La storia di Guglielmo Tell è una delle più famose leggende medievali giunte fino ai nostri giorni. Tell era un contadino di Bürglen, cittadina al centro dell’attuale Svizzera, famoso per la sua abilità con la balestra: secondo il racconto, nel novembre del 1307 provocò il governatore tedesco del cantone di Uri, Hermann Gessler, rifiutando di inchinarsi davanti ad un simbolo dell’autorità imperiale: un cappello posto in cima ad un’asta che si ergeva al centro della piazza principale di Altdorf, capitale della provincia. Il governatore aveva deciso di punire tale affronto obbligando Tell a colpire una mela poggiata sulla testa del suo figlioletto più giovane, il quale lo aveva accompagnato a visitare la città; centrandola avrebbe riottenuto la libertà, non fosse accaduto sarebbe stato arrestato.

Questi sparò il dardo e colpì la mela; Gessler, allora, domandò perché avesse preparato due frecce pur avendo un solo tentativo a disposizione e Tell gli rispose che, se la prima avesse ucciso il figlio, la seconda sarebbe stata indirizzata verso la sua, di testa. Una tale insolenza non poté restare impunita e venne ordinato l’arresto e la cattura immediata; sempre secondo la leggenda, una violenta tempesta colpiva poi il lago dei Quattro Cantoni, mentre Guglielmo Tell, su un’imbarcazione imperiale, veniva portato in prigione. Approfittando della confusione, questi si tuffava in acqua dopo aver ripreso la sua balestra (lasciata incustodita dai soldati, terrorizzati dalla tormenta) e cominciava a nuotare in direzione del castello di Küssnacht, appartenente all’arrogante governatore Gessler. Quest’ultimo, raggiunto furtivamente, veniva poi ucciso con la seconda freccia rimasta.

Tale singolare racconto ha suscitato sempre molti dubbi tra gli storici. Nel XVIII secolo, Voltaire commentò:

…la storia della mela è altamente improbabile, come del resto tutto ciò che l’accompagna.

Effettivamente, nessun documento contemporaneo accenna minimamente a Guglielmo Tell, né cita il nome del suo protagonista; le prime fonti scritte risalgono al XV secolo, con la primissima menzione risalente al 1470, in un testo nel quale si fa riferimento ad un certo “Thall”. Se vogliamo proprio dirla tutta, in realtà, la storia di un eroe coraggioso che colpisce con una freccia una mela posta sopra la testa di suo figlio è un tòpos letterario presente anche in altre due opere: il “Gesta Danorum” di Saxo Grammaticus (opera addirittura antecedente cronologicamente rispetto all’epoca di Tell, dodicesimo secolo) e le Child Ballads di Francis James Child (ventesimo secolo), opera nella quale William di Cloudsley, famoso fuorilegge simile a Robin Hood, cerca di salvare la propria pelle e quella dei suoi due compagni:

(…) I have a son, a dear son, seven years of age. I will tie him to a stake and place an apple on his head. Then from a distance of a hundred and twenty yards I will split the apple in two with a broad arrow.” “By heaven!” the king cried, “that is a dreadful feat. Do as you have said, or by Him who died on the Cross I will hang you high. Do as you have said, but if you touch one hair of his head, or the edge of his gown, I will hang you and your two companions.

È possibile, dunque, che la storia di Guglielmo Tell altro non sia che un riadattamento in chiave elvetica di un mito ricorrente nell’Europa settentrionale? Il primo a pubblicare una storia completa della Svizzera fu Aegidius Tschudy, che finì di scrivere nel 1570 il “Chronicon Helveticum”; avendo però quest’opera una valenza simbolica e letteraria simile all’Eneide virgiliana, l’autore non ebbe alcuna esitazione nell’inventare buona parte degli eventi descritti, con l’unico intento di dare lustro alla storia e alle origini del popolo svizzero.

La storia di Guglielmo Tell, tra l’altro, aveva vari punti in comune con un’altra leggenda relativa all’indipendenza svizzera. Essa partiva sempre dalla ribellione di un uomo contro un prepotente signorotto facente capo all’Impero e dalla morte di quest’ultimo, ma proseguiva con la conseguente ribellione di tutto il paese contro gli oppressori germanici.

