Sebastopoli: una storia di mare e di guerra. Si trova sulla punta sud-occidentale della penisola russa di Crimea ed è un’importante base navale della Federazione; qui ha sede il quartier generale della Flotta del Mar Nero della marina militare di Mosca. È una città marinaia, è una città guerriera. Nacque greca con il nome di Cherson, se la prese Roma, fu passata in eredità a Bisanzio ma fu lascito certamente vitale ma talvolta scomodo, perché capoluogo insofferente e ribelle; passò quindi a Trebisonda, ramo bizantino dell’Anatolia costiera sull’intercontinentale Via della Seta taglieggiato dai pericolosi vicini tataro-mongoli dell’Orda d’Oro, gente dalla corda dell’arco facile e con il saccheggio nel sangue; divenne colonia di Genova Dominante Superba su Costantinopoli che fece del Mar Nero il suo “lago genovese”; poi l’ombra ottomana della Sublime Porta si mangiò Cherson, le colonie genovesi e il Principato di Teodoro in disintegrazione; si dovette attendere tre lunghi secoli per una nuova fondazione e la rinascita della città con il nuovo nome russo di Sebastopoli per volontà del principe generale Potëmkin sotto la benedizione della zarina Caterina II di tutte le Russie, vincitrice contro i turchi dei sultani Abdül Hamid e Selim III detto “il Compositore”. La nuova Sebastopoli Sevastopol, assume alla fine del XVIII secolo la vocazione che ancora oggi la contraddistingue: solida guarnigione di marina militare e importante porto commerciale. Mare, dunque, mare russo. Passeggiando al tramonto sul lungomare sulla baia, verso lo scoglio con la colonna sui cui poggia l’aquila del Monumento alle Navi Affondate, simbolo cittadino tra le onde e i gabbiani che ricorda i velieri russi perduti durante la Guerra di Crimea di metà dell’Ottocento, si aprono visuali storiche. Sono feritoie della torre del presente da cui guardare verso i panorami del passato. Sono gli scorci delle guerre di Sebastopoli.

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Primo Scorcio – Assedio di Sebastopoli (ottobre 1854 – settembre 1855)

Guerra d’Oriente, casus belli – causa formale: controllo dei luoghi sacri della cristianità in territorio ottomano. Terra Santa. Gerusalemme, Betlemme, Nazaret. Dio lo vuole. I porporati di Roma anche. I metropoliti slavi pure. Lo zar autocrate per mandato celeste rivendica il ruolo di protettore della terra di Cristo. Napoleone III, il nipote (illegittimo come si è appurato nel 2014) di Napoleone I, golpista impenitente adesso finalmente anche lui Empereur reclama a sé il diritto di difensore cattolico della croce in Palestina.

Guerra d’Oriente, motivi geopolitici – causa informale: l’Impero Ottomano è un vecchio gigante decrepito, diversi analisti dell’epoca ritengono che sia prossimo alla sfacelo totale. Il presunto prossimo crollo fa gola a molti. Sul tavolo verde della geopolitica ci sono i Balcani che nel futuro vicino potrebbero essere vinti dai giocatori più forti, scaltri e ambiziosi; ma anche le isole dell’Egeo, le regioni del Vicino Oriente, la Mesopotamia, le coste mediterranee di Levante, l’Egitto, la Cirenaica, la Tripolitania, la Tunisia il Golfo Persico, il Mar Rosso… che piatto potrebbe essere! Lo zar Nicola I, sicuro dell’imminente caduta della Sublime Porta, non vuole perdere una ghiotta occasione per accaparrarsi Bessarabia e Balcani. E non dimentichiamoci della secolare e strategica importanza degli stretti dei Dardanelli e del Bosforo; chi controlla quei passaggi tra il Mar Nero e il Mediterraneo, ha in mano le rotte commerciali di tutta l’area, di Costantinopoli, e della Turchia intera. Arterie vitali. Guerra diplomatica: i caffetani del Sultano Abdülmecid e dei suoi Gran Visir sono strattonati dagli ambasciatori di due diversi schieramenti. Gli ottomani cedono ai francesi, le cannoniere della loro flotta fanno paura. Napoleone III è ufficialmente il protettore dei luoghi della cristianità in territorio ottomano. Prestigio francese, esclusione russa. La scintilla accende la miccia. Escalation rapida inesorabile.

