Anche se ormai lontano nel tempo, il Fascismo rimane un argomento ostico da affrontare, di cui è quasi impossibile parlare in maniera oggettiva visti i pregiudizi ideologici tuttora esistenti nella cultura e nella società Italiana. In realtà, un dibattito storico sul Fascismo non farebbe che bene a un Paese senza memoria come il nostro. Piaccia o non piaccia, il Fascismo non fu solo manganello ed olio di ricino; all’interno del movimento fascista ci furono numerosi esponenti capaci di elaborare linee di pensiero autonome e degne di nota ancora oggi. Particolarmente interessante è, tra questi, la figura di Berto Ricci.

Nato nel 1905 a Firenze, dopo un passato giovanile nelle file dell’anarchismo libertario, approda nel 1927 al Fascismo. Professore di matematica, fonda nel 1931 una rivista, L’Universale, dopo aver collaborato a lungo con un altro periodico, Il Selvaggio, in cui già aveva palesato la propria idea sociale di Fascismo. Ricci, influenzato dalle idee anarchiche giovanili, propone un Fascismo rivoluzionario, antiborghese e anticapitalista, più vicino a Mosca che a Londra:

“Bisognerebbe smetterla con la leggenda della catastrofe russa, del caos bolscevico, della rovina di un impero, ecc. La Russia con la rivoluzione dei comunisti ha fatto bene a se stessa, (…) Noi italiani, che siamo anche noi una rivoluzione – e la maggiore – non possiamo sentirci più vicini a Londra parlamentare e conservatrice, a Parigi democratica e conservatrice che a Mosca comunista… l’ AntiRoma c’ è ma non è Mosca. Contro Roma, città dell’ anima, sta Chicago, capitale del maiale”

 Compito dell’intellettuale è l’impegno, costante, affinché le sue idee cambino il corso della Storia: “Fondiamo questo foglio con volontà di agire sulla storia italiana. Contro la filosofia regnante che fermamente avverseremo, non ammettiamo che tutto sia “storia”: storia non è quel che passa, è quel che dura (…)Crediamo nell’ assoluto politico che è l’ impero: aborriamo chi lo nomina invano. Oprano all’ impero i poeti, ma cantando i campi e gli amori, non con declamazioni sul fante. E con ciò non chiediamo arte pura, impossibile separazione della politica: anzi vogliamo e avremo poesia civile, ma in grande, degna di questa patria”

La rivoluzione fascista, per Ricci, è in un continuo divenire, un lento ma inesorabile lavoro di formazione affinché sorga l’uomo nuovo fascista, la più grande utopia del Novecento totalitario. La lotta di classe ed il conflitto capitale-lavoro devono risolversi nella Nazione e nell’Impero, affinché spariscano le differenze di categoria e si affermi intatta la “modernità italiana ‘da venire’, condizione primissima della potenza nostra nazionale”. L’esperienza de L’Universale termina con lo scoppio della Guerra d’Etiopia, nella quale Ricci partecipa come volontario. Successivamente collabora con il Popolo d’Italia, Critica Fascista e redige il libro-manifesto Processo alla Borghesia. Continua la sua opera di analisi attenta e di impegno in prima persona. Particolarmente forte è il rifiuto verso il conformismo e l’autocelebrazione diffusesi nel Regime e in Mussolini dopo l’avventura etiopica. In uno dei suoi pezzi più riusciti, denuncia il classismo ancora latente in Italia:

Differenze: (…) Finché in Italia ci sarà del classismo, anche se fatto di sfumature spesso insensibili agli stessi interessati per lungo allenamento di generazioni; e finché il principale criterio nello stabilire la gerarchia sociale degli individui sarà il denaro o l’apparenza del denaro, secondo l’uso delle società nate dalla rivoluzione borghese, delle società mercantili, apolitiche ed antiguerriere; potremo dire e ripetere che c’è molto da fare per il Fascismo. Il che poi non è male. Non è male, a patto che lo si sappia bene.”

Si scaglia contro il Razzismo scientifico proveniente dalla Germania, in quanto “Uno dei punti sui quali ci dobbiamo impegnare è la lotta al razzismo perché, in una visione universale del fascismo, l’ascaro fedele è uguale a noi, è nostro fratello. […] In una visione imperiale la discriminazione razziale non è concepibile.” Poco tempo dopo, verranno varate le leggi razziali, prova evidente del distacco consistente tra il Regime e l’intellettuale fiorentino.Eppure, Ricci crede ancora in Mussolini. Condivide la scelta della guerra contro l’Inghilterra e la Francia, ed è per lui naturale farsi raccomandare per andare in prima linea, sul fronte Libico. In Africa tenta di elaborare una nuova opera, “Tempo di sintesi”, bilancio sulla prima parte della Rivoluzione Fascista e sull’ideologia Mussoliniana. Non farà in tempo a concluderla, in quanto cadrà in combattimento il 2 febbraio del 1941.

 La figura di Ricci è oggigiorno sconosciuta alla quasi totalità degli Italiani, ed è un peccato. Il suo pensiero è tra i più originali non solo all’interno del Fascismo, ma di tutto il XX secolo. Il suo esempio di condotta morale è innegabile, e ci piace porre a chiusura della breve analisi due ultime citazioni: la prima è di Berto Ricci, mentre la seconda è di un vecchio collaboratore de L’Universale,fascista in gioventù, combattente della Guerra d’Africa e poi della Resistenza, nonché maestro di giornalismo indiscusso, ovvero Indro Montanelli.

 “Affoga nel ridicolo chi vede nella discussione il diavolo; chi non capisce la funzione dell’eresia;chi confonde unità e uniformità […] muoversi, saper sbagliare. Sapere interessare il popolo all’intelligenza […] libertà da conquistare, da guadagnare, da sudare […] una libertà come valore eterno, incancellabile, fondamentale”

 “Non ha molta importanza che idee dibattemmo. Perché le idee non si dividono soltanto in quelle buone e in quelle cattive, ma anche in quelle in cui si crede e quelle in cui non si crede. Noi, nelle nostre, ci credevamo”.