Difficile trovare un personaggio più divisivo di Gabriele D’Annunzio. O lo si ama o lo si odia: chi lo ama, solitamente, sa vagamente perché; chi lo odia, il più delle volte, non ha idea della ragione. Pochi si addentrano nel personaggio, nelle opere e nella biografia, e finiscono per apprezzarlo per le sue magnificenze e contraddizioni, senza amarlo né odiarlo: l’uomo presenta slanci superbi e difetti inemendabili, che si elidono e restituiscono l’immagine di una persona straordinaria.

Una celebre contraddizione di D’Annunzio fu la parziale adesione al fascismo. La questione viene spesso relegata a una semplicistica organicità del Vate al regime e alla sua dottrina politica, cosa che lo rende – come se interventismo, erotomania, morosità, dissolutezza e tossicodipendenza non bastassero – inviso e disprezzato dai più. Dire che D’Annunzio fosse un antifascista sarebbe un’esagerazione fuori luogo, dire però che fosse un fascista fatto e finito è altrettanto un errore, perché ben poco condivideva di quella dottrina e certo non fu amico di Mussolini. Il personaggio e le sue scelte sono figli di quel tempo, disastroso e complesso, e della lacerante crisi che l’Italia viveva. Proiettiamoci allora con la mente in quegli anni terribili.

Cartolina disegnata da E. Anichini nel 1921, per il sesto centenario dantesco. Si vede l’Italia tra Dante e D’Annunzio, in una specie di simbolico passaggio di consegne. Il Vate, nella mano destra un fascio curiosamente capovolto, è rappresentato come la più illustre personalità d’Italia: colui che, come Dante unificò linguisticamente lo Stivale, lo unificherà con la forza della parola e delle mani. È una cartolina pubblicata per conto dei fascisti, in cui di Mussolini non si fa la minima menzione. Per tutti, se un duce ci sarà non potrà che essere Gabriele D’Annunzio.

È finita la Grande Guerra e l’Italia è sull’orlo di un altro conflitto, una guerra civile. I reduci sono delusi e arrabbiati, sia i cosiddetti interventisti democratici – quelli che intendevano portare il popolo in armi alla liberazione dei compatrioti sotto dominio straniero –, sia gli interventisti nazionalisti – coloro che auspicavano che l’Italia, sconfiggendo lo storico rivale dispotico e arrogante, potesse sedere al tavolo delle grandi potenze – si trovano a stringere un pugno di mosche: alle trattative per la pace l’Italia ottiene ben poco ed è trattata con sufficienza. Tre anni di combattimenti, 600mila caduti e la vittoria sul campo non garantiscono quanto era stato promesso nel Patto di Londra: è la vittoria mutilata.

I nazionalisti insorgono. D’Annunzio ha occupato Fiume e la tiene fino al Natale del 1920, quando lo stesso governo italiano bombarda la città mettendo fine all’avventura della Reggenza Italiana del Carnaro. Come se non bastasse, in Italia scoppiano scioperi e rivolte. Gli operai si ribellano, occupano le fabbriche, erigono barricate; scioperano gli agrari, i sindacati si mobilitano, le piazze sono in tumulto, il Partito Socialista si agguerrisce: si compie il biennio rosso, che culminerà, almeno simbolicamente, nel Congresso di Livorno del 1921, quando la corrente massimalista del Partito Socialista secede, dando vita al Partito Comunista. I fascisti seminano violenza in tutta la Val Padana e anche oltre. Si scagliano contro i socialisti e le loro sezioni, contro gli operai, i contadini, i comuni amministrati dalla sinistra. Sono il primo antidoto repressivo al biennio rosso. Obiettivo prestabilito: i rossi, la canaglia bolscevica, i pacifisti traditori. Uniti nella lotta, socialisti, comunisti e anarchici fronteggiano un nemico comune, le squadre di camicie nere.