Lo zar Nicola I

Lo zar Nicola I

Nicola rivendica gli stessi diritti come alfiere della fede ortodossa. Movimenti di truppe ai confini imperiali. Minacciose parate a Sebastopoli. I russi vanno in missione diplomatica a Costantinopoli per far cambiare idea ai turchi. I turchi rifiutano. Interviene Londra a gamba tesa, gli inglesi inviano la propria flotta a sostegno di quella di Napoleone III. La fiammella scorre bruciando la miccia. Lo zar ordina di occupare la Moldavia e la Valacchia. La miccia brucia in accelerazione. Ultimi tentativi delle diplomazie per fermare l’esplosione. Fallimento delle trattative: i turchi si sentono al sicuro sotto la protezione di Londra e Parigi, è in gioco la loro stessa sopravvivenza come impero. Il Sultano fa la sua mossa, e dichiara guerra alla Russia il 4 ottobre 1853. Detonazione! Battaglie terrestri sul Danubio, ecatombe di marinai ottomani sul Mar Nero. È la Guerra d’Oriente (1853 – 1856) che viene ricordata come guerra di Crimea perché fu nella penisola che si combattono le principali e decisive battaglie del conflitto. Alle truppe ottomane, francesi ed inglesi si uniranno poi i nostri bersaglieri del Regno di Sardegna, il cui intervento nel lontano conflitto esotico è fortemente voluto da Vittorio Emanuele II e Cavour per avvantaggiarsi poi dell’alleanza con le grandi potenze franco-inglesi nel grande progetto risorgimentale. Più che per le cannonate russe, saranno i germi del colera e del tifo a massacrare i soldati sardo-piemontesi.

Nel settembre 1854, dalle coste bulgare, inizia l’invasione della penisola della Crimea, e un agguerrito contingente anglo-franco-turco sbarca con obiettivo Sebastopoli. Sono mesi di assedio, bombardamenti, sortite russe per rompere il cerchio nemico, malattia, e a Balaklava va in scena l’epica e tragica teatralità del conflitto, con la famosa “carica dei seicento” della Light Brigade, romantico inutile esempio eroico di tarda cavalleria dove dragoni, ussari, lancieri della regina Vittoria si scagliano dentro una trappola mortale, proprio tra le fauci russe, galoppando a briglia sciolta verso il fondo della valle infernale come a volersi tuffare dentro una fossa di cimitero, mentre davanti a loro, e dalle alture di destra e sinistra, le bocche da fuoco dello zar fanno il tiro al bersaglio sugli sventurati infilati dentro quel vicolo cieco di nitriti, criniere al vento, schianti di cavalli e cavalieri, nubi di polvere, esplosioni, ordini urlati e non ascoltati che tentano di emergere dal caos di rumore assordante; gli inglesi sono nel sacco con i loro destrieri che scalciano, tiro al piccione dei russi, i cosacchi sparano a pesci nel barile. I cavalieri corrono incontro alla morte inconsci, taluni consci, con la sciabola sguainata e una strana esaltazione nei loro volti.

The Carge of the Light Brigade, di Lord Alfred Tennyson (1854)

È magnifico, ma questa non è guerra; è una follia.

Dice un maresciallo di Francia, spettatore del macello di Balaklava. Il cappio è stretto su Sebastopoli per un anno intero. A terra si scavano chilometri di trincee, i cannoni degli eserciti duellano in un braccio di ferro di bombardamenti e distruzione, le casematte vengono tenute coi denti, prese, perdute, riprese: l’assalto e la difesa sono all’ultimo sangue. In acqua i vascelli anglo-francesi partecipano al diluvio di fuoco, bagliori arancioni illuminano la superficie del Mar Nero e scagliano proiettili nella tempesta di stelle cadenti artificiali di Crimea. Sui camminamenti dei bastioni di Sebastopoli, assieme alle migliaia di soldati, fanti di marina, marinai, barellieri, serventi ai pezzi che sudano, combattono e muoiono sotto le insegne dell’aquila bicipite dei Romanov, troviamo in divisa da ufficiale di artiglieria un giovane inquieto e ardimentoso: è Leone Tolstòj, prossimo grande romanziere di tutte le Russie. Il ragazzo è coraggioso, partecipa in prima fila alla guerra e osserva, s’impressiona, ricorda amaro la terribile esperienza. Nei suoi I Racconti di Sebastopoli tramanda non solo letteratura ma anche storia. Come improvvisi lampi di cannone che rischiarano il campo di battaglia a notte fonda, alcuni passaggi dei suoi tre racconti, sono istantanee dal passato in armi di Crimea.

… vedrete la guerra non nelle sue schiere ordinate, belle e splendenti, con il rullo dei tamburi, con le insegne al vento e i generali caracollanti, ma vedrete la guerra nella sua vera espressione, nel sangue, nelle sofferenze, nella morte…

 

Vi sembra di udire non lontano da voi il colpo di una palla, e da ogni parte diversi rumori di proiettili che ronzano come api, fischiano, veloci e stridenti come la corda di uno strumento, udite il tremendo rimbombo di una cannonata, che vi scuote tutto e vi appare come qualcosa di tremendamente terrificante.

 

Le stelle splendevano alte nel cielo, ma senza scintillare; la notte era scura, c’era buio pesto, soltanto i fuochi degli spari e gli scoppi delle bombe illuminavano per un istante gli oggetti. I soldati procedevano velocemente, in silenzio e senza volerlo superandosi a vicenda; coperti dagli incessanti boati degli spari, erano appena udibili il suono regolare dei loro passi sulla strada secca, il rumore delle baionette che si urtavano e il sospiro e la preghiera di qualche timido soldatino: «Signore, Signore! Che cos’è questo!». Talvolta si udiva il gemito di un ferito e il grido «Barella!» (nella compagnia che Michajlov comandava, da un solo colpo d’artiglieria quella notte furono uccisi ventisei uomini). Nell’oscuro orizzonte lontano divampò un fulmine, la sentinella del bastione gridò «Ca-an-no-ne», e una palla, fischiando sulla compagnia, bucò il terreno e fece schizzare via le pietre.