Tale sollevazione scaturiva dai tre cantoni più centrali, Uri, Schwyz ed Unterwalden, ed i loro rappresentanti, Walter Fürst, Werner Stauffacher ed Arnold von Mechtal, giuravano di aiutarsi a vicenda per liberarsi dal giogo asburgico in una limpida notte d’estate nella piana di Rütli, accanto al lago dei Quattro Cantoni (cuore pulsante, sia economicamente che spiritualmente, della Svizzera medievale ed un po’ meno di quella contemporanea).

Come per ogni leggenda esistente, sia la storia di Guglielmo Tell che il giuramento di Rütli si basano su un humus aneddotico di eventi realmente accaduti. Innanzitutto, partendo da una semplice descrizione della situazione storico-politica della Svizzera basso-medievale, va ricordato che fino al 1218 i suoi territori erano stati sotto l’influenza dei conti di Zähringen, isolazionisti sia per indole xenofoba che per motivi puramente geografici (vista la conformazione territoriale dei cantoni durante il XIII secolo).

Con l’apertura, d’altro canto, dei passi alpini di Sempione e San Gottardo, la situazione cambiò: lo spirito ambizioso ed espansionista degli Asburgo, saliti al trono imperiale nel 1273, unito al nuovo ruolo di centralità geopolitica delle vallate svizzere (divenute fondamentali per il passaggio dall’Europa centrale verso l’Italia ed in special modo verso il Ducato di Milano) le rese obbligatoriamente terre di conquista.

Giuramento dei tre confederati sul Rütli, di Johann Heinrich Füssli 1780

Nonostante sin dal XVIII secolo alcuni autori come Johannes von Müller abbiano cercato di creare l’immagine del popolo dei cantoni come di un popolo pacifico, civile, inoffensivo ed in armonia con la natura (soprattutto nell’opera “Geschichte der Schweizerischen Eidgenossenshaft”, ovvero “Storia della Confederazione Svizzera”), la realtà è stata ben diversa, specie nei secoli XIV, XV e XVI. Le difficili condizioni di vita dei cacciatori (e soprattutto dei contadini) di quelle zone alpine li avevano obbligati, spesse volte, a realizzare spedizioni armate per razziare comunità vicine e, all’occorrenza, conventi isolati. Quando ciò non bastava, oltretutto, gli Elvetici abbandonavano la propria terra per arruolarsi come mercenari, al servizio soprattutto dell’Impero stesso e degli Stati italiani.

Seppur avvezzi, dunque, all’arte della guerra (Giulio II istituì nel sedicesimo secolo le Guardie Svizzere Pontificie, quando nel gennaio del 1506 centocinquanta mercenari elvetici si erano presentati a Roma per mettersi al suo servizio), l’affanno colonialista degli Asburgo aveva spaventato soprattutto le comunità rurali, ovvero le più indifese ed isolate; la paura di perdere i propri privilegi come territori indipendenti e non sudditi dell’Imperatore aveva iniziato a serpeggiare tra gli elvetici.

Papa Giulio II

Come già accennato in precedenza, la conformazione orografica dei cantoni non permetteva un’unità politica né tantomeno un controllo esteso da parte dei signori feudali: ogni comunità era governata, spesso con un ruolo di mera rappresentanza, da un landamann, che soleva essere il maggior latifondista del territorio in questione. Gli uomini liberi gli prestavano giuramento, rafforzandone l’autorità per assicurare la pace interna. Alla morte di Rodolfo IV d’Asburgo, nell’agosto 1291, (proprio come nella leggenda) i signori di Uri, Schwyz ed Unterwalden giurarono di rafforzare la loro alleanza, col fine di far regnare l’ordine nelle vallate senza l’intervento dell’Impero e di ottenere l’indipendenza da esso. Tale patto, difensivo e di non aggressione, ebbe valore costitutivo ed incluse una sorta di codice penale in caso di infrazione. Il testo iniziava così:

… perciò, tutte le genti delle valli di Uri, di Schwyz ed Unterwalden, considerando la malignità dei tempi che corrono, per difendere se stesse e le loro proprietà e conservare uno stato consono delle cose in buona fede, hanno promesso di aiutarsi, di darsi consiglio e favor di persone o beni, dentro le valli o fuori da esse, fino alla fine, contro tutti coloro che possano fare forza, torto o danno contro di esse o contro ciò che posseggono.

