E’ la seconda metà dell’ Ottocento e nonostante i forti sviluppi tecnologici e scientifici bisogna ricordare che gran parte della superficie terreste, i due terzi per la precisione, risultavano completamente sconosciuti dal punto di vista geologico, fisico, biologico e scientifico in senso stretto. Gli oceani erano spazi ormai dedicati al trasporto di persone nei vari continenti e al commercio internazionale e intercontinentale, ma mai nella storia precedente il XIX secolo vi fu un approccio diretto tra gli uomini di scienza e gli abissi oceanici. Si credeva che le tenebre, il gelo e la pressione opprimente rendessero impossibile la presenza di forme di vita in questi luoghi. Ma il 21 dicembre del 1872 segna una data decisiva per l’inizio di un’impresa mai tentata prima. In quel giorno infatti la nave  della flotta inglese ‘Challenger’ lasciò il porto di Portsmouth per solcare gli oceani con una nuova prospettiva, diversa da quella commerciale e politica.

Lo sviluppo tecnologico della seconda rivoluzione industriale veniva così trasferito dalla terraferma e dagli agglomerati urbani alle profondità marine. La nave venne completamente trasformata: ben sedici dei diciotto cannoni vennero dislocati dal veliero per lasciare il posto a laboratori e cabine destinate a chimici, fisici, biologi e venne installata una speciale piattaforma per lo scandaglio e l’analisi del fondale oceanico. La spedizione costò al tesoro britannico oltre duecentomila sterline, necessarie  a mantenere, oltre al primato sugli oceani, il primato dello sviluppo tecnologico-scientifico. L’immenso potere imperiale acquisito alla fine delle guerre napoleoniche spinsero la Gran Bretagna a dimostrare al mondo la potenza e le risorse della nazione, solcando finalmente gli oceani di cui era padrona indiscussa alla luce delle nuove scoperte effettuate da Charles Darwin, pubblicate ne ‘L ‘origine delle specie’ del 1859. Il merito dell’impresa del  ‘Challenger’ va ai due naturalisti William Benjamin Carpenter e Charles Wyville Thomson, studiosi rispettivamente delle università di Londra ed Edimburgo.  Il secondo partecipò personalmente all’impresa, facendo parte dell’equipaggio che contava circa 225 persone. Comandata dal capitano George Nares il gigante britannico, velocizzato da un motore a vapore di 1200 cavalli, superò negli ultimi giorni del 1872 lo stretto di Gibilterra per attraversare l’Oceano Atlantico fino alle Bermuda, risalì fino in Canada per poi raggiungere le coste del Brasile. Nel 1873 doppia il Capo di Buona Speranza, inoltrandosi nell’ Oceano Indiano e spingendosi ai limiti del Circolo polare antartico, avvistando l’enorme distesa di ghiaccio e sfidando il pericolo degli icebergs. Puntando l’ Oceania la nave ha continuato a raccogliere materiale utile per le ricerche scientifiche. Il ‘Challenger’ prosegue il lungo viaggio attraversando le Filippine, toccando le coste giapponesi e avventurandosi nell’ Oceano Pacifico passando per le Hawaii e Tahiti.

Attraversò di nuovo l’Atlantico  superando lo stretto di Magellano e finalmente facendo ritorno in patria nel 1876. Durante la traversata globale gli scienziati effettuarono analisi chimiche delle acque, raccolte di campioni e misure delle profondità a distanze prima improponibili. Durante il viaggio non mancarono marinai che disertarono in occasione dei rari approdi, i mesi passati in mezzo all’oceano hanno reso evidentemente insopportabile la vita a bordo del vascello inglese. La spedizione Challenger non solo fu la prima missione di questo genere in ambito scientifico, ma segnò delle svolte anche nel mondo artistico. Fu la prima in cui fu richiesto a un fotografo di immortalare i paesaggi e le persone incontrate durante le soste sulla terraferma. A bordo era infatti presente un fotografo ufficiale a cui era riservata una camera oscura appositamente costruita sulla nave per sviluppare gli scatti. Ad accompagnare l’equipaggio lungo gli interminabili quattro anni di spedizione vi era anche un artista ufficiale, Jean-Jacques Wild, il quale partorì numerose illustrazione concernenti i luoghi visitati. Si stima che durante tutta la durata della spedizione furono classificate 4717 specie affascinanti e terrificanti di animali sconosciuti e 715 nuovi generi  fino ad allora estranei all’ occhio umano, dimostrando quindi la presenza di vita nelle profondità oceaniche. Il ‘Challenger’ rappresenta perciò  un enorme passo dell’umanità nella continua scoperta biologia ed un sublime duello tra l’intraprendenza dell’uomo e la maestosa potenza della Natura.