Immaginate che qualcuno bussi alla vostra porta. Aprite e sull’ingresso vi ritrovate di fronte un figuro davvero pittoresco. Sembra un domestico d’altri tempi, di una qualche corte europea estinta, così bizzarro abbigliato con una livrea rosso fuoco ricamata d’oro, braghe attillate settecentesche tipo culottes, mocassini con fibbia d’argento e in testa porta una parrucca coi riccioli bianchi che scendono sulle orecchie. L’uscio di casa vostra vi pare essere dentro una carnevalata veneziana. Ma le caratteristiche del suo volto rendono l’uomo alla vostra porta poco frivolo: sul volto abbronzato, smunto e spigoloso, corre una lunga cicatrice; un solco bordeaux di almeno due centimetri di larghezza scende dalla fronte fino sull’occhio sinistro che non c’è più, perché al suo posto c’è un profondo buco grigio nero che non sembra aver fine, una spaventosa cavità priva di bulbo che si perde dentro la testa, ma il raccapriccio non è ancora finito; la cicatrice procede sulla faccia di quell’inquietante messaggero arandogli la guancia e spaccandogli le labbra per terminare sul mento. Fate due passi indietro dalla repulsione, ovvio. Lui vi fissa con l’unico occhio ceruleo, pallido e gelido, poi accenna un inchino con il capo imparruccato e vi porge, con le mani guantate in bianco, un piccolo vassoio d’argento rettangolare. Sopra di esso, un biglietto color avorio. È un invito.

 

La Signoria Vostra è invitata alla sala da gioco del Club degli Insonni.

R.S.V.P.

Leggete quelle strane parole senza capire il senso logico della lugubre apparizione dell’uomo in livrea del XVIII secolo e del suo invito bislacco. Vincete il ribrezzo di quello sfregio terrificante e lo guardate in faccia. L’occhio che non c’è più. Il profondo abisso nero nella testa. È un precipizio che vi ripugna e vi attira allo stesso tempo. Fissate la cavità scura, non potete farne a meno. Spessa tenebra come calamaio d’inchiostro. Un vortice che vi risucchia. L’ignoto vi chiama a sé, ipnotico. Siete dentro l’occhio che non c’è più, l’occhio nero.  

E sprofondate.

Il Club degli Insonni, GOG edizioni

Vi risvegliate in un mondo diverso. Davanti ad un grande specchio vi guardate. Siete elegantissimi in frac, o elegantissime in abito lungo da gran sera. Vi girate su voi stessi, per cercare di capire dove siete finiti. Sembrerebbe essere una hall, ampia e di lusso. Seguite la scia soffusa della musica che proviene da un’altra sala al di là delle imponenti porte a vetri. A lato dell’ingresso, una targa d’ottone recita: Il Club degli Insonni.  Si apre il sipario sull’incredibile accaduto: entrate a passi poco cauti in una fastosa sala da gioco d’altri tempi, anzi, priva di tempo e di spazio. Camerieri equilibristi impeccabili con schiene dritte galoppano lesti tenendo alti vassoi d’argento con le ordinazioni; sono veri dribblatori professionisti. Sotto gli impressionanti lampadari che scintillano in un milione di prismi di cristallo, si muovono i giocatori tra i tavoli rotondi dal panno verde per il poker, i girotondi di roulette, le pile di fiches in rapido cambio di mano, l’alcool a fiumi, e una spessa cappa di fumo di tabacco irrita gli occhi.

E ora, sbirciate i bizzarri personaggi che riempiono la scena. Ad un tavolo da poker un ricco piatto di una mano beffarda ha scatenato ire furibonde. È rissa con le lame sguainate tra l’orafo teppista Benvenuto Cellini e il conquistador Lope de Aguirre “il furore di Dio”; mentre il Sultano bianco delle Comore toglie la sicura ad una granata sotto il tavolo, il sicario dei servizi segreti sovietici e “zio” di Christian De Sica impugna una piccozza rompighiaccio, e il fuoriclasse delle carte e della dilapidazione Nick “Il Greco” Dandolos si fa una grassa risata stringendo un lungo sigaro Avana tra i denti. Prima che si scateni il ciclone di spade e bombe a mano, il rampollo della dinastia del whiskey James Jameson, voyeur di violenza e agonia, ritrae con la matita la mischia che sta per scatenarsi in sala. Alzando la testa, scorgiamo l’asso di cuori Guido Keller dondolarsi adagiato sul grande lampadario liberty con la sua aquila da compagnia appollaiata sulla spalla.

Jaime Ramón Mercader del Río, zio di Christian De Sica

Guido Keller

Al bancone del bar il barone von Ungern-Sternberg, l’uomo che volle farsi Khan, è molestato da due bellimbusti truffaldini. L’italiano Ponzi lo sta assillando per convincerlo a investire rubli d’oro in una sicurissima speculazione sui francobolli americani, il boemo Lustig invece vorrebbe vendergli la Torre Eiffel. Il barone ha il mal di testa, sospira, adesso desidererebbe molto vedere strangolati quei due scocciatori imbroglioni per poi darne i cadaveri in pasto ai lupi della steppa. Al di là del bancone la barista satanica La Voisin sta sbudellando rospi per preparare uno dei suoi famosi cocktail di Versailles, aiutata dal barman della CIA Ronald Stark, celebre per le sue correzioni lisergiche all’LSD.