 

Ragazzi! Guardate, comportatevi da eroi con me! Non fate fuoco con i fucili, ma fotteteli con le baionette. Quando griderò “urrà!”, seguitemi tutti, nessun fottuto rimanga indietro… Per lo zar, nostro padre!

 

Il terrore… della morte è un sen-ti-men-to in-na-to nel-l’u-o-mo.

Lev Tolstòj

Lev Tolstòj

 

Sebastopoli, sempre la stessa, con la sua chiesa non terminata, la sua colonna, il suo lungomare, il suo viale che verdeggiava sul colle e l’elegante edificio della biblioteca, con le sue piccole insenature azzurre, piene di alberi di navi, i pittoreschi archi degli acquedotti e le nuvolette di fumo azzurro di polvere, illuminate di tanto in tanto dalla fiamma rossa degli spari; sempre la stessa bella, festosa e orgogliosa Sebastopoli, da un lato cinta da gialle montagne fumanti, dall’altro da un mare color azzurro vivo, scintillante al sole, appariva da questo lato della baia. All’orizzonte del mare, attraversato dalle strisce di fumo nero di una nave, si snodavano lunghe nuvole bianche che promettevano vento. Lungo tutta la linea di fortificazioni, in particolare lungo i monti del fianco sinistro, quasi all’improvviso, di continuo, con un lampo che a volte risplendeva persino di luce meridiana, spuntavano gomitoli di fitto e denso fumo bianco, si dividevano, assumendo forme diverse, si sollevavano e si tingevano di scuro in cielo. Questi piccoli fumi, apparendo ora qua ora là, si formavano fra i monti, sulle batterie del nemico, in città e in alto nel cielo. I rumori degli scoppi non tacevano mai e, vibrando, scuotevano l’aria…

 

Le strisce nere si muovevano proprio dentro il fumo, avvicinandosi sempre più. I rumori degli spari, facendosi sempre più intensi, si confondevano in un frastuono continuo, roboante. Il fumo, sollevandosi sempre più fitto, si spargeva velocemente lungo la linea e infine formò un’unica nube viola, che si intrecciava e si strecciava, dentro la quale qua e là balenavano fuochi e punti neri – tutti i rumori si riunirono in un crepitio assordante. Attaccano!

 

Per tutta la linea dei bastioni di Sebastopoli, che per tanti mesi avevano ribollito di vita inusualmente energica, che per tanti mesi avevano visto eroi morire uno dopo l’altro, sostituendosi davanti alla morte, che per tanti mesi avevano destato paura, odio e infine l’ammirazione dei nemici, sui bastioni di Sebastopoli non c’era più nessuno da nessuna parte. Tutto era morto, selvaggio, terribile ma non sereno: tutto stava ancora crollando. Sulla terra perforata, sconquassata dalle recenti esplosioni si ammassavano ovunque affusti rotti, che schiacciavano i cadaveri di soldati russi e nemici, pesanti cannoni di ghisa, per sempre ammutoliti, gettati nei fossati da una forza terribile e coperti fino a metà di terra, bombe, palle, ancora cadaveri, fosse, frammenti di travi, di rifugi, e ancora cadaveri muti in cappotti grigi e turchini. Tutto questo spesso fremeva ancora e veniva illuminato dalla fiamma purpurea delle esplosioni, che continuavano a scuotere l’aria. I nemici vedevano che qualcosa di incomprensibile stava accadendo nella tremenda Sebastopoli. Queste esplosioni e il morto silenzio dei bastioni li facevano tremare; ma essi ancora non osavano credere, sotto l’impressione della forte e tranquilla resistenza di quel giorno, che il loro nemico incrollabile fosse sparito, e tacendo, senza muoversi, con trepidazione attendevano la fine della notte tenebrosa.

Con l’assalto finale di Malakoff del 7-8 settembre 1855, crollano i bastioni di Sebastopoli. La difesa è disperata: dopo il fuoco dei cannoni e quello dei moschetti, si passa alle lame delle baionette. Ma la sorte della città è segnata, le truppe russe, ormai in rotta, si ritirano nella confusione generale. L’esito della Guerra d’Oriente è deciso.

Henry Wilkin, sopravvissuto alla carica della Light Brigade

Henry Wilkin, sopravvissuto alla carica della Light Brigade

Secondo Scorcio – Assedio tedesco (ottobre 1941 – luglio 1942)

Operazione Barbarossa: l’immane partita a scacchi tra Hitler e Stalin, l’est brucia, l’intero pianeta Terra è scosso dal movimento violento di milioni di uomini in lotta tra loro. I russi cadono a centinaia di migliaia; due milioni i prigionieri. Ma i russi non diminuiscono.

