Dalle montuose e desertiche lande fra l’Anatolia e la Mesopotamia, passando per il Mare Nostro e le isole dell’Egeo, salendo per l’Italica penisola fino al centro dell’Europa continentale e delle fredde coste baltiche. L’alfabeto runico ha due storie: una nota, scientificamente comprovata e l’altra occulta, dispersa fra il tempo e i cronisti. Possiamo affermare con certezza che il runico affonda le sue radici fra il centro e il nord Italia, nelle terre contese fra Reti, i Veneti e gli Etruschi: questi ultimi, modellando il loro stesso bagaglio fonetico e alfabetico, crearono le basi, assieme al greco del Mezzogiorno, per la futura nascita del latino scritto e parlato. I popoli germani di cultura norrena, ricevettero dal megalito etrusco, novello Prometeo, il loro principale alfabeto precristiano e prelatino, noto come “Fuþark” il Futhark latino, comparso per la prima volta in forma scritta fra il II e il III secolo p.e.v. quando Roma era già prospera culla della civiltà universale e signora di una vasta moltitudine di popoli. Tacito, nel suo De origine et situ Germanorum noto ai più come “Germania”, ci parla delle tribù oltre i confini del Reno e del loro mistico rapporto con l’antico alfabeto di origine etrusca.

Due rappresentazioni artistiche contemporanee di come dovevano apparire i potenti guerrieri Pelasgi, i temutissimi popoli del mare, fra cui annoveriamo i Libu, gli antichi Libici, i Peleset, i biblici Filistei, gli Shardana, i Sardi nuragici e i Turša, gli antenati degli Etruschi

Due rappresentazioni artistiche contemporanee di come dovevano apparire i potenti guerrieri Pelasgi, i temutissimi popoli del mare, fra cui annoveriamo i Libu, gli antichi Libici, i Peleset, i biblici Filistei, gli Shardana, i Sardi nuragici e i Turša, gli antenati degli Etruschi

Volendo chiosare, non possiamo non soffermarci sull’importanza del popolo pelasgico in questione: tramite gli approfonditi studi genetici e le comparazioni effettuate, oggi sappiamo che gli antenati degli Etruschi giunsero in Italia, in qualità di “Popolo del mare” dall’Anatolia. In questo millenario processo di spostamento, le coste turche sull’Egeo furono abbondantemente colonizzate. Da qui fiorì la rocca di Ilion, la mitica Troia. Virgilio in fin dei conti, non dovette dare troppo spazio alla fantasia.

Tralasciando le oscure teorie riguardo l’origine mesopotamica degli Etruschi, plausibile ma non confermata, possiamo però prendere in considerazione l’origine Indoeuropea di tale popolo sia a livello linguistico che genetico, assieme a numerosi altri anatolici, come i Lukka, antichi abitanti della Licia. I carri delle steppe vennero sostituiti in favore delle veloci navi da guerra, atte a porre un durevole dominio terra marique.

Fatti i dovuti passaggi e finalmente giunti all’origine linguistica anatolica, o per meglio dire Tirsenica/Tirrenica, possiamo dire che le rune trovano la loro primordiale origine in Oriente

Come gli Etruschi e i loro antichi cugini e fratelli di vela, anche i “Norseman” furono grandi navigatori e razziatori: i Vichinghi ad esempio, decoravano le loro imbarcazioni note come “Drakkar”, utilizzando sofisticate e particolareggiate fantasie zoomorfe, avviluppate fra impercettibili rune. Tali decorazioni sono da interpretare in modo augurale e profondamente religioso. Le rune, in quanto depositarie di un illimitato e grandioso potere magico, erano sotto la custodia di Óðinn/Wotan il divino archetipo del mistico e del sacro, il Dio ancestrale e creatore che ne diffuse l’utilizzo. Ciò ci è stato fortunatamente tramandato grazie ai testi islandesi del XIII secolo p.e.v. dell’Edda poetica e dell’Edda in prosa, le due maggiori fonti riguardanti la religione norrena.

Una collezione runica: versione classica del Futhark norreno, qui rappresentato allegato assieme ai nomi originali e ai significati simbolici in lingua inglese

Una collezione runica: versione classica del Futhark norreno, qui rappresentato allegato assieme ai nomi originali e ai significati simbolici in lingua inglese

A differenza dunque dell’alfabeto fenicio, etrusco o latino, il runico ha, apparentemente più degli altri, una connotazione esoterica, legata ad una dimensione divinatoria. Il primo utilizzo delle ventiquattro rune è sicuramente collegato all’incisione su legno e su pietra. In quanto legate al mondo sciamanico e druidico, esse venivano usate in ambiti rituali e magici per mezzo di tessere in corno o legno. Erano i sussurri degli Dei, la parola runa infatti, nell’antica lingua norrena, ha svariate sfumature di significato allacciate al mistero, al segreto e in senso lato anche al bisbiglio. Con il passare dei secoli e la graduale sparizione delle rune in ambito grammaticale ufficiale, ma non quotidiano, si andarono a delineare ancora di più, svariati filoni stilistici ricollegabili alle numerose comunità dei popoli germanici e più in generale nordici. Guido von List, occultista, politeista e scrittore austriaco, nonché ariosofista e precursore del nazionalsocialismo occulto, dopo una ingente mole di studi sulle antiche rune e sul pantheon norreno, creò le “Rune Armanen” introdotte in uno dei suoi maggiori testi, il Das Geheimnis der Runen ovvero “Il Segreto delle Rune” del 1908. Tale lavoro di ricerca, da inquadrare nell’ambito mistico völkisch, crea una novella tradizione, con un alfabeto di diciotto rune, riprese direttamente dalla versione Futhark recente. Dopo circa undici mesi di cecità, dovuta ad un duplice intervento di cataratta nel 1902, von List affermò di aver ricevuto tale disposizione runica per mezzo di un terzo occhio, apertosi proprio durante la non vedenza fisica.

Il grande Dio delle rune: Odino cavaliere e armato di lancia, accompagnato dai fedeli corvi Huginn e Muninn, si appresta a scacciare in mare il demone serpente Jörmungandr, figlio di Loki. Rappresentazione su un elmo di epoca Vendel (XIII secolo p.e.v.) ritrovato nell'Uppland, Svezia

Il grande Dio delle rune: Odino cavaliere e armato di lancia, accompagnato dai fedeli corvi Huginn e Muninn, si appresta a scacciare in mare il demone serpente Jörmungandr, figlio di Loki. Rappresentazione su un elmo di epoca Vendel (XIII secolo p.e.v.) ritrovato nell’Uppland, Svezia

Pochi decenni e le rune divennero focale materia di studio per i cadetti delle Schutzstaffel, le truppe esoteriche del nazionalsocialismo, all’interno di vari complessi fisici e giuridici quali la SS-Junkerschule Bad Tölz, l’istituto “Eredità Ancestrale” Ahnenerbe e, per gli occultisti più in vista e apprezzati del Reich, il castello di Wewelsburg. Le rune non solo .rafforzarono il loro carattere divinatorio e propiziatorio, ma assunsero nuovamente una valenza escatoligica e marziale; in esse si celò la promessa del futuro dominio della cultura nordica sul mondo. Oggigiorno, le rune rimangono un oceano simbolico di gran fascino per linguisti, archeologi e comunità di ricostruzione politeista: Svezia, Norvegia e Islanda sono i baluardi di questa riscoperta tradizionale ed indigena, sempre più apprezzata e valorizzata anche a livello istituzionale. Dagli Indoeuropei agli Etruschi fino alle burrasche storiche più recenti, questa mistica realtà ancora vive.