La storia del conflitto fra il mondo mediterraneo e quello iranico costituisce una tra le più lunghe serie di scontri fra blocchi, giungendo sempre a un duraturo stallo e a numerosi interscambi. L’impero persiano achemenide, che si estendeva dall’Egitto all’Anatolia fino alle steppe centro-asiatiche e al nord dell’India, venne fondato da Ciro il Grande nel 550 a.e.v.; Dario il Grande, re dei re, prese il potere dopo la morte di Cambise II, figlio di Ciro. Egli fece realizzare una vasta rete di strade e implementò un sistema di governo composto da satrapie. Nel 491 a.e.v. Dario inviò degli araldi nelle polis greche domandando quali fossero le loro intenzioni: muovergli guerra oppure sottomettersi? Molte città – come Egina – cedettero e accontentarono il sovrano; al contrario, gli ateniesi gettarono i messaggeri in un baratro e gli spartani li fecero precipitare in un pozzo.

Fu Dario stesso a comandare le armate, dopo che le città ioniche e Atene si erano apertamente rivoltate. Circa dieci anni più tardi, nel 481 a.e.v., Serse, figlio di Dario, tentò nuovamente di conquistare la Grecia inviando altri araldi con le stesse identiche richieste che il padre aveva avanzato anni addietro. Mandò messaggeri ovunque, tranne che ad Atene e Sparta, memore delle sorti dei precedenti ambasciatori. Nel 480 Serse decise di condurre un’invasione sia per terra che per mare. Le sue ingenti forze annientarono gli spartani nella battaglia delle Termopoli e riuscirono a saccheggiare Atene, tuttavia nello stesso anno la flotta del sovrano venne sconfitta durante la battaglia di Salamina.

Un rilievo della tomba di Serse I raffigurante tutti i popoli conquistati o clienti dei persiani achemenidi. Naqsh-e Rostam, Iran, V secolo a.e.v.

Nella descrizione del santuario di Nemesi a Ramnunte, nel nord-est della costa attica, lo scrittore del II secolo e.v. Pausania il Periegeta, racconta che la statua di culto della dea era stata ricavata da un’opera di Fidia, lavorando un blocco di marmo proveniente da Paros che i persiani avevano portato nei pressi di Maratona nel 490 a.e.v., con l’intento di ricavarne un grande trofeo litico per commemorare quella che ritenevano una vittoria certa contro gli ateniesi. Ma con il supporto di Nemesi, gli ateniesi prevalsero e fondarono così il santuario a noi oggi noto.

Questa storia di riutilizzo del marmo non deve stupire e, anzi, può essere comprovata e in più casi storici. Dopo la vittoria dei greci sui persiani nel 479 a.e.v., gli ateniesi tornarono in patria ma trovarono la loro città distrutta dalle orde persiane. Iniziarono immediatamente i lavori di ricostruzione ed edificarono una cinta muraria, a nord dell’Acropoli, utilizzando i blocchi provenienti dalle rovine causate dalla devastazione portata dai nemici orientali. I materiali di riutilizzo includevano blocchi di trabeazioni decorate, capitelli del tempio di Atena Poliàs e rocchi scanalati delle colonne del Partenone. La disposizione dei blocchi sulla facciata esterna delle mura è particolarmente interessante: i triglifi, le metope e gli architravi del tempio furono assemblati in modo da rassomigliare alla trabeazione originale che si trovava all’interno del luogo sacro. I fusti e le sezioni delle colonne furono posizionati in modo da evocare un colonnato.

Questi blocchi reimpiegati sono oltretutto ben visibili dalla parte sottostante della città, soprattutto dall’Agorà. La loro precedente funzione nell’architettura templare è immediatamente riconoscibile. Di fatto, gli ateniesi vedevano le antiche parti del tempio di Atena Poliàs e del Partenone quando osservavano l’Acropoli da una posizione inferiore. La contemplazione di questo complesso murario doveva ricordare al popolo le vicende belliche che videro protagonista la loro città, imprimendo indelebilmente nella memoria gli ingenti danni causati dai persiani e le conseguenti quanto storicamente note ricostruzioni.