Negli stessi istanti, nell’ufficio dietro la cassa, il distinto e serafico D.B. Cooper, occhiali da sole, sigaretta e bourbon alla mano, sotto la minaccia di un ordigno farlocco si sta facendo consegnare dalla bella cassiera il malloppo custodito dalla cassaforte, indisturbato, senza fretta.

Il barone Roman von Ungern-Sternberg

Nel frattempo si apre il sipario del palco del casinò, applausi in sala, inizia il conturbante spettacolo erotico-esotico di Mata Hari, “Occhio dell’Alba”, femme fatale, divoratrice di uomini, spia doppiogiochista. Non si accorge la danzatrice-spogliarellista di Shiva che da dietro una grata del condotto dell’aria condizionata ci sono le facce timide ma curiose dei fratelli Collyer, strambi eremiti metropolitani di Harlem che hanno scelto la solitudine in mezzo alla folla.

Con l’andatura un poco storta e trascinata per colpa del suo vizio con la morfina, esce dalla toilette l’attore ungherese Bela Lugosi, abbigliato da Conte Dracula, aristocratico dandy delle Tenebre in frac e mantello. L’anziano vampiro raggiunge altri giocatori al tavolo della roulette con la Signora Morte come croupier: saltella frenetica, pestifera e spietata la pallina della fortuna sulla ruota del destino. I giocatori rimangono con il fiato sospeso ipnotizzati dalla giostra della roulette, compreso l’avventuriero venezuelano Rafael de Nogales in divisa da ufficiale dell’Impero ottomano, che nonostante ne abbia viste di tutti i colori, sembra essere elettrizzato da quel gioco con la sorte.

Mata Hari

Seduto in completo nero e cilindro c’è al tavolo anche Monsieur Le Presidént François Duvalier, Papa Doc, le Baron Samedi, il dittatore vudù di Haiti che fa a gara a chi perde di più con Rasputin, il monaco nero di Siberia che ha contribuito alla totale rovina degli zar di Russia, e che è accompagnato da quel damerino del principe Feliks Feliksovič Jusupov.

Il raffinato principino, scosso dall’ansia, continua a versare da bere al monaco e insiste nell’offrirgli pasticcini, ma tutto quel veleno con cui ha riempito vino e dolcetti sembra non fare alcun effetto sul demonio siberiano. Ma un attimo prima che la fortuna dia il suo responso, un gran baccano irrompe nella scena. Un’automobile ITALA sfonda una vetrata e invade la sala falciando tavoli e vassoi: è il bolide pioniere del raid a quattro ruote Pechino – Parigi del 1907, con a bordo il principe Scipione, il giornalista Barzini, lo chauffeur Guizzardi; vintage rallisti lanciati con occhialoni per piste vergini dell’Estremo Oriente.

All’improvviso, un cortocircuito. Per un paio di secondi, le luci dei grandi lampadari si affievoliscono fino a spegnersi. La musica si ferma brusca. Torna la luce, ma tutti hanno interrotto quello che stavano facendo come se una forza ultraterrena avesse impartito un ordine secco con uno schiocco di dita. Gli Insonni si voltano a guardarvi. Tutti quanti loro, senza batter ciglio, hanno gli occhi sbarrati e fissi su di voi, a scrutarvi nel profondo.

Il principe Feliks Feliksovič Jusupov

Monsieur Le Presidént François Duvalier

Chi scrive ha usato questo sotterfugio fantasioso per introdurre il Club degli Insonni e sulle ragioni del perché è nato questo esperimento storico-letterario. La curiosità e la continua ricerca del suo soddisfacimento: questo è il motivo perché si è scritta questa raccolta di racconti storici. La curiosità che ti fa indagare, che ti fa scoprire, che impicciona ti fa ficcare il naso nei meandri più remoti e dimenticati della Storia, che ti fa divertire, che ti fa stare sveglio la notte a dipingere con la penna le esistenze inaudite di uomini eccentrici. Il Club degli Insonni è un pot-pourri spaziotemporale, una rassegna di diciannove storie incredibili e personaggi fuori dal comune che fanno a gara di originalità storica. In apparenza questi signori hanno ben poco in comune tra loro. Ma in realtà c’è un elemento che li lega: l’eccentricità.

Bizzarri, grotteschi, surreali e talvolta totalmente fuori di testa, dei matti da legare con camicie di forza. Sì, l’eccentricità è il fil rouge teso e annodato a tutte le biografie che leggerete; la natura straordinaria delle loro esistenze – nel bene e nel male – rende i protagonisti davvero singolari, come se le loro gesta e le loro caratteristiche fossero uscite dalla fantasia di un romanziere e non dagli angoli nascosti della Signora Storia; zone d’ombra della memoria, ma Storia vera, realmente accaduta. Studiarli, scrivere di loro, e spero leggerli, è come assistere ad un’accattivante serie cinematografica, credo intrigante, veloce, dai finali non scontati e dagli aneddoti insoliti e molto diversi tra loro. In un’altra parola: eterogeneità.

