Thomas Hobbes pubblicò il suo più celebre trattato, il Leviatano, proprio sul finire della prima guerra civile Inglese, nel 1651. Il conflitto durò 6 anni e vide scontrarsi quelle due fazioni che l’analisi storiografica marxista oppone, secondo la dialettica della lotta di classe, in termini di borghesia e nobiltà: “Quali che fossero gli slogans sotto i quali la guerra civile inglese fu combattuta …essa fu una rivoluzione borghese, nel corso della quale la nuova classe dei capitalisti distrusse la macchina dello stato feudale al cui centro stava la monarchia e si affermò come classe dominante nella società inglese.” (da A.L.Morton, “Come la borghesia conquistò il potere”). Da un lato, dunque, chi difendeva l’ordine precostituito ed i valori tradizionali ad esso annessi, dall’altro coloro i quali promuovevano l’ideologia morale (l’individualismo possessivo) ed economica della società di mercato: ovvero la radicale liberalizzazione del commercio finalmente sgravato dai dazi doganali e dall’imposizione fiscale dovuta alla corona britannica. Un’ideologia strettamente economica, quella della classe borghese, ormai forte, intraprendente ed organizzata, e che con il crollo definitivo dell’apparato feudale è divenuta proprietaria dei mezzi di produzione, per cui l’individuo non proprietario deve alienare, alla pari della merce, la sua forza lavoro (pensiamo soltanto che all’epoca quasi metà della popolazione maschile era composta da dipendenti salariati). E’ questo il principio stesso della concorrenza permanente, e qui si condensa il fondamento della nuova forma mentis propria dell’ideologia del mercato. Una società in cui gli individui sono mossi dal “loro egoismo, dal loro profitto particolare, dai loro interessi privati. Ognuno non pensa che a sé stesso, nessuno s’inquieta per l’altro” (Karl Marx, Il Capitale, Libro I, VI). Le nuove forme e possibilità di commercio, la rivoluzione protestante ed i valori della sua etica – in cui già il sociologo Weber vide la prima forma di capitalismo – il relativo svincolo sia della società che del singolo dal Potere centrale della Chiesa Cattolica e la nascita di un pluralismo di gruppi di interesse, sono le fondamenta storiche della rivoluzione liberale inglese.

Hobbes scrisse dunque il suo trattato in questo delicato periodo di transizione. La guerra fratricida rappresentò un trauma importante per il filosofo britannico tanto da influenzare o per lo meno ispirare le sue tesi. L’impresa di Hobbes infatti, fu quella di concepire un’idea di Stato e di ordine sociale giusto e legittimo a cui tutti gli uomini potessero assoggettarsi mediante l’accettazione di un contratto: il “patto sociale”. Nel Libro I del Leviatano l’autore compie uno studio antropologico delle caratteristiche e delle proprietà della natura umana, cercando di tracciarne la fisiognomia e pensare, così, uno Stato in grado di assimilarla per garantire pace e sicurezza. Lo studio sulla natura umana, corrotta o modificata dall’avvento della civiltà, non può che essere operato ad uno stadio di analisi ancestrale e primordiale: lo stato pre-civile. Così Hobbes è pienamente convinto che l’uomo nella celebre finzione filosofica di “stato di natura” sia un essere essenzialmente malvagio, dominato dai suoi istinti e dalle sue passioni. L’egoismo lo porterà inevitabilmente alla guerra del tutti contro tutti. Hobbes arriva alla famosa conclusione dell’homo homini lupus, e vede nell’essere umano primitivo una bestia che seppur dotata di Ragione è succube dei suoi istinti e teme il suo prossimo con la stessa forza con la quale brama la sua eliminazione ai fini della sopravvivenza personale. Egoista e pulsionale, l’uomo alle origini dell’uomo, ha tuttavia un ventaglio di proprietà molto simili a quelle appartenenti all’individuo inglobato nella società di mercato generalizzata precedentemente esposto nella citazione di Karl Marx.

“Lo stato di natura è il frutto di una deduzione operata a partire dall’analisi […] degli appetiti e delle facoltà umane degli uomini civilizzati” (C.B. Macpherson, Political Theory of possessive individualism). In effetti Hobbes sembra aver commesso un errore nelle sue considerazioni antropologiche, un abbaglio già messo in evidenza da Rousseau e successivamente da Macpherson, di un’analisi che non si pretende tanto profonda da arrivare sino alle origine delle strutture mentali che dominano l’individuo in un contesto precivile, ma, anzi, proprio in quello che viene definito civile. Hobbes descrive con argomentazioni forti le caratteristiche e le proprietà che dominano le istanza psichiche umane – se è lecito parlarne per l’epoca – in un contesto di ideologia mercantile e economia capitalista nella società di mercato generalizzata.

“Che osservi dunque lui stesso quando, per partire in viaggio, si arma e cerca di essere ben accompagnato; quando, andando a dormire, sbarra le porte; quando, perfino nella  propria casa, sigilla i suoi forzieri, e questo pur sapendo che vi sono delle leggi e degli agenti pubblici armati per punire tutti i torti che gli si potrebbe fare. Quale opinione si fa dei suoi simili quando viaggia armato, dei suoi concittadini quando sbarra le sue porte, e dei suoi bambini, dei suoi domestici quando sigilla i suoi forzieri?” (T. Hobbes, Leviatano, Capitolo 13).

Quello prefigurato da Hobbes nello stato di natura, è l’attuale stato di cose all’interno di una società di mercato generalizzata. Il filosofo britannico dipinge un quadro quanto mai spassionato ma veritiero, per cui non solo l’ideologia liberale non si pone in quanto freno delle passioni che Hobbes – contrariamente a Rousseau – riterrà tragicamente umane, ma addirittura le spinge nel tutti contro tutti della logica mercantile, della concorrenza, dell’utile e dell’interesse, canalizzando nello scambio e nel commercio i più bassi istinti umani. Il Leviatano può quindi essere interpretato come un modello politico alternativo al liberismo. Esso rappresenta l’esasperato e incondizionato riflesso di un filosofo di fronte ai danni a livello morale e psicologico delle prime ed embrionali forme dell’ideologia del mercato sviluppatesi in Inghilterra.

Se ci chiediamo allora perché, diversamente da quanto successe a Locke, le teorie contrattualiste di Hobbes non ebbero avuto seguito concreto come modello politico, dobbiamo ancora pensare che il filosofo considerasse come conseguenza del concetto di homo homini lupus un’eguaglianza generalizzata dell’insicurezza. Fu proprio l’insicurezza, ovvero la paura di perdere la vita o di provare dolore, ad essere l’argomento più convincente di Hobbes per legittimare il passaggio dallo stato attuale al Leviatano, all’alienazione di tutti i diritti dei firmatari nelle mani di un sovrano o di un assemblea in grado di garantire pace, sicurezza e il buon funzionamento della macchina sociale e amministrativa. Tuttavia, per quanto l’insicurezza si estenda su tutta la popolazione, e la guerra civile ne fu un esempio, vi è comunque una certa disuguaglianza nell’esposizione ad essa, data inevitabilmente dalla proprietà dei mezzi di produzione: proprietà come diritto di uso e di abuso – “un furto”, secondo Proudhon – che non conviene alienare.

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