Nel settembre del 1941, il genio della guerra corazzata Erich von Manstein è nominato comandante della 11ª Armee, formazione tedesca e rumena inquadrata nel Gruppo armate Sud con il compito di occupare la totalità della penisola di Crimea. Battaglia durissima: alba di autunno incendiato sull’istmo di Perekop, i fanti balzano fuori dalle buche protetti da uno scudo di artiglieria e dai traccianti di mitragliatrice, verso i reticolati, i campi minati, le trincee sovietiche. La resistenza è assai aspra, i bunker sono snidati uno ad uno, con i “mostri” semoventi, e i lanciafiamme. I tedeschi prendono lo stretto di Kerč, Balaklava e Yalta, l’elegante riviera zarista ora Montecarlo sovietica. La Crimea viene sgombrata con il fuoco, fatta eccezione per l’obiettivo più importante di tutti: Sebastopoli. La città-fortezza sul Mar Nero ancora una volta riveste un’importanza strategica di primo piano; senza di essa, la vittoria in Crimea non può dirsi completa; senza di essa tutto il fianco sud dell’immenso fronte russo rimarrebbe sotto una costante minaccia. La potente piazzaforte a protezione del porto militare nella baia di Servenaja, tana di navi da guerra e molo di rifornimenti vitali, è come una pistola carica premuta alla schiena. C’è inoltre da pensare alle prossime mosse nel Caucaso, e in fretta.

La difesa di Sebastopoli, Alexander Alexandrovich Deineka (1942)

La difesa di Sebastopoli, Alexander Alexandrovich Deineka (1942)

Sebastopoli deve cadere, a qualunque costo. Ma i tedeschi sono di fronte ad un osso duro, granitico. È un bunker gigantesco, apparentemente inespugnabile, protetto da tre linee difensive. La più esterna è fatta di campi minati e ostacoli anticarro. La seconda appare composta da vere e proprie moderne mura cittadine. I sovietici hanno infatti realizzato una serie di imponenti e robusti forti: Stalin, Siberia, Molotov, Ceka e lo spaventoso Maxim Gorkij dalle torri binate corazzate nel cemento, che vomitano proiettili giganteschi. Sono strutture come iceberg terrestri. Affiorano le cime in superficie ma la loro forza è nascosta, sono enormi cittadelle militari sotterranee. La terza, ultima ed estrema difesa, è una rete di trincee, casematte per le mitragliatrici e postazioni metropolitane.

Il 17 dicembre 1941, con l’usuale concerto di artiglieria che in tante battaglie della seconda guerra mondiale dà la sveglia agli eserciti e battezza nuove offensive, l’11ª Armata di von Manstein si getta addosso alla piazzaforte. Scontri feroci. Natale al cimitero. Il Caucaso soffia gelo pungente a -30°. I lenti e sanguinosi progressi s’interrompono bruschi per ordine del comandante. I sovietici sono sbarcati ad est, per riprendersi la penisola Kerč, lasciata pressoché sguarnita. È in atto la controffensiva russa di San Silvestro per riconquistare la Crimea. Von Manstein deve mollare l’osso di Sebastopoli, il nemico gli è alle spalle. Le divisioni esauste, senza prendere fiato, si girano indietro, per rigettare a mare la nuova minaccia. È il 1942, felice anno nuovo ai fanti della Heer, disgraziati nell’inverno infernale di Russia. La guerra nella penisola di Crimea si congela.

Cannoni navali del forte Maxim Gorky distrutti

Cannoni navali del forte Maxim Gorky distrutti

Un soldato tedesco osserva il porto distrutto di Sebastopoli

Un soldato tedesco osserva il porto distrutto di Sebastopoli

Un bunker sovietico raso al suolo

Un bunker sovietico raso al suolo

Tarda primavera del’42, in vista della grande Operazione Blu prevista per l’estate al fronte orientale che avrebbe portato a catastrofi irrimediabili, von Manstein vuole e deve mettere fine all’assedio di Sebastopoli. Il generale scruta la costa a bordo di una veloce motosilurante della Regia Marina italiana, in ricognizione con i motori al massimo sul Mar Nero. Osserva la Crimea prima dello scontro imminente. Dal sole sbucano due caccia con la stella rossa, mitragliano in picchiata la motosilurante italiana. Il generale Erich von Manstein si salva per un soffio. Inizia la battaglia di Sebastopoli. Fine maggio – inizio giugno: apocalisse di bombe. Le bocche da fuoco tornano a lavorare più di prima. Dal cielo, stormo dopo stormo, cacciabombardieri Stuka si tuffano strillando sopra la città, sganciando e mitragliando. Azione a ondate successive: bombardamento senza sosta; i piloti del corpo aereo del generale von Richthofen compiono fino a duemila incursioni al giorno. Dal cielo non c’è tregua, dagli artiglieri di terra ancor meno. Per giorni e notti, senza smettere un’istante, le batterie sparano proiettili di qualsiasi calibro e tipo. Le canne di milletrecento pezzi di artiglieria fumano incandescenti. I lanciarazzi multicanna Nebelwerfer con munizioni dirompenti e caricate a olio infiammabile sputano oltre 300 proiettili al secondo con un baccano di urla sinistre e code di fuoco. Armi tremende che provocano un effetto non solo di distruzione, ma fortemente psicologico, per gettare panico e terrore tra le fila del nemico. I pezzi contraerei Flack 88 poi, si dimostrano precisi ed eccezionali per annientare i bunker a tiro diretto.