La classe dirigente liberale è impotente, il parlamento litigioso e inconcludente, i politici non hanno consenso: le trattative di pace sono state condotte con scarsa convinzione e l’amministrazione pubblica è allo sbando. La gestione dell’ordine pubblico è quasi inesistente, tanto che frange dell’esercito, delle forze dell’ordine e alcuni prefetti iniziano a simpatizzare coi fascisti: almeno loro riescono a garantire un minimo di ordine, seppure in maniera inadeguata a uno stato di diritto.

Qui si incastra una doppia illusione: da un lato parte della borghesia industriale e agraria foraggia i fascisti in funzione anti-rivoltosa, contro i propri stessi lavoratori indisciplinati; dall’altro la classe politica liberale ritiene che queste squadre di incolti picchiatori siano utili a mantenere ordine e a prevenire una possibile rivoluzione socialista, e che spariranno a breve come tutti i fenomeni pittoreschi, capeggiate come sono da cinici opportunisti, violenti agitatori e da un parolaio magico. Gli uni e gli altri credono di potersi servire di questo movimento finché lo si farà durare, per i propri comodi.

Gabriele D’Annunzio legge nella villa La Capponcina. In quei giorni ha quasi quarant’anni, è noto per le opere letterarie, le avventure amorose e per il suo gusto nel bel vivere. La guerra, Fiume e le folle sono di là da venire. A questa età, Mussolini si appresta a diventare capo del governo.

In tutto ciò Gabriele D’Annunzio è l’italiano più famoso all’estero e più influente in patria. La parola del Poeta non è quella di uno scrittore o un politico normali: D’Annunzio è un eroe di guerra, è l’artefice dell’Impresa di Fiume, ha occupato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo; è uno scrittore acclamato, il più tradotto, il più amato e il più odiato. Ha un seguito enorme, migliaia di sostenitori appassionati, reduci di guerra e ammiratori comuni, e centinaia di legionari fiumani legati a lui da giuramento: è un uomo che può raccogliere attorno a sé migliaia di fedeli, persone che tra le altre cose conoscono le armi. È un uomo pericoloso. Quando arringa, unisce; quando dileggia, divide. È bipartisan il Vate, piace a tutti e non appartiene a nessuno: è inserito fino al collo nell’alta società, piace agli aristocratici; è un fervente patriota, beniamino di tanti nazionalisti; ha incassato la stima di Lenin e in alcuni momenti pare davvero un rivoluzionario, per questo lo osservano diversi proletari.

Lo vorrebbero con loro anche molti fascisti, ma D’Annunzio non ricambia il favore ai demagoghi che credono di aderire alla realtà e non aderiscono se non alla loro camicia sordida. È un ottimo momento, ma il Vate temporeggia. Stanco, disilluso, disgustato dalla politica e dal governo liberale che gli ha tirato addosso le granate, a lui che, monarchico e patriota, vanta sette medaglie al valore. Si è ritirato nella villa di Gardone, sul Lago di Garda, ha quasi sessant’anni e sostiene che

non c’è oggi in Italia nessun movimento politico sincero, condotto da un’idea chiara e diretta. Perciò è necessario che noi facciamo parte di noi stessi, immuni da ogni mescolanza e contagio.

D’Annunzio osserva il caos in cui l’Italia versa e decide di non gettarsi nella mischia. Lui ha già combattuto, non è questo il suo terreno. Spera in fondo che un giorno non lontano tutta Italia lo richieda a gran voce come paciere, novello dittatore romano che scongiura la guerra civile. Ha tutte le carte in tavola ma non le sfrutta. Nel 1921 dice di sé:

mi auguro di essere la persona alla quale un giorno si penserà dicendo: Avanti! Non resta che lui!

