elegante e dal piglio fermo; al braccio sinistro disteso lungo il fianco, nelle cui mani portava due volumi dall’elegante rilegatura marrone, accompagnava il braccio destro dietro la schiena; il candore bianco dell’alta l’uniforme estiva della Regia Aereonautica risaltava sopra tutto e un ampio medagliere sul lato del cuore rifulgeva le glorie di un’epopea lontana, ma indelebile; le spalline scure con i gradi dorati, ad indicare quelli di Tenente-Colonnello, davano un tocco di grazia al tutto.

Esitante mi avvicinai, cogliendo un terrore quasi mistico tentai di biascicare qualche parola di saluto che egli apprezzò sorridendo, invitandomi a passeggiare in direzione della Nave Puglia, dove aveva dato ordine di allestire un tavolino per poter condurre in tutta tranquillità l’intervista; subito dopo, però, aver fatto brevemente gli onori di casa illustrandomi le gioie e le ricchezze di quell’immenso parco in cui riposavano glorie e gioie del passato, tra le quali, sopra tutti, il MAS 96 da lui utilizzato in occasione della Beffa di Buccari e il biplano S.V.A 10, a bordo del quale assieme al pilota Natale Palli, condusse il celebre volo su Vienna.

Poco dopo aver mostrato questo e altro, giungemmo a bordo della Nave Puglia, ci accomodammo attorno al tavolino con alle spalle il panorama del sole calante sulle rive del Garda, e così poté iniziare l’attesa intervista.

L’Ansaldo S.V.A. del volo su Vienna

Comandante, nel ringraziarla ancora per avermi concesso l’opportunità straordinaria di essere qui, le chiedo come giudica l’attuale fase politica italiana e lo stato della culturale del nostro Paese.

Vogliate anzitutto scusarmi se oso riprendere uno dei vostri termini per rappresentare attraverso di esso ciò che penso dell’Italia di oggi. Del resto sono e mi definirò sempre, essenzialmente, “un operaio della parola”. Voi avete adottato il termine “paese” per definire la nostra amata Patria. Il presagio sinistro che scaturisce dal suono di un etimo simile è indice della considerazione che, come ebbi a definire in un mio romanzo (ndr Il piacere), il “grigio diluvio democratico” prova verso di essa. All’epoca in cui lo dissi io, a inizio secolo, v’era più di qualche sentore, ma nell’epoca nostra, pardon, vostra… beh direi che la melma è fino al collo e oltre…

Mi perdoni se la interrompo, l’espressione a cui lei ha fatto riferimento, quella di grigio diluvio democratico, la “critica” dei tempi moderni la interpreta come attitudine eminentemente stilistica, artistica e in parte, reale, del suo stile, considerato però sempre da un punto di vista primariamente estetico.

La vostra critica, per l’appunto, ha disatteso rispetto alla mia personalità qualsiasi pur vaga aspettativa di sufficienza nel decifrare chi fossi realmente. L’espressione che utilizzai, che sia chiaro, fu di natura politica, a tutto tondo, e certo, non nego che abbia avuto anche una valenza artistica, ma per me, immagino che lo sappiate, la vita e l’arte sono indisgiungibili. Ma del resto nella amata Italia la critica ha sempre ammiccato alle proprie tasche più che alla realtà delle cose. La vostra epoca è culturalmente e politicamente nell’abisso da un pezzo. I romanzieri e i poeti, che voi definite tali, non creano stili, non determinano moti di spiriti, non intarsiano nelle parole vite e idealità nuove, ma monotoni si limitano ad edulcorare il senso comune, la prigione impersonale in cui è piombato il mondo da dopo la guerra.

Busto di Gabriele d’Annunzio, Paolo Troubetzkoy 1892

Eppure molti suoi esegeti, quasi tutti, sono concordi nel ritenere che la civiltà dell’immagine sviluppatasi nel dopoguerra fosse in parte il mondo in cui lei desiderasse vivere, o comunque, un mondo di cui lei fu illustre precursore, esso contribuì a nascere anche grazie alla vita che lei condusse, a ciò che riversava nei suoi scritti. Anche la sua dimora parla questo linguaggio, non trova?

Sono costretto nuovamente a ripetermi, ma vi ringrazio perché dà modo di riflettere e riconsiderare qualcosa che è basilare comprendere se si vuole intendere la mia persona. La così detta civiltà dell’immagine, come la vostra epoca definisce questa triste rovina che chiamate civiltà, che non ha nulla della Grecia antica o della eterna Roma, che non ha capitelli corinzi a sorreggerla o templi pagani a racchiuderla, ma è impregnata della tetra avidità di chi abita i corridoi della finanza e dei ragionieri di stato, che voi chiamate politica; ebbene, dicevo… è di conio americano. Vi rendete conto?