Non basta ancora, giungono le armi speciali, gli obici dei giganti, i demolitori di fortezze, tre fratelli distruttori. Il mortaio Gamma è un creatore di terremoti che spara confetti da una tonnellata l’uno. Ha una gittata di 15 chilometri, ed è animato da 250 artiglieri. Un pezzo da novanta certo, ma uno scricciolo in confronto a suo fratello il titano semovente Karl, ribattezzato Thor, il martellatore dio del tuono e della tempesta con i suoi fulmini da oltre due tonnellate e che assume le sembianze di una mostruosa testuggine con la canna che sembra una ciminiera di una fabbrica ambulante. Ma il più grosso e cattivo di tutti, persino più tremendo di Thor, è suo fratello maggiore, il pesante Gustav. All’ombra del gigante Gustav, si rimane come pietrificati dinnanzi alla superbia della balistica degli uomini che sfida il cielo. Gittata: quasi 50 chilometri, un bel tiro. Lunghezza bocca da fuoco: quasi 33 metri, una galleria. Lunghezza di un proiettile e del suo bossolo: metri 7,8, una casa di due piani. Trasporto: trenta carri ferroviari per muovere Gustav smontato, una faticaccia. Cadenza di tiro: tre colpi all’ora, ma che colpi! Peso della granata sparata: sette tonnellate, quando cadono si sentono. Posa di tiro: il titano appoggia le zampe su due rotaie disposte a semicerchio, per prendere bene la mira. Addetti al servizio di Herr Gustav: 4.120 uomini tra servizio di guardia, meccanici, artiglieri, ufficiali, più un generale, insomma c’è un bel da fare attorno al titano, tante formiche si agitano al suo cospetto, come seguaci che adorano il mostro della guerra, e il mostro ringrazia i fedeli facendo fuoco. Il leviatano con un sol colpo distrugge un deposito trenta metri sottoterra nella baia di Severnaja. Gamma, Thor, Gustav ingombranti esagerate macchine belliche fanno bene il loro tremendo lavoro a Sebastopoli. Sbriciolano i forti Molotov, Stalin, Siberia, persino il temuto Maxim Gorki. È il più grande bombardamento tedesco di tutta la seconda guerra mondiale. Sebastopoli è un groviglio di crateri e ferro, un braciere di rovine.

Hitler ed i suoi generali ispezionano il cannone Gustav

Hitler ed i suoi generali osservano il cannone Gustav

Anche dal mare non c’è tregua alla città. Tocca alla 4ª Flottiglia MAS della marina italiana comandata dal capitano di fregata Francesco Mimbelli occuparsi delle operazioni nel teatro del Mar Nero su ordine di Supermarina dopo l’esplicita e urgente richiesta dell’alto comando germanico della Kriegsmarine. I tedeschi sono rimasti fortemente impressionati dai successi delle truppe speciali italiane nel Mediterraneo. Le missioni delle flottiglie MAS sono esempi di inventiva tecnica, creatività bellica, e di un’audacia di rara spavalderia. Rapidi invisibili pazzi corsari italiani. I motoscafi d’assalto MAS, i Motoscafi Turismo Modificato “emme” schegge kamikaze con un carico di 300 kg di tritolital per il “fine corsa”, e i sommergibili tascabili CB, piranha piccini a caccia di squali ben più grossi, sono i mezzi che da Yalta imperversano al largo di Sebastopoli assediata, per bloccarne i rifornimenti sovietici, e strangolarla dal mare. Molti i successi, tra cui la presa del porto di Balaklava da parte dei MAS a bandiere spiegate del capitano di corvetta Salvatore Todaro, gentiluomo, cavaliere moderno, Don Chisciotte del mare.

Il lavoro fatto dall’artiglieria, dagli aerei, dai motoscafi e dai sommergibili ora va completato. Nella terra irriconoscibile dai rottami contorti, dai buchi, dai resti fumanti delle fortezze, i russi cocciuti accaniti suicidi si difendono fine alla fine. Occorrono le squadre d’assalto dei genieri. Trincea dopo trincea, buco dopo buco, i tedeschi ripuliscono con granate e i lanciafiamme metro per metro. Le perdite sono altissime per assaliti e per assalitori. Fa un caldo boia, il terreno di battaglia è una fornace fumante. I cadaveri sotto il sole d’estate sono a migliaia. Il fetore di putrefazione è bestiale, l’aria è avvelenata. Mosche: tutte le mosche del mondo fanno festa immonda a Sebastopoli. Duelli a denti ringhianti sulle alture sopra il porto; nel cimitero inglese fortificato soldati del Terzo Reich e fanti di marina Morskaja Pechota d’URSS si ammazzano senza prendere fiato. Dal mare arrivano gli ultimi rinforzi russi, giusto in tempo per morire.