I fascisti credono sia arrivata la loro ora, ma manca un vero condottiero. Mussolini è l’ideologo, l’inventore del movimento, ben lontano dal diventare il duce degli italiani. Colui che in questo momento viene acclamato come duce dalla gioventù è Gabriele D’Annunzio, il condottiero che deve portare al potere la giovane Italia nata nelle trincee, scalzando la pletora di politici vecchi e mercanteggianti che hanno vinto la guerra non per merito loro e hanno svenduto la patria allo straniero. D’Annunzio ha il carisma, il seguito, la statura culturale per trascinare i giovani e i reduci a Roma, compiendo quella rivoluzione italiana che nulla ha a che fare con la rivoluzione bolscevica. Ci sperano i suoi seguaci, meno lo agogna lui. D’Annunzio è però anche un cialtrone, un oratore capace di trascinare le folle nei momenti bui ma del tutto inadeguato alla politica intesa come mediazione e governo quotidiano. Ciononostante vanno in molti a bussare alla sua porta.

Il 3 agosto del 1921 Mussolini sigla il patto di pacificazione coi socialisti, che prevede la rinuncia bilaterale alla violenza e la costituzionalizzazione del movimento fascista, e all’interno dello stesso movimento le polveri esplodono. Chi ha tradito, tradirà, si legge sui manifesti affissi dagli stessi fascisti a Bologna, dove l’ovvio riferimento è al tradimento del Mussolini socialista nel 1914. La massa fascista, le squadre e i rispettivi ras, ripudiano la guida di Mussolini, che ricambia con le dimissioni (rigettate) e affermando che quello che era un movimento ideale si è trasformato in una banda armata al servizio del capitale. Mussolini, come già nel 1914, è politicamente fuori gioco e i ras invocano il duce che è tornato da Fiume da pochi mesi. Dino Grandi e Italo Balbo si incaricano dell’ambasciata a Gardone per offrirgli la guida del fascismo, ma D’Annunzio rifiuta nettamente, senza rispetto, e i due se ne vanno sdegnati. Anche Antonio Gramsci, nell’aprile del 1922, compie il pellegrinaggio. Non si sa quale sia la proposta perché D’Annunzio rifiuta di incontrarlo poiché, dice,

non posso lasciarmi imporre i colloqui.

Forse Gramsci vuole trascinare il poeta nel Partito Comunista, più probabilmente proporgli di unire i suoi legionari alla resistenza antifascista. Perché si sa che D’Annunzio non ama i fascisti, seppure con una certa ambiguità, e il disprezzo è ancor più motivato dai toni che in quel momento Mussolini assume nei riguardi del Vate, quando smette la riverenza e dice apertamente che le iniziative politiche di D’Annunzio sono irrilevanti, che egli è inaffidabile e capriccioso, inservibile e intrattabile. Non ha tutti i torti. D’Annunzio sarà anche stato l’eroe di guerra, il condottiero che prende Fiume in armi e la tiene per un anno e mezzo, ma è pur sempre un poeta, un dandy narcisista e dissoluto, uomo adatto alle arringhe, a infondere emozioni e volontà, a forgiare l’immaginario collettivo, ma di cosa sia la politica non ne ha idea e non vuole saperne nulla, disgustato com’è da tutto e tutti, desideroso solo di crogiolarsi nella sua solitudine e tornare ad essere quel che era, un operaio della parola, come ama sempre definirsi.

I due personaggi appaiono quanto mai diversi. In questa immagine si ritraggono un Mussolini primo deputato fascista, sguardo severo e abbigliamento scuro, minaccioso nell’espressione, e un D’Annunzio in uniforme, gli occhi persi nel vuoto, indubbiamente più affascinante, ma meno granitico.

Nel periodo precedente la marcia su Roma D’Annunzio mostra particolare ostilità al fascismo. Dopo il fallito tentativo di Gramsci, sono ricevuti i capi della CGIL e persino Čičerin, commissario sovietico agli Affari esteri, tutti per attrarlo nell’orbita antifascista. Ma le parole faticano a trasformarsi in fatti: di agire stivali sul terreno non se ne parla. Si fa vivo addirittura Nitti, il Cagoja, l’odiato primo ministro dei tempi fiumani, che gli scrive:

bisogna unire tutte le forze per finire questo regime di stupidità e di violenza, per riportare l’Italia ai suoi ideali di democrazia, di libertà e di lavoro. Non m’importa di me: tu vedi il pericolo e puoi agire sulla gioventù, infiammandola e riportandola al buon sentiero.