Se ci autonominassimo presuntuosi giudici divini del tempo, apriremmo le porte del Paradiso a ben pochi di loro, ne condanneremmo alle pene dell’Inferno alcuni (la strega La Voisin ad esempio, senza dubbio alcuno, e chiediamo al Diavolo persino di ingoiare la chiave della cella infernale) e daremmo qualche milione di anni ai lavori forzati in Purgatorio alla maggior parte di essi. O se fossimo medici della mente, troveremmo di certo diversi spunti d’indagine psichiatrica, da manicomio. Buoni e cattivi, con tutte le sfumature e i contesti del caso.

Ma questa non è un’opera che moraleggia moralista, ci interessa poco giudicare, ci interessa raccontare, e catturare l’attenzione del lettore che qua può scegliere l’epoca (dal XVI secolo ai giorni nostri, con particolare attenzione al Novecento), ma anche la tipologia di genere: il dramma, la tragedia, la commedia, la spy-story, il grottesco, l’horror. Inoltre, nella stesura di alcuni dei racconti de Il Club degli Insonni, sono incappato in un elemento ricorrente, che mi permetto definirlo come “l’elemento Conrad”. Joseph Conrad scrisse Cuore di Tenebra, il viaggio oscuro in ancestrali meandri di geografie sconosciute, selvagge, primordiali, barbare, alla ricerca dell’inquietante Kurtz, semidio bianco delle profondità della giungla africana. Savagery, brutalità. Wilderness, lande selvagge. Darkness, tenebre. Ascoltiamo quelle tre parole inglesi sussurrate da una voce femminile conturbante ma allo stesso tempo pericolosa, come se fossero cantate da una sirena su scogli di roccia affilata: savagery, wilderness, darkness.

Definiamo allora l’elemento Conrad, che è elemento letterario ma anche storico. È quando un uomo dell’ovest o del nord civilizzato entra in contatto con l’est o il sud o l’estremo ovest o l’estremo nord, insomma con una dimensione a lui selvaggia, e ne rimane colpito, stregato a tal punto da venirne assorbito completamente fino a mutare in qualcosa di nuovo ma anche antico – che ossimoro – e riscopre così la sua natura primitiva, bestiale, libera. L’uomo ritrovato nella sua condizione originale, fuori dal suo contesto occidentale e civile, non si spinge solo ad adattarsi all’arretratezza e alla wilderness, ma la cavalca, abbandonandosi alla savagery, alla vera barbarie intrinseca nell’essere umano, spogliandosi degli abiti del mondo conosciuto e borghese, immergendosi completamente nella darkness, nelle tenebre, nell’occhio che non c’è, nell’occhio nero del messaggero guercio e sfregiato che avete fissato all’inizio della presentazione del libro, e spesso, nella follia più pura.

Nel libro che leggerete, l’elemento Conrad si presenta sotto varie forme. Senza dubbio nel capitolo finale Ungern, dove il sottoscritto fa un collage di guerra e terrore nelle misteriose terre che furono di Gengis Khan, dove il barone Ungern-Sternberg definito da altri come sanguinario e pazzo, trova il suo Cuore di Tenebra, fondando una tirannia teocratica degenerata in follia mistica e controrivoluzionaria. Il colonnello Kurtz visse per davvero, Cuore di Tenebra fu tra i monti Altaj, non più foresta tropicale, ma rocce e altipiani incontaminati della Mongolia. Le caratteristiche studiate in Ungern sono ben presenti anche nel Il furore di Dio, capitolo dedicato all’impresa del conquistador Lope de Aguirre, imperatore del mitico El Dorado, in realtà solo una sua allucinazione di inferno privato nel Nuovo Mondo. O in parte anche in Bob il Sultano, dove racconto la moderna storia salgariana dell’avventuriero Bob Denard che diventò in epoca recente il sultano bianco delle isole Comore, creando una Tortuga di mercenari fuori tempo massimo. E nel racconto L’orrido caso di Mr. James Jameson ci si addentra nella giungla umida e malarica lungo il fiume Congo, l’habitat di Kurtz, la sua casa di avorio e malattia. Sono i luoghi più remoti e impenetrabili della Terra di allora, visitati dallo stesso Conrad, e dove il rampollo della dinastia industriale del whiskey James Jameson si guadagna la dannazione; laggiù, dove l’ombra della fitta vegetazione impedisce a Dio di vedere cosa fanno i suoi figli.

Ma in definitiva, al di là di questi scorci intellettuali e tentativi di catalogazione, Il Club degli Insonni è solo un viaggio e come tale deve essere letto. Un viaggio anarchico, anzi un insieme di viaggi senza rotta precisa, con la prua rivolta verso lidi dimenticati, sconosciuti, misteriosi. Siamo esploratori dello spazio, viaggiatori del tempo: visitiamo con la mente tanti paesi vicini e lontani, giungle, montagne, città, inferi, caverne della memoria, torri dei ricordi sotto cieli in tempesta temporale, lungo l’asse della Storia dell’uomo che talvolta ha i suoi cortocircuiti.