Un MAS 528

Un MAS 528

Nel labirinto buio sotto il forte Maxim Gorki, i reparti tedeschi scendono nelle viscere sotto la terra, ed ogni stanza è una battaglia di raffiche improvvise e scoppi di granata. Ultime comunicazioni dal forte Maxim Gorki al viceammiraglio Oktjabrski:

Siamo ancora in quarantasette. I tedeschi picchiano sulle porte blindate e ci dicono di arrenderci. Due volte abbiamo aperto il portello per sparare. Ora non è più possibile.

 

Siamo rimasti in ventidue! Tra poco ci faremo saltare in aria. Interrompiamo la trasmissione. Addio!

Nella Gola del Lupo i reggimenti di von Manstein sono schierati sotto la luna di mezzanotte per l’ultimo attacco anfibio dalla baia al cuore della città. Tre di luglio 1942, Sebastopoli fortezza imprendibile, è presa.

Sebastopoli dopo il terribile assedio

Sebastopoli dopo il terribile assedio

Terzo Scorcio – Assedio sovietico (maggio 1944)

I sovietici balzano al di qua del fiume Dnepr. È l’estate del 1943, tutto il fronte orientale tenuto dall’Asse è in difficoltà. La pressione russa è costante, è devastante. A sud, l’eroe di Sebastopoli, il feldmaresciallo von Manstein, chiede al Führer una ritirata strategica. Nein, risponde Adolf Hitler. I sovietici sfondano in Ucraina. Settimane e mesi di lotta furibonda: ora i sovietici sono gli attaccanti, i tedeschi gli attaccati che si aggrappano con le unghie ai vasti territori conquistati per non essere strappati via dall’inarrestabile marea umana e meccanica di Stalin. Il progetto Reichskommissariat Ukraine è in fumo. Aprile del 1944, la Crimea è tagliata fuori. Isolata dal resto e dai resti dei Gruppi d’armate che un paio di anni prima avevano mancato la vittoria di poco. L’idea hitleriana Gotenland per fare della penisola una colonia estiva del Reich di vino e sole è naufragata. Il 10 aprile, Odessa è abbandonata: stop ai rifornimenti. Le posizioni arretrano, non si può fare diversamente. I tedeschi si chiudono a riccio nella sacca meridionale attorno a Sebastopoli.

La situazione è capovolta, ora è il turno degli invasori patire lo stesso dramma che hanno subito due anni prima i russi, ovvero fare la fine del topo. I turchi, fino ad allora “amichevolmente” neutrali (nonché importanti esportatori di cromo verso la Germania), si avvicinano agli Alleati; per loro e per altri, ormai è chiaro come finiranno le cose. Arrivano i sovietici. I marescialli schierano 27 divisioni, si avvicinano a Sebastopoli. La sorte della guarnigione è segnata. Il generale Erwin Jaenecke, al comando della 17ª Armata, implora il Führer di evacuare la Crimea. Hitler lo destituisce e lo deferisce alla corte marziale. Ma in ogni caso, non si può fare null’altro che abbandonare la penisola, ormai è troppo tardi per qualsiasi altra iniziativa. Tutte le imbarcazioni tedesche, rumene e bulgare disponibili nel Mar Nero vengono convogliate verso Sebastopoli per trarre in salvo 230.000 tedeschi, 60.000 rumeni, 4.000 slovacchi. Nel cielo, sciami di caccia sovietici incontrastati attaccano senza pietà, mitragliano, bombardano e affondano. Migliaia gli annegati. Il 5 maggio i russi scattano verso i bastioni di Sebastopoli. Il 9 maggio 1944, alle 8 del mattino, un anno esatto prima della fine della guerra in Europa, l’offensiva finale irrompe in città. Strillano le sirene contraeree e quelle delle navi: sono gli assordanti lamenti dell’agonia tedesca in Crimea, frammentati dal martello d’artiglieria e dal crepitio di mitragliatrice, sempre più vicino. Panico e disordine totale sui moli; non ci si può ritirare oltre perché oltre c’è solo acqua. Gotenland di Crimea si è ridotta ad uno sputo di terra. È il momento del si salvi chi può. Non ci sono più navi, traghetti, battelli, miseri gozzi da pescatori per fuggire; non c’è più nulla. La paura ingegna gli uomini. Si tenta la fuga disperata con mezzi di fortuna. Ci sono soldati che usano bare di legno come fossero canoe. Immagine tragica e grottesca: militari a brandelli remano goffi nel Mar Nero a bordo di casse da morto, e alle spalle Sebastopoli brucia per la terza volta nella sua storia. I testimoni ricordano che dalla spiaggia non si riesce più a vedere il mare. La superficie dell’acqua è un tappeto di cadaveri di uomini e cavalli.