Il risultato di tale patto, in realtà, andò oltre ogni più rosea aspettativa: poco dopo, Zurigo (città de facto appartenente all’Impero) decise di unirsi a tale accordo imitata successivamente da tante altre città e comunità, allargando i confini di quella che andava imponendosi come una vera e propria confederazione territoriale. La risposta del neo-eletto Imperatore nel 1314 Ludovico il Bavaro non tardò ad arrivare, visto che tale pretesa di autogoverno ed autodeterminazione venne interpretata come un atto di ribellione inaccettabile (proprio come per Tell e Gessler).

Der Tellschuss, tratta da Illustrierte Literaturgeschichte (1880)

Nel 1315, a seguito dell’ignominioso saccheggio asburgico dell’abbazia di Einsiedeln, un gruppo di guerrieri e contadini armati proveniente da quasi tutto il territorio svizzero attaccò e sconfisse a Morgarten gli invasori; lo stesso successe a Laupen nel 1339. Mano a mano che nei secoli successivi la neonata Confederazione Elvetica acquisì forza e slancio verso una completa cacciata degli imperiali dai cantoni, la figura romantica di Guglielmo Tell (tramite i racconti che andavano diffondendosi tra la popolazione) andò sempre più incarnandosi in un’epopea dalla forza ispiratrice straordinaria, locomotrice della guerra in atto contro il Sacro Romano Impero. È possibile ipotizzare che ogni singolo aspetto della leggenda sia stato una metafora per “personificare” eventi realmente accaduti: Guglielmo Tell come la Svizzera, il figlio come il suo futuro, il pericolo di colpirlo come rischio di una rinuncia alla propria indipendenza e libertà ed il governatore Gessler come uno straniero con intenzioni poco gradite, o come il “nemico/straniero” in generale.

La definitiva incoronazione a mito fondatore dell’indipendenza svizzera avvenne nel secolo XIX, grazie soprattutto alla pubblicazione su larga scala nel 1736 della “Cronaca Elvetica” di Tschudy e nel 1778 di “Storia della Confederazione Svizzera” di Von Müller, oltre che grazie alle numerose rappresentazioni nel teatro popolare di quasi tutta la zona alpina, svizzera e non. Basandosi su Von Müller, lo scrittore tedesco Friedrich Von Schiller pubblicò nel 1804 un’opera su Guglielmo Tell che ottenne risonanza mondiale.

Pur non essendo mai stato in Svizzera, Von Schiller condivideva il diffuso filoelvetismo tanto in voga in quel periodo, assai particolare per tutta la Germania, entità non ancora esistente sul piano politico ma che cominciava a delinearsi veementemente nella mente di tutti quegli scrittori ed autori proto-romantici e proto-nazionalisti che, per via dell’antagonismo napoleonico e della fine, nel 1806, del millenario Sacro Romano impero (e delle divisioni che esso creò a livello politico e sociale), iniziavano a sognare una patria unita, forte ed indipendente.

Le parole attribuite nell’opera al protagonista da Von Schiller, oltre che diffondere l’idea (come già accennato in precedenza, forse troppo forzata e non del tutto veritiera) degli Svizzeri come pacifici, amanti della natura e capaci di ottenere la propria libertà per mezzo unicamente del proprio valore e della propria dignità, si fecero dunque promotrici di un’ardua lotta contro il dispotismo e l’occupazione straniera, e forse, addirittura, un ideale precursore della lotta per i diritti umani, con un fondamentalismo religioso fatalistico sullo sfondo a farla da padrone e con la figura di Guglielmo Tell che resta dunque, almeno per il momento, nel limbo tra realtà storica e leggenda:

(…) was Hände bauten, können Hände stürzen.(…) dem Muthigen hilft Gott! (…) Der brave Mann denkt an sich selbst zulezt, vertrau auf Gott und rette den Bedrängten (…). Wir sind ein Volk, und einig wollen wir handeln. (…) hohl ist der Boden unter den Tyrannen, die Tage ihrer Herrschaft sind gezählt, und bald ist ihre Spur nicht mehr zu finden.

 

(…) Ciò che le mani costruiscono, le mani possono distruggere. (…) Dio aiuta i coraggiosi! (…) L’uomo coraggioso pensa a se stesso per ultimo, confida in Dio e salva gli afflitti (…). Siamo un unico popolo ed uniti vogliamo agire. (…) cava è la terra sulla quale si ergono i tiranni, poiché i giorni del loro regno sono contati e le loro tracce spariranno presto.