Nei primi mesi del 1812, il dominio napoleonico sulla Spagna (iniziato con l’invasione del 1808) sembrava assoluto ed incontrovertibile. L’Imperatore Napoleone Bonaparte aveva compreso l’importanza della penisola iberica nello scacchiere mediterraneo: tenerla in pugno voleva dire controllare lo stretto di Gibilterra, che a sua volta significava chiudere l’unica via di entrata o di uscita verso altri possedimenti inglesi vitali per la Gran Bretagna, come Malta o l’Egitto, che a loro volta erano parte integrante di quella abnorme arteria commerciale che portava fino in India. Ad aggiungere del pepe alla questione, naturalmente, gli ormai secolari dissapori tra Francia e Spagna, nati a seguito dell’appoggio dei primi alla rivolta catalana del 1640 e alle ostilità nell’ultimissima fase della Guerra dei Trent’anni, ripetutesi anche durante le Guerre di Successione combattute un secolo esatto prima.

Nonostante la guerriglia incessante degli autoctoni e le manovre di disturbo britanniche, Giuseppe Bonaparte (fratello dell’Imperatore) sedeva saldamente sul trono ispanico, e le truppe francesi, chiamate con scherno gabachos (tale nomignolo resterà per sempre un modo dispregiativo per gli spagnoli di chiamare i popoli oltre i Pirenei) erano disposte strategicamente su tutto il territorio. Il controllo era così vasto e radicato che Napoleone decise di utilizzare parte di tale soldatesca per l’imminente invasione della Russia, allentando un po’ la presa: era proprio quella l’opportunità che stava aspettando il generale Arthur Wellesley per lanciare un’offensiva dal Portogallo e colpire i francesi dove si sentivano più sicuri.

Giuseppe Bonaparte

Giuseppe Bonaparte

Sin dalla fine dell’Unión Ibérica (1580-1640) i portoghesi, ancora traumatizzati per la drammatica fine degli Aviz e dei sogni imperiali e soprattutto per la temporanea perdita della propria indipendenza, avevano iniziato ad avvicinarsi alla corona inglese in funzione anti-spagnola e con l’intento di proteggere i propri possedimenti ed interessi oltreoceano, coadiuvati dal supporto di quella che si stava imponendo come potenza suprema sulle acque di tutto il globo, la Gran Bretagna.

Utilizzando quindi il territorio lusitano come testa di ponte, Wellesley (al comando di 50.000 uomini) penetrò nel cuore della Spagna e conquistò Ciudad Rodrigo e Badajoz, in Extremadura, e prima di giugno si stabilì nella Meseta Norte (corrispondente geograficamente all’attuale entità politica della “región de Castilla y Leòn”), dove era stato stanziato un esercito francese comandato dal maresciallo Auguste de Marmont. Nonostante (a seguito della Rivoluzione Francese) si andasse affermando negli ambiti di filosofia militare nazional-patriottica il concetto di “nazione armata”, secondo il quale dovevano essere i cittadini addestrati a difendere gli interessi del nascituro “stato-nazione”, gli eserciti messi in campo erano ancora un’accozzaglia di uomini proveniente da diversi paesi, uniti da un’unica bandiera per meri interessi di natura pecuniaria, quasi in pieno stile cinquecentesco. Caso diverso era quello francese, con un esercito molto più unito culturalmente rispetto ad altri, anche se polacchi ed italiani (in special modo toscani) vi combatterono nell’ordine numerico delle decine di migliaia; l’armata di Wellesley, invece, contava solo per un 50% di soldati inglesi, con qualche migliaio di tedeschi protestanti arruolatisi per soldi e puro antifrancesismo, quasi 18.000 portoghesi e 3000 spagnoli, tra i quali militava, nella brigata dei lanceri, el charro Julián Sánchez, guerrigliero noto per motivi non proprio pacifici alle autorità napoleoniche dell’intera Spagna.