Erich von Manstein

Erich von Manstein

Quarto Scorcio – Il misterioso caso della corazzata Giulio Cesare (ottobre 1955)

L’ultima parte di questa lunga avventura temporale con protagonista la città di Sebastopoli ha misteriosi contorni da storia di spionaggio, e rispetto a quanto scritto prima, non si indaga più nelle sicure stanze della memoria oggettiva e dei fatti assodati ma ci si immerge nell’ipotesi, e si esplora il segreto. Il personaggio principale di questi ultimi eventi crimeani è una nave, la corazzata Giulio Cesare, Caesar adest, Cesare è qui. Guardiamola assieme come se sfogliassimo un vecchio album di fotografie della Regia Marina italiana. Eccola con la bandiera in seta ricamata dalle orfane dei militari di Torino che garrisce al vento dello Ionio, pattugliare le acque di Corfù come un mastino di mare che fa la guardia al Mare nostrum proteggendolo dalle scorrerie della k.u.k. Kriegsmarine viennese nella Grande Guerra. La vediamo poi tuonare contro i greci di Corfù nella microguerra italo-greca del 1923 a seguito dell’eccidio di Giannina, episodio pressoché dimenticato di conflitto d’orgoglio, quando si pretendono e si ottengono gli onori alla bandiera italiana al porto di Atene, in segno di scuse e sottomissione a capo chino. La guardiamo pullulare di operai mezza sventrata durante i lavori di rammodernamento per renderla capace, temibile e a passo con i nuovi tempi degli anni ’30, ben equipaggiata di bocche da fuoco all’ultimo grido sotto il motto Guai agli inermi. E ora, naturalmente, c’è tutta la galleria d’immagini della Giulio Cesare durante la seconda guerra mondiale. Si scontra contro gli inglesi nella battaglia di punta Stilo, al largo delle coste calabresi, dove ferisce e viene ferita, perdendo 70 dei suoi marinai.

L’8 settembre ’43 sorprende la Giulio Cesare a Pola, in Istria. Il re piccino ordina alla propria nave di far rotta a Malta, assieme alla restante flotta, per consegnarsi agli inglesi, fino a ieri nemici adesso amici; non si capisce più nulla in quel voltafaccia spudorato e accattone. A bordo, quegli ordini odiosi non vanno proprio giù. È l’ora dell’ammutinamento; sulla corazzata scoppia la rivolta dei marinai, che si sentono traditi dal proprio sovrano. Gesto bello ma inutile: dopo uno scontro a fuoco con Stuka inferociti, fino a ieri amici ora nemici, la nave finisce a Taranto, appena occupata dai britannici “amici”. La Giulio Cesare è internata. La corazzata decade a bottino, se l’aggiudicano i sovietici. È un’onta. Nel porto di Sebastopoli, quartier generale della Flotta del Mar Nero, la preda di guerra, arrugginita e incrostata di conchiglie, è all’ancora. A poppa, due marinai russi penzolanti e imbracati con cinghie di cuoio raschiano via le grandi lettere G I U L I O  C E S A R E e con la vernice ribattezzano la nave nel cirillico H O B O P O C C И Й C K. Giulio Cesare è caduto in mare; adesso il ferro italiano si chiama Novorossijsk; a bompresso sventola la bandiera con la falce e martello nella doppia stella in campo rosso comunismo.

28 ottobre 1955, grandi celebrazioni in terra e in mare per il centesimo anniversario della battaglia di Sebastopoli dell’ottocentesca Guerra d’Oriente. Ore 1,30 della notte a cavallo tra il 28 e il 29 ottobre, una spaventosa esplosione scuote la baia, e butta giù dal letto la città. Boato assordante: i sismografi della regione registrano lo sconquasso. Era da undici anni che non si udivano fragori così terrificanti, che risvegliano nei russi di Crimea dolorosi ricordi di ferite di guerra. L’URSS si desta nel più grave disastro della sua marina. A bordo, sono ore di panico. A terra invece, il viceammiraglio Parchomenko si stropiccia gli occhi, sbadiglia, e va a farsi un tè. Parchomenko incompetente prende tutto drammaticamente sotto gamba, non si rende conto della gravità della cosa. Nello scoppio rimangono uccisi a decine. Lo squarcio non può essere chiuso. L’acqua gelida invade i compartimenti; i marinai si ritrovano a nuotare al buio delle cabine e dei corridoi dove riecheggiano sinistre grida di aiuto tra luci che si spengono nei flutti e gli striduli delle paratie in agonia. Lo scafo si rovescia; uomini in mare a centinaia. Altrettanti rimangono intrappolati nel ventre d’acciaio della Novorossijsk, ad affogare lentamente, impotenti, senza via di scampo, che fine terribile.