Vedete, io gli americani li ho conosciuti; essi a inizio secolo erano principalmente tedeschi innestati in un continente vuoto, senza passato, avevano la determinazione germanica senza la loro cultura rimasta abbarbicata in patria, oltre oceano. Le altre minoranze si sono più o meno accodate ad una impostazione nata con loro. Ne è nata una nazione di commercianti che si divertivano a vivere da nababbi, imitando le vestigia dei loro antenati europei, nei più svariati campi. Dal nulla venne fuori un continente di quella portata. In questo c’è anche un certa genialità, sia ben chiaro; d’altra parte anche la mia vita è stata consacrata al desiderio di rinascita, all’ambizione di sfiorare il reale senza appiattirvisi sopra, almeno per quel tanto che fosse in grado di cibare lo spirito, che accresciuto dalle esperienze e vissuto sotto il sole dell’intuizione poetica, trasfondevo nelle mie poesie, nei mie romanzi affinché prendesse vita. Ma tutto questo aveva una finalizzazione artistica. Cibava lo spirito, le corde spirituali della mia anima. Non avrei potuto compiere le imprese militari che ho fatto, se ciò non ci fosse stato.

E gli americani, invece?

Il desiderio di rinascita che invade il loro cuore sarà sempre in ordine all’utile, al funzionale, al tecnico. È bandito lo spirito, l’esigenza artistica di vivere l’arte sotto l’insegna dell’arte, è questo che vi sto dicendo. La società dell’immagine nacque secondo una logica uguale, cullando i desideri e le segrete aspirazioni della massa informe che era in cerca di una forma, di un modo di essere e di vivere che faceva comodo all’industria di cui le ho parlato, quella del tornaconto e della vuota materia.

Gabriele D’Annunzio

Se ho ben capito, quindi, lei Comandante mi sta dicendo che le sue esigenze, sebbene intessute di “carnalità”, erano di natura spirituale. Non capisco, però, come tutto questo si riallacci al fatto che volente o nolente, anche considerate le sue reali intenzioni, lei abbia dato manforte affinché la civiltà che lei critica nascesse; forse non nei caratteri che possiede oggi, mi sta dicendo?

Esattamente. Ma andiamo con ordine. Gli scribacchini accoccolati al portafogli o, ancor peggio, i saltimbanco proni all’ideologia non vi riveleranno mai chi fui io realmente, cosa celassi nell’intimo, quali fossero le mie aspirazioni. Un poco per demagogia, un poco per povertà d’animo, un poco per incompetenza inarrivabile. Il mio cultore medio finisce così nel farsi una idea di me totalmente errata, o irta di pregiudizi, a seconda che essi mi ammirino o mi disprezzino. Credo che sia giunta l’ora, adesso che ho questa occasione, di rivelare, e in effetti in parte l’ho già fatto, le motivazioni alla base della mia arte e le ragioni per cui mi sono servito anche degli istinti che la nostra natura, offre.

Vi citerò un passo di un libro, in cui son io che parlo, sotto pseudonimo (ndr lo pseudonimo in questione è Ariel). Il testo del quale parlo è passato nel più completo silenzio, pochi addetti ai lavori lo conoscono, ma in queste righe riverso l’essenza della mia persona e della mia arte. Le parole trascritte qui sono le medesime che espressi durante un dialogo con l’autore del libro, che tra l’altro compare anche in un romanzo sotto falso nome (ndr si tratta del romanzo Il fuoco nel quale compare Daniele Glauro), che è il compianto amico Angelo Conti, un grande uomo e un vero amante dell’arte, il libro è La Beata Riva, un testo unico nel suo genere, vi citerò testualmente:

«Tu, anima candida e serena, hai pensato mai che la tragedia è l’essenza della mia vita?[…] ciò che mi ha colpito in Federico Nietzsche è stato far la conoscenza di un’anima tragica affine alla mia, fraterna alla mia anima.[…] Non m’accusare d’ottimismo contemplativo e soprattutto non pensare che chiamando la voluttà l’essenza della vita, le mie parole abbiano un significato superficiale. Il piacere è la più immediata manifestazione della volontà di vivere, ed è la causa del dolore e della morte. La mia interpretazione e la mia rappresentazione del piacere sono le sole che possano condurre ad una intuizione tragica del male, le sole che possano condurre a passare attraverso il male come attraverso d’un incendio.[…] I miei libri, amico mio, non sono, come crede il volgo, la glorificazione della gioia del vivere, ma servono a mostrare in qual modo l’esperienza del male possa essere feconda per l’artista, servono a mostrare che l’uomo non diventa buono e potente se non a condizione d’essere passato attraverso la debolezza e la colpa, e d’aver acquistato un sentimento tragico della vita».