Una ampia visuale della sezione nord dell’Acropoli. Si notano le ricche decorazioni ottenute per mezzo delle rovine post invasione persiana. Scatto di Aristotle Koskinas

Emblematico rimane il grande rinvenimento archeologico della colmata persiana. Tutte le statue mutile e gli oggetti sacri inservibili vennero seppelliti sull’Acropoli, mentre i lavori generali per la ricostruzione furono ripresi solo sotto Pericle. In special modo la parte nord delle mura dell’Acropoli aveva, dunque, una valenza e una funzione commemorativa, rimarcando l’atroce empietà persiana e il tentativo, sia fisico che psicologico, di prevenire ed evitare una simile distruzione in tempi futuri.

250 anni dopo Dario III divenne sovrano di Persia, in seguito all’assassinio di Artaserse III ed Artaserse IV per avvelenamento. Nel 330 a.e.v., dopo la sconfitta per mano delle falangi di Alessandro Magno, Dario scappò fra le montagne della Media. Tuttavia, abbandonato dai seguaci più stretti, venne ucciso dai suoi stessi generali, permettendo così ad Alessandro di conquistare per intero quel che fu l’impero achemenide. Nacque così l’archetipo di ogni sogno di conquista, antico, medievale e moderno. Dalla esotica e fugace avventura scaturirono tre secoli ricchi di dinastie, insediatesi nell’enorme vuoto di potere lasciato dal conquistatore macedone.

Dettaglio del mosaico – opus vermiculatum – della Battaglia di Isso, dalla Villa del Fauno di Pompei. Dario III è difeso da un cavaliere, mentre l’auriga del carro da battaglia si appresta a ritirarsi. Museo Archeologico Nazionale di Napoli, II-I secolo a.e.v.

I Parti, anche noti come dahan, erano un popolo scitico-iranico del nord-est della Persia, i quali iniziarono a riaffermare l’indipendenza dai greco-macedoni seleucidi intorno alla metà del III secolo a.e.v. Nel 247 Arsace I fondò una monarchia feudale e sincretista, sfruttando momenti di debolezza dei seleucidi, discendenti del celebre diadoco e generale Seleuco. Nel corso dei secoli successivi, fino alla seconda metà del I secolo a.e.v., questo piccolo stato si era già espanso fino a raggiungere ingenti dimensioni, dalla Mesopotamia, fino all’odierno Pakistan, ai confini con l’esotico e prospero impero Kushana.

Nel frattempo, nel 64 a.e.v. la Siria dei Seleucidi era diventata una provincia romana grazie a Pompeo, ciò pose le vere basi per i primi intensi contatti partici con l’ormai consolidata strapotenza mediterranea di Roma. Questa aveva già scritto importanti pagine della storia d’Asia, da Antioco III passando per Mitridate VI. Prima la repubblica e poi l’impero sognarono sempre di poter imporre una propria egemonia sui territori mesopotamici e persiani. Dall’altra parte, sia i Parti che in seguito i Sasanidi vollero invece concentrarsi sul riconquistare gli antichi domìni achemenidi, sulle coste orientali del Mediterraneo.

Il primo lacerante evento che vide coinvolte militarmente le due potenze favorì i Parti, per mezzo del generale Rustaham Surena, uno spahbed – comandante degli eserciti – proveniente da un’antica e nobilissima famiglia grandemente glorificata ai tempi degli Arsacidi. Il 9 giugno del 53 a.e.v., presso Carre, le armate di Orode II guidate da un sì valente generale – formate prevalentemente da arcieri e catafratti – sbaragliarono circa sette legioni romane con tanto di ausiliari. Nella disfatta Marco Licinio Crasso perse uno dei suoi figli, Publio, per poi essere ucciso lui stesso prima ancora di intavolare una non troppo chiara trattativa di pace. Secondo Cassio Dione, per prendersi gioco della proverbiale ricchezza e ingordigia di Crasso, Surena fece colare dell’oro fuso in gola al fu console e triumviro. Ironia volle che il grande successo del generale partico lo rese talmente inviso al sovrano Orode II da condurlo alla morte circa un anno dopo la battaglia. Questo storico conflitto fece perdere a Roma numerose aquile legionarie, il che rappresentava una doppia onta. Oltretutto, queste insegne furono piazzate all’interno del tempio di Anahita presso Ctesifonte, una storica capitale dell’area mesopotamica.