Il Cremlino ordina a tutti i testimoni sopravvissuti di starsene zitti. I 600 cadaveri vengono seppelliti in segreto in una fossa comune, insieme alla vergogna. A Sebastopoli non è successo nulla, avete solo fatto un brutto sogno, dimenticate. La spiegazione più semplice e apparentemente più plausibile attribuisce ad un residuato bellico, una mina navale tedesca, la causa della tragedia. L’ordigno magnetico ad innesco elettrico sarebbe rimasto a galleggiare per tanti anni nelle acque attorno a Sebastopoli, irriconoscibile ricoperto di cirripedi ma ancora letale, un mostro marino che non si è arreso, ancora in missione. Ma i dubbi sono tanti, la zona è considerata ripulita dalle mine e l’innesco elettrico di queste trappole ha batterie che non durano oltre i 9 anni. È strano, sembra che le autorità sovietiche abbiano voluto liquidare il disastro con un incidente coprendosi gli occhi e tappandosi le orecchie d’innanzi ad ipotesi più approfondite.

La nave a Sebastopoli nel 1950

La nave a Sebastopoli nel 1950

Spy story. C’è un’ipotesi davvero avventurosa. 28 ottobre 1955: trentatreesimo anniversario della marcia su Roma di Benito Mussolini. Un gruppo di uomini gamma, veterani della Decima MAS del principe Junio Valerio Borghese, nuotatori d’assalto eredi delle grandi imprese di Alessandria e del Mar Nero, prendono l’iniziativa. Nel segreto più assoluto, il commando s’imbarca su un mercantile commerciale italiano, con rotta Sebastopoli. Con la protezione delle tenebre, come già fatto negli anni della guerra, i sommozzatori tornano in battaglia. Più anziani certo, ma quella è gente che sa invecchiare bene, non ce li si immagina mica mettere su pancia inebetiti sul divano a guardare quella nuova scatola infernale chiamata televisione. Per loro, è un fatto d’onore. La Giulio Cesare deve morire con onore. Dunque nella notte del 28 ottobre gli uomini rana escono nell’acqua nera come l’inchiostro per compiere la loro ultima missione di guerra. Nuotano nella pece per raggiungere lo scafo della Novorossijsk che fu corazzata nostra. Piazzano le cariche nei punti nevralgici della chiglia e attivano i timer. In superficie, nessuno si accorge di nulla, i russi dormono, quella non è più zona di conflitto da tanti anni ormai. I sub si allontanano, rapidi barracuda che l’hanno fatta grossa. Le lancette del timer raggiungono l’ora X. I bastioni di Sebastopoli tremano, ancora una volta.

Ma quanto scritto, è spy story, un’ipotesi sì affascinante ma non provata da alcunché di storico. Potrebbe essere d’ispirazione per un’avvincente romanzo: marinai in cerca di una qualche azione di riscatto personale, intima, segreta, per mostrare a loro stessi e ai vecchi nemici che non tutti gli italiani hanno scordato vecchi ideali. Potrebbe essere stato un assalto deciso da un nucleo ristrettissimo di reduci scalmanati e di elementi della Marina militare determinati a rispettare un giuramento fatto tanti anni prima, in seguito all’armistizio badogliano: la Giulio Cesare al nemico mai, meglio vederla affondata. Potrebbe essere un piano scaturito da ambienti di anticomunismo viscerale, in quell’epoca lontana sentimento diffuso e con uno suo razionale senso nazionale; sentimento che poi la ragione storica e politica hanno seppellito sotto le rovine del muro di Berlino. Potrebbero essere anche intervenuti nella missione altri elementi NATO come la Royal Navy inglese in una sorta di azione ben al di là di un addestramento convenzionale, un pericolosissimo gioco di guerra per testare tecniche e tattiche nel contesto della guerra fredda. Ma un attacco del genere, se scoperto, avrebbe innescato la terza guerra mondiale. Dunque a che pro colpire una vecchia nave rischiando una nuova e peggiore catastrofe? Potrebbe, potrebbero … il condizionale è d’obbligo perché anche noi, oggi, nel nostro piccolo, come uomini gamma in missione notturna nuotiamo nell’oscurità delle ipotesi. Certe sono però le parole dell’ammiraglio Gino Birindelli ex sommergibilista e uomo-siluro a cui alcuni storici russi attribuiscono la paternità dell’attentato e ai quali anche lui usa il condizionale per rispondere:

Vorrei che fosse vero, ne sarei stato felice. Ma la verità è che la corazzata finì su una mina, un residuato della Seconda guerra mondiale. In quegli anni nella Marina c’era grande amarezza, un dolore profondo perché eravamo stati costretti a consegnare le nostre navi che non erano state sconfitte in battaglia a una potenza straniera. Allora, parlo della fine degli anni Quaranta, di sogni e discorsi se ne fecero tanti. Ma non si andò più in là. E anche volendo, non avremmo potuto fare niente: avevamo ancora gli uomini capaci di compiere un’impresa del genere, ma non i mezzi.

Le conclusioni del misterioso caso della corazzata Giulio Cesare pertanto sono consce del rischio di raccontare una leggenda e non Storia. Però, ragazzi, anche lo storico talvolta chiude i libri accademici, alza lo sguardo al cielo nella fresca notte stellata di fine estate, e ascolta la musica delle onde che s’infrangono sulla costa. Allo storico, le leggende piacciono, allo storico, talvolta, piace sognare.

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