Il momento di D’Annunzio è giunto, può mettere finalmente d’accordo le forze in lotta e prendere le redini di un paese nel caos. Viene organizzato per il 15 agosto 1922 un incontro tra Nitti, D’Annunzio e Mussolini. Due giorni prima il poeta cade da una finestra della stanza della musica, dal primo piano del Vittoriale. Sul volo dell’arcangelo, come lo chiamerà D’Annunzio, verrà fatta molta dietrologia e qui la storia fatta con i “se” potrebbe sbizzarrirsi: chissà cosa sarebbe successo se si fossero incontrati e D’Annunzio avesse espresso la sua terzietà e l’opposizione rispetto a un governo fascista. Fatto è che l’incontro viene annullato. Il poeta non lo sa ancora, ma è definitivamente uscito di scena.

La foto ritrae Mussolini come tutti lo conoscono. Non veste ancora l’uniforme ma già fa mostra di tutto il suo stile: attorniato da camicie nere, posa con lo sguardo arcigno, la mascella prominente e le mani sui fianchi. Pittoresco e quasi ridicolo all’apparenza, conquista nonostante ciò le folle, armato della retorica altisonante e aggressiva, trionfale e accattivante, che ha in parte imparato da Gabriele D’Annunzio.

L’11 ottobre Mussolini va a trovarlo ma non viene ricevuto. Si incontrano ugualmente ma senza risultati tangibili. Ormai i tempi sono maturi, i fascisti vogliono il potere e vanno a prenderselo. Il 4 novembre ricorre l’anniversario della vittoria e D’Annunzio è invitato nella capitale per presenziare le celebrazioni, per questo la marcia su Roma viene anticipata di una settimana. Mussolini teme che il Vate possa effettivamente convogliare alcune correnti in favore del governo e compromettere l’iniziativa fascista. Il 28 ottobre le squadre imperversano per le strade di Roma. Vittorio Emanuele III rifiuta di firmare lo stato d’assedio e convoca Mussolini.

D’Annunzio è ormai un relitto della politica. L’uomo che poteva fare non ha fatto, colui che aveva forze vive, uomini, consenso e autorevolezza, non aveva né l’idea né l’ambizione. Obnubilato dalla sua stessa grandezza, si è rimpicciolito fino all’inutilità. Forse l’aveva proprio cercata questa inutilità, non gli interessava praticare la politica quanto ritrovare se stesso e la sua arte, in solitudine, se è vero che confidò a un amico pochi mesi prima:

ho voluto rientrare nel silenzio, ho voluto essere un capo senza partigiani, un condottiero senza seguaci, un maestro senza discepoli.

Mesi dopo, nel 1923, un americano del ’99 che per vivere la Grande Guerra ha falsificato la carta d’identità e si è qualificato come giornalista, che aiutò l’esercito italiano in Veneto nel servizio ambulanze, un giovane scrittore di nome Ernest Hemingway, scrive di Mussolini come del più grande bluff d’Europa. Aggiunge che

sorgerà una nuova opposizione, anzi si sta già formando, e sarà guidata da quel rodomonte vecchio e calvo, forse un po’ matto, ma profondamente sincero e divinamente coraggioso che è Gabriele D’Annunzio.

Purtroppo per l’Italia, cui nei successivi vent’anni non verranno risparmiate sofferenze e costrizioni, la previsione di Hemingway non si rivela esatta. Un’opposizione è effettivamente incarnata dal Comandante, ma rimane silente, sepolta nelle mura del Vittoriale e dell’incombente vecchiaia.