Auguste de Marmont

Auguste de Marmont

L’esercito al comando del futuro Duca di Wellington era sì eterogeneo, ma composto per una buonissima parte da autoctoni, che dunque avevano a cuore una buona riuscita della campagna militare. A metà giugno i britannici puntarono Salamanca, dove Marmont aveva lasciato 800 uomini per coprire la propria ritirata; la città, posta sulle sponde del fiume Tormes, si arrese in dieci giorni e diede il tempo ai francesi di retrocedere fino ad attraversare un altro fiume, il Duero. Lì vennero raggiunti da una divisione proveniente dalle Asturie, la quale permise loro di pareggiare numericamente gli avversari, che, a loro dire, andavano ricacciati con le buone o con le cattive fino all’Algarve. Ci provarono a metà luglio, e le avanguardie di entrambe le armate furono protagoniste di svariate scaramucce prima di trovare brevi momenti di tregua, precedenti alla battaglia vera e propria. Una scaltra manovra dei francesi, che si posero a sud di Salamanca a tagliare fuori Wellington dalle linee di rifornimento, accelerò l’avvicinarsi dello scontro. Nella terra di nessuno tra le due armate sorgeva il tranquillo villaggio di Arapiles, trovatosi senza che gli abitanti sapessero bene il perché al centro di un evento che segnò il futuro della Spagna, di Napoleone e dell’Europa intera. La notte precedente allo scontro, quella del 21 luglio, una tempesta sovrumana colpì entrambi gli accampamenti:

l’acqua formava torrenti, la terra diventava melma e l’eco dei tuoni risuonava attraverso i boschi,

così ne parlò un soldato inglese. Alcuni cavalli, terrorizzati, saltarono oltre il proprio recinto e provocarono svariati feriti tra i soldati che cercarono di fermarli. Tale evento, che può apparire poco importante, in realtà diffuse tra le truppe un profondo senso di inquietudine, come fosse un avvenimento malaugurante ad ammonire tutti circa l’importanza dell’imminente confronto.

Arthur Wellesley

Arthur Wellesley

Non era ancora Duca di Wellington, ma Arthur Wellesley da Dublino sapeva già come schierare adeguatamente la propria armata: tra Salamanca ed Arapiles, con le spalle coperte e con l’estremità della linea di fuoco che toccava la vetta più bassa del rilievo che dava il nome al piccolo villaggio che aveva dinanzi, ovvero l’Arapil Chico (cioè “piccolo”). Marmont, d’altro canto, tentò di circondare i britannici con un lungo fronte che partiva dal paesino di Calvarrasa de Arriba, toccava l’Arapil Grande (posto davanti al “chico”, poco più a sud) e si estendeva per quasi tre chilometri. Il generale napoleonico, saggiamente, non volle impegnarsi subito in un attacco frontale ed ordinò alle sue divisioni di continuare a mantenere la linea. Spiegò ai suoi ufficiali quale fosse il suo piano: occupare velocemente l’Arapil Grande ed usarlo come perno per svolgere una manovra a mezzaluna, con l’intento di spingere il nemico verso ovest su un terreno meno pianeggiante, con un dislivello scomodo per ogni tipo di tattica e favorevole per gli imperiali, il monte Azán.

Dalla parte britannica ci si accorse troppo tardi dell’importanza tattica dell’Arapil Grande, e quando si decise di occuparlo lo si trovò già preso; la situazione dell’alleanza anglo-ispano-portoghese divenne a quel punto abbastanza critica, con l’eventuale via di fuga verso Ciudad Rodrigo resa altamente improbabile dalla disposizione tattica avversaria. Un colpo di fortuna, però, aiutò Wellesley nella sua impresa: un gruppo di esploratori, inviati alla vicina Vilatejada a nord-ovest per analizzare la situazione e studiare un eventuale piano di fuga, complice il gran caldo ed il clima secchissimo, alzò un gran polverone che fece pensare a Marmont che la retroguardia nemica avesse già iniziato a ritirarsi verso Salamanca.