Beh, credo sia tutto molto chiaro. Questo passo permette, inoltre, di guardare la sua persona in una chiave effettivamente, mi passi il termine, poco in voga ai tempi d’oggi.

Immagino, oggi ancor più, ma in generale, se devo esser sincero, la mia figura è sempre stata costantemente equivocata e, non nascondo, che qualche passo falso l’abbia potuto commettere anche io rispetto ai molti luoghi comuni che si narrano sul mio conto. Ma, se consentite, desidererei rispondere all’obiezione da voi posta poc’anzi, a cui non ho dato seguito, essendo preso dal citare il passo. L’essere e l’apparire è una dicotomia che ho voluto infrangere sin da quando appresi l’arte del vivere non appena giovincello lasciai la mia arcigna e selvaggia, ma sempre cara terra d’Abruzzo, per la città eterna. Probabilmente saprete che fu all’ombra delle ville e dei marmi delle ciclopiche chiese di Roma che il mio modo di vivere volle risolutamente essere inimitabile. Decisi di fondermi con l’ambiente in cui vivevo, donarlo ai lettori, avidi di sogni ma attraverso un linguaggio mimetico, il cui filtro consisteva nella capacità dell’individuo, del singolo che leggeva i miei articoli, le mie poesie, i miei romanzi di possedere un qualcosa a cui non è dato a tutti possedere: la vocazione a vivere nell’istante dell’intuizione artistica e per l’istante sacrificare ogni cosa.

Sono cosciente che è un martirio raffinato, elegante ma pur sempre di martirio si tratta. E’ per pochissimi, non per tutti. La grossolanità della vostra epoca mi è estranea, come mi sono estranee le masse inermi e come mi è del tutto estraneo un mondo dove al senso estetico è negato qualsiasi posto a sedere. Come potete vedere non posso aver contribuito a far nascere qualcosa che ho in profondo disprezzo, salvo nelle menti di taluni presunti “dannunziani”, come li chiamano, che spacciano le mie passioni, per indiretta accettazione dello svago consumistico a cui sono ridotte adesso. La mia dimora ridonda di sacralità, di altari votati ad eleggere con somma considerazione le passioni, non immiserendole nella poltiglia plebea dell’oggi, ma nel viverle, come dicevo prima, in tono aulico, elevato, in definitiva, tragico.

Prima lei ha affermato che il clima culturale che si respira in Italia è pessimo e ha aggiunto, lo ha appena finito di dire, che il consumismo del dopoguerra ha immiserito la nostra quotidianità; ad inizio conversazione ha anticipato qualcosa sulla situazione politica attuale e indirettamente sulla sua personale concezione politica. Ecco, può chiarire, poiché se ne fa un gran parlare, della sua esperienza come deputato.

Se la mia esperienza come deputato può far sorgere il malcelato sospetto che avessi inizialmente in gloria il sistema parlamentare, il culto della scheda da depositare alle urne, ebbene posso dirvi che non esito a bocciare risolutamente tale insinuazione, che trovo oltretutto umiliante. Volli provare, destando scandalo tra l’altro per via del mio passaggio a Sinistra, ma compresero in pochi il mio gesto. Probabilmente certuni lo compresero con l’esperienza di Fiume.

Cosa intende dire?

L’esperienza di Fiume fu qualcosa di straordinario, l’amore di patria fino al gesto estremo unito ad un senso del vivere mai così splendidamente concepito così come fu realizzato durante quel periodo che non esito a definire magico. Ci prendemmo a mani nude e con la forza ciò che i burocrati, i politicanti da strapazzo intesero perdere con saccente rassegnazione. Esperienza breve, ma non potrò mai dimenticare quegli eroi che mi seguirono, uomini che amavano la patria sopra ogni cosa, personalità straordinarie, molti di questi capaci di imprese epiche. Spero che abbiate notato su al mausoleo, prima di arrivare qui, la tomba di Guido Keller, mio fraterno amico che ebbe una parte attiva in quella impresa. Come dimenticare il pitale che gettò giù dall’aereo trasvolando Montecitorio durante quel concitato periodo, e questo non è che uno dei gesti più ironici (sorrise)… Ci sarebbe ben altro da ricordare.

Fiume, 1919

Impresa di Fiume che appare alquanto contraddittoria in molti suoi aspetti e che, ad ogni modo, non lascia ben capire la sua visione politica, anzi, ricordo che tra le diverse personalità che parteciparono a quell’evento ci furono anche sindacalisti rivoluzionari, socialisti, anarchici.