Dettaglio della cosiddetta “statua Shami” ritraente un principe partico, da molti ritenuto essere Surena e conservata presso il Museo Nazionale dell’Iran a Teheran. I-II secolo e.v

Questa sconfitta, per le perdite, i prigionieri e gli importanti simboli sottratti, fu considerata un fallimento totale, nonostante il rapido riassestamento successivo. Già nei decenni a seguire, per merito delle continue pressioni bellico-diplomatiche augustee, i Parti riconsegnarono gli aurei vessilli perduti, sancendo così un periodo di pace più o meno duratura. Fu proprio Augusto a far tramandare nell’arte e nella storia questa silente ma lampante conciliazione/sottomissione temporanea dei Parti. Fraate IV, nel 20 a.e.v., firmò un trattato che, oltre a garantire a Roma una serie di condizioni favorevoli, prevedeva la restituzione di tutte le insegne perse nella terribile mattanza di poco più di trent’anni addietro, assieme a quelle più recentemente sottratte per via degli insuccessi del triumviro Marco Antonio. Le aquile tornarono a Roma e vennero messe nuovamente in un tempio: quello di Marte Ultore, nel foro di Augusto.

Il passaggio delle insegne, storicamente forte, venne rappresentato sulla lorica musculata dell’Augusto di Prima Porta. Vediamo nella zona addominale Fraate IV innalzare uno degli stendardi verso una figura ancora oggi dibattuta – Tiberio? Marte Ultore senza barba? Un genio delle legioni? Oppure Augusto in persona? –. Per commemorare ulteriormente la vittoria, nel 19 a.e.v. il senato fece erigere un nuovo arco trionfale a tre fornici – alcuni dei resti sono ancora visibili nel foro romano – da non confondere con il precedente arco del trionfo celebrato nel 29 a.e.v. Di entrambi i monumenti abbiamo delle raffigurazioni numismatiche, utili a comprenderne e a confermarne le descrizioni e le tracce archeologiche.

Fraate IV riconsegna le insegne, da una raffigurazione ricostruttiva in policroma – la migliore ad oggi realizzata – dell’Augusto di Prima Porta, opera databile ai primi due decenni del I secolo dell’e.v. ed oggi ai Musei Vaticani di Roma

Durante i decenni e i secoli successivi a questa vittoria senza spargimenti di sangue, da Nerone e il generale Corbulone con le campagne armeno-partiche, passando per Traiano e le sue conquiste, ogni imperatore si pose l’annoso problema della stabilizzazione o annessione della regione. Solo Traiano ebbe successo per breve tempo nell’impresa – fra il 114 e il 117 – senza però riuscire a consolidare alcuna egemonia e permettendo al già titubante Adriano, suo successore, di abbandonare definitivamente l’idea di prolungare la dominazione, ritenuta strategicamente troppo complessa. Ciononostante, questa deviazione dai piani tutti augustei di mantenere l’Impero all’interno di limiti più o meno naturali – da ricercare nel cambio strategico post Teutoburgo – non impedì ad altri successori di Traiano, come Lucio Vero, Settimio Severo e Caracalla, di tentare l’avventura orientale, immedesimandosi volentieri nell’oramai usuale prospettiva di conquista alessandrina.

L’ultimo imperatore a scontrarsi con i Parti, di gusti ancora filoellenici ma sempre più orientalizzanti, fu Caracalla. Nel 224 e.v. i Parti furono deposti e Ardashir I fondò l’impero sasanide, il quale si legò agli achemenidi prendendo le sembianze di un secondo impero persiano, con simbologie, tradizioni e usanze religiose marcatamente iraniche e zoroastriane. La nuova dinastia si pose subito nella condizione di iniziare vaste campagne d’espansione sia in oriente che in occidente, allargando notevolmente il proprio areale. Nel 238 e.v. l’impero romano era sconquassato da una roboante guerra di successione. Massimino il Trace, assassino di Alessandro Severo e inviso al senato, era riuscito a sconfiggere i due Gordiani – I e II – in aprile, ma già a maggio venne ucciso dalle sue stesse truppe ad Aquileia. Si avvicendarono i mesi della strana diarchia di Pupieno e Balbino: due senatori, uno militare e l’altro letterato, poco popolari, persero il potere a favore del giovanissimo Cesare Gordiano III, figlio di Antonia Gordiana, a sua volta figlia di Gordiano I e sorella del II.