Arapil Grande e Arapil Chico

Arapil Grande e Arapil Chico

I francesi, su ordine del loro generale, iniziarono un’avanzata disordinata e fin troppo entusiastica verso Arapiles, con una divisione che si staccò in toto per prendere il villaggio creando un grosso buco nella schiera centrale. Gli inglesi rimasero sorpresi ed iniziarono a fare fuoco con l’artiglieria, attendendo l’urto sulla difensiva. Un proiettile vagante ferì Marmont, che cadde da cavallo e dovette lasciare il campo. Osservando come si allargava sempre di più la linea nemica, il generale britannico diede l’ordine ad un suo subalterno, Pakenham, di dirigere le sue divisioni verso il lato sinistro francese. L’attacco fu guidato dal primo battaglione dell’88simo reggimento britannico, formato principalmente dagli Irlandesi dei Connaught Rangers, giunti in Portogallo tre anni prima, nel 1809. Coloro che subirono la carica non erano certo degli sprovveduti, bensì il 101simo veterano reggimento francese, stanziato in Italia dal 1800 al 1811 e che trovò un’ingloriosa fine in quel torrido giorno a Salamanca.

Mentre il lato sinistro collassava, al centro (soprattutto sull’Arapil Grande) i francesi resistevano alla grande, guidati dal sostituto di Marmont, il generale Clausel, ed addirittura contrattaccavano; quando però si vide circondato dal lato sinistro, che lentamente lo avvolgeva in una morsa letale, Clausel ordinò la ritirata, sul calar del sole del 22 luglio 1812. L’arrivo della notte e lo scarso vigore delle ormai stanche truppe alleate fece sì che gli imperiali riuscissero, bene o male, a mettere in atto una ritirata che, anche se precipitosa e disordinata, evitò il completo disastro napoleonico. Sul campo rimasero un totale di 17.000 caduti, più innumerevoli feriti e mutilati; 5.000 appartenenti allo schieramento vittorioso, quasi 12.000 ai francesi.

pianobattagliarapiles

Il futuro Duca di Wellington aveva sconfitto un esercito simile al suo per numero ed equipaggiamenti, oltre che per composizione delle truppe, dimostrando una straordinaria visione del campo di battaglia ed una grande abilità tattica. A testimonianza del clamore che suscitò nell’Impero napoleonico, le parole del generale francese Foy (a capo di una divisione ad Arapiles e dotato di ogni qualità immaginabile, tranne, certamente, la modestia) raccontano bene la portata di tale evento:

A Salamanca sono stato testimone della più magistrale ed importante vittoria ottenuta dagli inglesi in tempi moderni.

Non solo fu la prima sconfitta della Grande Armée per mano inglese, ma pose la situazione in Spagna in discesa per il fronte anti-napoleonico, con il disastro in Russia che sarebbe giunto di lì a poco; consacrò inoltre il Duca e la sua reputazione di genio militare, con quest’ultimo che diventò, 3 anni più tardi, mattatore a Waterloo.

Straordinaria fu anche la valenza simbolica per spagnoli e portoghesi. I primi iniziarono a vedere la luce in fondo al tunnel, riallacciando, per modo di dire, rapporti meno rancorosi con gli inglesi, ai quali dovevano un grosso favore. I secondi ritrovarono l’orgoglio di una vittoria militare, anche se con un ruolo subalterno, quasi a chiudere un cerchio di forzata politica inoffensiva ed inerme aperto 250 anni prima dal disastro ad Alcazarquivir di Sebastiano I. Il 23 giugno del 1813, l’anno seguente, venne rappresentato al Teatro del Principe di Madrid un dramma popolare composto da un solo atto (l’autore è un tale D.F.G.G., probabilmente Don Francisco Javier Gonzàlez, famoso drammaturgo dell’epoca), le cui parole più famose raccontano la reazione spagnola alla vittoria.

Velintòn en Arapiles

A Marmòn y a sus marciales

Para almorzar les dispuso

Un gran pisto de tomates

Y tanto les diò

Que les fastidiò

Y a contarlo fueron

A Napoleòn

¡Y viva la Naciòn!

¡Y viva Velintòn!