Certamente, voi avete ragione nel dire che l’esperienza fiumana fu un unicum, e questo si può ben constatare anche nella carta costituzionale che ci demmo, molto progressista in diversi istituti… ma vedete Fiume fu un’esperienza che si inseriva in un contesto particolare, che rispose a delle esigenze particolari e che vedeva coinvolti uomini, come avete giustamente ricordato, dalle tendenze molteplici; tutte, però, confluivano nell’ardimentoso e spassionato amore che provavamo verso la nostra Italia e verso una terra che le apparteneva di diritto. Noi, con l’appoggio dell’Italia o senza di essa, avevamo il dovere, ad ogni costo, di issare il tricolore in quel lembo balcanico. Questo fu ciò che ci prefigemmo di fare.

Per quanto riguarda la visione politica, permettete di richiamare la vostra attenzione su di un mio romanzo, ahimè assai trascurato, che politicamente contiene ben più di qualche suggestione poetica e artistica, che è Le vergini delle rocce, e che consiglio di leggere e rileggere. E a chi sbraita di incoerenza, ricordo che ad appena sedici anni, tra le prime poesie che scrissi, una si intitolava: All’augusto Sovrano d’Italia Umberto I di Savoia; qualche anno più tardi, a distanza di non poco tempo, agli inizi del periodo fascista, giova ricordare cosa dissi al caro amico Ettore Viola, a proposito delle velleità repubblicane che albergavano nel nascente movimento di Mussolini: “La repubblica non è per l’Italia in questo momento. Io sono per la monarchia, anche perché il nostro re è un galantuomo. Cadendo la monarchia, ogni italiano vorrebbe essere presidente della Repubblica.” Spero di essere stato chiaro a sufficienza.

Chiarissimo. Un’ultima domanda: lei prima ha parlato di sacro, nello stesso Vittoriale è tangibile, le sue opere narrano continuamente di forze spirituali e i cenni a santi come Francesco d’Assisi o Caterina da Siena e altri sono innumerevoli… Qual è stato il vostro rapporto con questo mondo? Lei stesso, se non erro, fu seppellito col rito cattolico.

Certamente. La mia anima è intimamente religiosa. Come fa un uomo a poter vivere poeticamente senza il nutrimento esistenziale della religione. Ogni stanza della mia casa narra ed esalta a gran voce il senso profondo del mistero, del trascendente. Scrissi addirittura una preghiera, Preghiera a Gesù Crocifisso, pensi un po’. (ride) In casa mia oltre tutto v’è una stanza, a cui sono affezionatissimo, la Stanza del Lebbroso con i dipinti di sant’Elisabetta d’Ungheria e di Sibilla di Fiandra, oltre alla Maddalena che asciuga i piedi a Gesù. C’è anche un Corridoio delle Via Crucis, che amo particolarmente. Non sapete quante volte, quotidianamente, passando sosti per qualche attimo contemplando qualche stazione. Sapete che la Lebbra nella Sacra Scrittura sta a significare non solo la terribile malattia che tutti conosciamo, ma anche la lebbra spirituale, quella che oscura i sensi e li perverte, che soffoca la nostra anima, imprigionandoci qui in terra, nel peccato.

Nelle parti del lebbroso mi ci sono sempre visto: chi in fondo non lo è? Ricordatevi che dalla lebbra, però, è in grado di salvarci, in modo tutto particolare, solamente una donna, non a caso scelsi come modella per i dipinti di cui vi dicevo, una donna come Ines (ndr. Ines Pradella, soprannominata “Fiammetta”). Mi riportava alla mia infanzia, giù a Pescara, mi ricordava  mia madre, con il suo anelito verso la religione e Cristo, verso la misericordia che il Nazareno in quella meravigliosa composizione poetica e tragica che è la Buona Novella, ci consegnò. Ed è anche per questo che una Donna in particolare, cioè la Madonna, la madre di Dio, tra le varie divinità religiose che abitano la Stanza delle Reliquie, campeggia più in alto di tutte le altre.

La Vergine di Dalmazia mi accompagnò anche durante la guerra. Ero e sono rimasto cattolico. Il mio approccio alla fede non è mai stato di tipo tradizionale però, questo sicuramente, spesso l’ho condito con un olio personale, l’olio del genio artistico e di una speciale forma di penitenza tutta intrisa di accenti carnali, tragici, che nella mia vita non sono mai mancati. Qualche rimpianto? Sicuramente… due giorni prima della mia morte proferii queste parole: “Ho pianto pensando all’improvviso a come sono stato amato e a come ho disperso tutto al vento per non fare posto che alla lussuria. Quante vittime!”. Ma la speranza della salvezza, come vi dicevo, non mi è mai mancata e quel Lebbroso, con la carica mistica che offre, sta lì a testimoniarlo.»

La ringrazio profondamente, Comandante.