Il sole di luglio brucia, il calore dei suoi raggi non offre tregua e, come tutti gli anni, sappiamo che incombe su di noi il periodo delle Nonae CaprotinaeUna ricorrenza che non dice nulla, agli abitanti attuali del Lazio, e che pure richiama uno fra i culti più antichi dell’Italia preromana. Proprio nel Latium Vetus abitato dalle primitive popolazioni latine infatti, s’incentrava la rustica adorazione di una divinità destinata a divenire celebre nella successiva età repubblicana di Roma. 

Si tratta della cosiddetta Giunone Caprotina, originaria della piccola località di Lanuvium (oggi Lanuvio), appellata anche l’Egidata Juno Infera Lanuvina. Una dèa dalle originarie valenze ctonie, legata com’era alle potenze telluriche e infere, che sarà poi trasposta alla più gloriosa condizione celeste con i titoli di Juno Sospita o Sospitae Mater Regina. Proprio la massima deità sotto la cui ufficiale protezione – pur non senza ambiguità, come dimostrano le ripetute e frequenti evocationes della dèa – si pose fin dai primi tempi la Roma regia e poi la Res Publica

Tra i culti primitivi, quello della Juno Caprotina è uno dei meno facilmente assimilabili secondo interpretazioni successive; probabilmente legato alla fase più antica della costituzione degli indigitamenta, anche dopo la cosiddetta “rivoluzione pontificale” descritta dal Dumézil e l’emancipazione della religione romana da parte dei suoi più crudi aspetti animistici, rimarrà sempre estraneo a qualunque processo di mitizzazione di tipo greco, restando legato piuttosto al contesto sacrale del Lazio antico. Molti suoi aspetti, scarsamente congruenti fra loro, rimangono poco chiari. 

La festa principale della dèa, che consisteva in riti sacrificali nella data delle Nonae di Luglio, era a carattere regionale, e si appaiava nel giorno successivo alla cosiddetta Vitulatio, celebrazione la cui origine mitica ci è narrata, sebbene in maniera confusa, da Macrobio, in un classico esempio di eziologia antica.

Secondo la tradizione, dopo la catastrofe del sacco gallico del 390 a.C. e la successiva riscossa guidata da Furio Camillo, i vicini latini di Roma avrebbero approfittato della debolezza residua dell’Urbe per imporre un singolare tributo, ovvero la cessione di numerose giovani di rango elevato e in età da marito.

Mentre il Senato tergiversava indegnamente di fronte alla richiesta, una serva di nome Vitola avrebbe radunato altre compagne dello stesso censo, e si sarebbe offerta come riscatto per i nemici, con l’intento di ingannarli riguardo la loro vera origine.

Consegnate così alla coalizione latina, durante un festeggiamento conclusosi con la generale ubriachezza, le ardite schiave avrebbero trucidato i nemici inermi ad un ordine di Vitola, nascosta tra le fronde di un caprifico.

Da questi avvenimenti leggendari sarebbe derivata la festa che seguiva i sacrifici a Juno Caprotina, celebrazione in cui donne libere e serve, unite, offrivano alla dèa una capra sotto un albero di caprifico. Una rivisitazione fiabesca del passato, questa, che spiegava assai poco del significato antico del culto, che già per i Romani del periodo di Macrobio non era più possibile rintracciare, se non rileggendolo secondo le categorie metaforiche tipiche del paganesimo neoplatonico dell’epoca. Ma qual’era l’aspetto della divinità? 

Da un passo di Cicerone (De Natura Deorum – I,29), sappiamo che questa era rappresentata con calzari di foggia etrusca, e reggeva sia uno scudo lobato (un ancile, cioè) che una lancia. La testa, infine, era ricoperta alla maniera di un cappuccio da un vello caprino, le cui corna ornavano la fronte della dèa come un singolare diadema.

Altrove, è Festo a definire questa pelle di capra amiculum Junonis, indicandone altresì le favolose proprietà fecondatrici per le supplici che ne avessero fatto richiesta, e anche il collegamento – anch’esso in parte già poco incomprensibile all’epoca – con la festa dei Lupercalia del 15 febbraio, in cui i giovani adepti addetti alla celebrazione si cingevano i fianchi proprio con pelli caprine.