Busto di Gordiano III in abiti militari, eseguito nel periodo delle sue campagne sasanidi, molto probabilmente dopo la vittoriosa battaglia di Resena del 243 e.v. Museo del Louvre, Parigi

Costui fu da sempre beniamino del popolo e ben voluto sia dall’esercito che dalla classe senatoria. Il periodo di forte inquietudine e tumultuosi eventi permise ad Ardashir I e a suo figlio, Shapur I, di invadere e assediare numerose città in Siria e Cappadocia. Le stabilizzazioni di Alessandro Severo di qualche anno prima non consentirono a Gordiano III di sottovalutare la rinnovata minaccia sasanide: pertanto iniziò una nuova campagna militare, dagli esiti politici soddisfacenti ma al contempo tragici. Nonostante le forti e profonde penetrazioni sasanidi in territorio romano, la riconquista di località come Carre e Nisibis e l’espugnazione di Hatra, i confini rimasero pressoché identici, anche quando nel 244 Gordiano III morì per ferite letali subite durante la battaglia di Mesiche, o forse per macchinazioni orchestrate dal prefetto del pretorio Filippo l’Arabo, suo successore alla porpora. Mentre il giovane imperatore veniva divinizzato e onorato con un maestoso cenotafio presso Cicresium sull’Eufrate, Sapore I già progettava future campagne per la riconquista del bacino orientale del Mediterraneo. Secondo le Res Gestae Divi Saporis, una cronaca celebrativa redatta nel 260, Filippo l’Arabo pagò un lauto riscatto per i prigionieri e divenne cliente dei sasanidi, tuttavia le fonti archeologiche confermano un immutato stato del limes, pur constatando come un pagamento di tributi, in tali circostanze, fosse altamente plausibile.

Solo otto anni dopo, nel 252, si scatenò una nuova invasione che vide la presa di numerose città, incluse Dura Europos, Calchis, Hierapolis, Nisibis, fino a un pesante assedio ai danni di Antiochia. L’anno dopo l’imperatore Valeriano, appena riuscita la frettolosa ascesa al trono, dovette dedicarsi al fronte orientale – dopo le gravi mancanze di Treboniano Gallo – Così facendo riuscì a riprendere Antiochia, ma dovette ripartire forzatamente da lì per una riorganizzazione dei confini. Ancora nel 260, Shapur inferse un colpo fatale ai romani, riprendendo il percorso di conquista e saccheggio profondo oltre il limes. Molte sono le fonti che ci narrano della disfatta di Valeriano, obbligato dagli eventi a tornare in oriente: secondo la maggior parte degli storici antichi, egli fu catturato dopo la sconfitta nella battaglia di Edessa, secondo una minoranza, invece, venne tratto con l’inganno a un incontro di pace ma fu posto agli arresti non appena si presentò.

Cameo in sardonice raffigurante lo scontro a cavallo fra Valeriano e Shapur I. l’imperatore romano, secondo il gusto iconografico persiano, è raffigurato già come prigioniero poiché trattenuto dalla destra del sovrano persiano, il quale sottolinea il suo dominio senza neanche dover sguainare la spada, ma impugnandone il manico solamente. Risalente al 260 e.v. o di poco posteriore ed oggi conservato presso il Cabinet des Médailles di Parigi

Sempre secondo le Res Gestae Divi Saporis, Valeriano venne condotto prigioniero, insieme a una gran moltitudine di legionari, ufficiali e persino senatori, all’interno del territorio persiano, in particolare nel sito in cui, secondo fonti storiche e teorie archeologiche, avrebbero costruito Bishapur, in onore del loro nuovo signore e re. La città, non molto distante da Persepoli, si attiene a una planimetria rettangolare, tipica della centuriazione romana. Qui vennero costruiti i celebri bassorilievi – in coppia con quelli di Naqsh-e Rostam – raffiguranti le gesta del divino Shapur durante le campagne comprese fra il 238 e il 260. Nello Shustran iraniano venne invece costruito il Band-e Kaisar, ovvero il ponte di Cesare – Valeriano – il quale si pensa abbia coordinato i genieri altamente specializzati, provenienti dalle legioni catturate, per dare forma a un vero e proprio capolavoro architettonico e ingegneristico.

Una sezione del Band-e Kaisar costruito da Valeriano e dai suoi legionari dopo il 260 e.v.

Questa novità introdusse presso i Persiani l’uso di inserire nei ponti dighe e sistemi idraulici capaci di irrigare molti ettari di terra coltivabile. Numerosi dotti romani presi prigionieri, invece, vennero impiegati per la traduzione di testi greci e latini in lingua persiana. La forte presenza romana nell’area storica in questione sarebbe riscontrabile ancora oggi in alcune denominazioni, quali il villaggio di Roumischgan, non distante dal ponte costruito da Valeriano e il nome della tribù del gruppo etnico dei Lur: “Rumian”. Interessante notare invece come da Ardashir I, padre di Shapur, si iniziò a denominare tutto il territorio persiano come Iran. La titolatura regale in pahlavi è altrettanto chiara a tal fine: šāhān šāh ī aryān, ovvero “re dei re degli iraniani”.