Altre raffigurazioni dirette della dèa ci arrivano dalle monete, come quella coniata per celebrare la restaurazione ordinata da Augusto dell’antichissimo sacello di Giunone Sospita sul Palatino, e sopratutto da altri denari d’età repubblicana, come quelli emessi dal questore Lucio Roscio Fabato in qualità di praefectus monetalis: pezzi d’argento in cui la dèa appare egidata e colta nell’attimo di scagliare l’asta, coprendosi insieme con lo scudo, e preceduta da una serpe anch’essa eretta in atteggiamento aggressivo, oppure in un profilo benevolo, sempre coperta dalla consueta pelle caprina. 

La notorietà del culto di Giunone Sospita perdurò almeno fino a tutto il I secolo a.C. Fu quello notoriamente un periodo critico per la religione romana, e di estinzione quasi completa di diverse credenze tradizionali, da cui neanche la devozione alla dèa fu immune. La sua massima diffusione è quindi da ascrivere a periodi più antichi, sicuramente non oltre gli anni successivi alla conclusione delle guerre puniche, dopo i quali assistiamo a una progressiva decadenza fin quasi al rango di curiosità per eruditi. Ai tempi del suo fasto però, attorno all’anno 557 a.C., il console G. C. Cetego le aveva consacrato un tempio nel Foro Olitorio e un altro celebre santuario era già stato eretto sull’Aventino nel 350 a.C. dopo l’assedio di Veio, durante il quale era stata officiata una delle numerose evocationes della dèa, che da allora in Roma fu onorata con l’appellativo di Regina

Livio riferisce inoltre che, a conclusione della guerra vittoriosa sui Latini nel 417 prima di Cristo, i Romani, anziché infierire sui Lanuvini, che pure erano stati nemici, li ripresero come alleati, a condizione che il loro tempio di Giunone ed il bosco sacro che lo circondava fossero messi in comune con il popolo Romano.

L’interesse dei Romani ad ottenere in comune coi Lanuvini l’accesso al Bosco Sacro aveva una ragione specifica: era il luogo nel quale aveva sede un primevo oracolo ctonio del Serpente-Dragone, equivalente e forse ben più antico dell’Oracolo del Pitone di Delfi. 

Ne accenna Properzio nella famosa VIII Elegia del Libro IV, dove parlando del raro e singolare rito che in Lanuvio si celebrava annualmente nella tana del Dragone, riferisce non solo dell’abbondanza di pellegrini intenti a propiziarsi il favore della dèa per l’annata agricola, ma anche che, in origine, il rito con cui in epoca storica giovani prescelte nutrivano dei serpenti sacri nel fondo di una grotta sacello, prevedeva come sacrificio offerte ben più funeste: vittime umane.

Il tempio di Giunone Sospita a Lanuvio

Anche Eliano, successivamente, scriverà di un tempio dedicato alla “Era dell’Argolide”, in cui risiedeva un mostruoso serpente che doveva essere nutrito esclusivamente da giovinette vergini, che entravano nel suo antro bendate e recando una focaccia (un’offa assai simile a quella con cui Enea avrebbe placato l’appetito di Cerbero scendendo nell’Averno).

Una figura, questa del dragone, che come la Juno Caprotina impersona e unisce i due aspetti – quello vitalistico e quello infero – della Terra, specularmente identificabili come fertilità rigogliosa di uomini e animali e grembo ctonio dove la morte è preludio a una rinascita ciclica. 

Siamo dunque di fronte, in tutta evidenza, a un culto che in età repubblicana aveva ormai mescolato sincreticamente tutta una serie di ambigui significati totemici e animistici provenienti da epoche molto più antiche, secoli in cui quella che diventerà la religione romana arcaica e i culti del Lazio primitivo contenevano ancora una congerie di tabù e concezioni preistoriche che già alla fine dell’età regia erano ormai intraducibili per gli uomini dell’epoca. Un’ambiguità affascinante che rende la visita ai ruderi del santuario di Lanuvio, ancora in piedi dopo secoli, un viaggio suggestivo in un mondo scomparso.