Nella tradizione monumentale e celebrativa sasanide notiamo subito un tentativo di riallacciarsi all’area culturale achemenide e mazdeista, arricchendo il corredo simbolico con eventi bellici e politici di gran rilievo. In una grande bassorilievo proveniente da Naqsh-e Rostam, Shapur I si trova a cavallo, in grande abito da cerimonia. Alle sue spalle, vicino all’iscrizione, si trova un personaggio benedicente. Probabilmente si tratta di Kartir, influente sacerdote di Ahura Mazda, consigliere dei primi sasanidi e padre dei due successori di Shapur I. I due personaggi innanzi all’incedente equino hanno fogge differenti dalle figure già viste: si tratta dei due imperatori Valeriano e Filippo l’Arabo, incontratisi anacronisticamente in questo grande pannello glorificativo. Valeriano è riconoscibile perché in piedi. La simbologia qui esplicata è puramente di gusto persiano: le braccia del prigioniero sono sollevate e le maniche della tunica sono tirate e saldamente trattenute da Shapur, il quale afferma così il suo dominio sull’inerme Cesare. Filippo L’Arabo invece, in una scena avvenuta anni prima, si incastra in un movimento identificabile con una prosternazione – προσκύνησις – secondo l’uso persiano. Dei romani, si notino lo stilizzato diadema di lauro, inoltre entrambi hanno una spatha, la tipica arma da mischia in uso durante il tardo impero.

Prima raffigurazione del trionfo di Shapur. Naqsh-e Rostam, Iran

In un altro ampio rilievo situato a Bishapur, comprendente numerose figure fra cui soldati romani e parti, ci soffermiamo su una scena in particolare: Shapur è nuovamente in sella e la sequenza simbolica si sussegue come già visto, se non per alcuni ulteriori dettagli: sotto gli zoccoli del cavallo si trova un corpo esanime, molto simile nel vestiario ai due romani già conosciuti. In una estrema esaltazione della vittoria sasanide e delle loro pesanti operazioni militari, si è voluto rappresentare il cadavere di Gordiano III, le cui vicende già snocciolate si conclusero molto probabilmente con un solenne ritorno e una sicura sepoltura, per ipotesi, nel complesso anticamente appartenuto alla famiglia imperiale oggi noto come Villa Gordiani a Roma.

Prospicienti a Filippo, in atto di prostrazione supplicante, vi sono due personaggi maschili. Secondo le interpretazioni potrebbero essere un sacerdote il primo e un re vassallo il secondo. A riempire un vuoto centrale, presente nel precedente rilievo, arriva una figura divina e archetipale. Un genio alato, un putto di derivazione romano-ellenistica che regge con entrambe le mani un grande cydaris in seta, secondo l’uso sasanide. Questo diadema iranico, conosciuto anche presso l’impero Kushana, rappresentava il passaggio di potere e l’investitura di un sovrano, principalmente in chiave mazdeista, tuttavia questo è un esempio notevole di sincretismo figurativo. Una vittoria alata al maschile recante i segni della dominazione sasanide su tre imperatori romani. Nike ha voltato le spalle a Roma e glorifica l’autorità di un’altra grande potenza sincretista.

Seconda raffigurazione arricchita del trionfo di Shapur. Bishapur, Iran

I conflitti fra Mediterraneo e Persia si protrassero ancora per secoli. Molti imperatori romani successivi, fra cui Carino, Galerio – di cui ci è rimasto uno splendido e complesso arco trionfale, sito a Salonicco – e Giuliano, riuscirono a ottenere grandi successi sui sasanidi, pur non riuscendo mai, o per questioni logistiche o per sorte, a porre un dominio duraturo sull’area. I sasanidi stessi, dopo essere stati più volte fronteggiati dai bizantini, vennero sconfitti da Eraclio I durante la battaglia di Ninive del 627, segnando l’inizio di una inarrestabile decadenza sia per l’impero “romano” d’Oriente sia per il regno sasanide. Entrambi, saranno in tempi diversi fagocitati dalla nuova emergente potenza dell’area: gli arabi di credo musulmano, che ancora oggi, fra sunnismo e sciismo, governano politicamente e culturalmente questa vasta area.