Il 23 marzo del 1919, nella sala riunioni del Circolo dell’Alleanza Industriale, a Palazzo Castani, in Piazza Sansepolcro a Milano, nacquero i Fasci Italiani di Combattimento. Benito Mussolini aveva appena affidato la presidenza dell’assemblea costituente a Ferruccio Vecchi, presidente dell’Associazione Arditi d’Italia, quando a sorpresa, dopo lo sparo in aria di alcuni razzi illuminanti, vide Filippo Tommaso Marinetti, il fondatore del Futurismo varcare la soglia del circolo.

Marinetti si presentò seguito da altri dieci futuristi (Piero Besozzi di Castelbesozzo, il capitano degli Arditi Mario Carli, il «tenente futurista» Gino Chiarini, il romanziere Bruno Corra, Ernesto Daquanno, l’ardito e scrittore Mario Dessy, il pittore Achille Funi, il futurista socialista ferrarese Olao Gaggioli, l’interventista toscano Gastone Gorrieri e Edmondo Mazzucato, poi, negli anni Trenta, autore di un libro di memorie intitolato Da anarchico a San Sepolcrista), che a loro volta portarono l’adesione dei Fasci Futuristi di città come Roma, Firenze, Perugia, Taranto, Cosenza, Ferrara, Genova, Palermo, Palagianello, Cassino e Zara.

Il comandante Vecchi prese la parola per primo, poi parlò rapidamente Enzo Agnelli, portavoce del neonato Fascio di Milano, lasciando che fosse l’intervento programmatico di Mussolini a salutare i figli dei caduti per la grandezza della Patria e per la libertà del Mondo, i mutilati e gli invalidi di guerra, i combattenti e gli ex prigionieri. Il capo del nascente Fascismo dichiarò che l’adunata si opponeva all’imperialismo degli altri popoli a danno dell’Italia e, al tempo stesso, all’eventuale imperialismo italiano a danno di altri popoli, e che accettava il postulato supremo della Società delle Nazioni, presupponendo l’integrazione di ognuna di esse, tuttavia rivendicava per l’Italia l’annessione di Fiume e della Dalmazia e prendeva l’impegno preciso alle elezioni di sabotare con tutti i mezzi le candidature dei neutralisti di tutti i partiti dell’arco costituzionale italiano.

Il secondo a intervenire fu Filippo Tommaso Marinetti che proclamò la necessità di fermare i socialisti, accusati di tentare di sferrare un assalto alla nazione e di voler conquistare le masse operaie e popolari desiderose di maggior giustizia sociale.

FTM nel 1917

Marinetti aderì dunque alla costituzione dei Fasci Italiani di Combattimento (e ottenne in seguito il Brevetto di Fondatore n.120), ma, dopo l’approvazione del programma politico, lasciò la sala storcendo il naso. A suo parere Mussolini non aveva preso in considerazione l’emergenza da sempre espressa dal Partito Politico Futurista di cacciare il Papa da Roma, di abolire la monarchia per sostituirla con uno stato repubblicano e di garantire agli operai il diritto allo sciopero. Il fascismo gli parve una soluzione politica all’acqua di rose nonostante gli intenti rivoluzionari riportati nel manifesto programmatico stilato in prima persona dall’ex socialista Mussolini e accettato dal comitato centrale appena costituito.

Come scritto in apertura al suo libro Democrazia futurista (1919), Marinetti considerava il Futurismo un movimento artistico, o meglio, una avanguardia artistica radicale capace di creare un partito politico unico e originale rispetto a quelli già esistenti in Italia perché aveva un programma aperto, era privo di una struttura partitica vera e propria e soprattutto era l’espressione concreta di valori realmente rivoluzionari.

L’idea di lanciarsi nell’agone della politica venne a Marinetti già nel 1909, quando stese il Primo manifesto politico futurista per le elezioni generali evocando un programma patriottico ultra-nazionalista e l’avvento di una rappresentanza nazionale costituita da giovani, sgombra di mummie, di vecchi e di preti. Ritornò poi alla stesura del Programma Politico Futurista nel 1913 e cinque anni dopo, il 20 settembre del 1918, stese il Manifesto del Partito Futurista Italiano per dare delle basi solide a una visione ideologica sovversiva ispirata da un nazionalismo radicale, da un anticlericalismo viscerale, da un virulento anti-socialismo e animata da un violento riformismo di ispirazione anarcoide.

I futuristi credettero nella possibilità di realizzare una rivoluzione di stampo modernista per la creazione di una repubblica democratica che fosse futurista, nazionalista e libertaria, dove tuttavia il concetto di democrazia si fondava sulla guida di una avanguardia costituita dal cosiddetto proletariato dei geniali. Fu Marinetti stesso a precisarlo: la democrazia italiana futurista doveva rappresentare esclusivamente una massa di individui giovani e geniali che ne avrebbero plasmato il divenire statale; mentre per quanto riguardava la concezione dello Stato, esso doveva essere letteralmente abolito per

trasformarlo nell’amministrazione di una grande azienda che si chiama patria, appartenente a una grande associazione che si chiama nazione.

Quando sulla scena politica italiana si affacciò il Fascismo di Mussolini, Marinetti pensò di poter dare vita assieme al nascente movimento fascista a una solida alleanza strategica fondata su una chiara sintonia ideologica. Per Marinetti, infatti, il Fascismo rappresentava una concezione politica assolutamente futurista perché antitradizionale, pratica, eroica e rivoluzionaria, o per lo meno, così gli apparve inizialmente. Anche lo scrittore Vincenzo Fani Ciotti, in arte Volt, considerò il programma fascista sostanzialmente identico a quello del Partito Politico Futurista e sostenne pubblicamente che un giorno le due formazioni politiche avrebbero finito per fondersi perché lo spirito che le animava era quello dell’Italia nuova e dei combattenti.

I futuristi videro nel fascismo l’elemento protestatario puro, l’espressione dell’antipolitica assoluta e Marinetti, che come i fascisti gridava «Abbasso Nitti! Morte al giolittismo!», simpatizzò subito con Mussolini: nei suoi taccuini scrisse che il futuro duce d’Italia era pieno di idee futuriste; ammirava l’arte di Umberto Boccioni; come lui odiava il Vaticano e il clericalismo dei politicanti passatisti e lo descrisse come un individuo dalla bella faccia violenta chiara forte intelligente sana ma agitata da smorfie passionali.

Marinetti e Mussolini si presentarono assieme alle elezioni politiche del novembre 1919 per fronteggiare il nemico socialista. Fu una debacle: Mussolini capolista prese 9.000 voti, Marinetti 6.144, mentre Filippo Turati leader del socialismo italiano incassò ben 190.000 preferenze. In quel momento, Marinetti intuì che il suo rapporto con la politica si stava incrinando, ma capì soprattutto che era Mussolini a essere cambiato e lo scrisse nei suoi taccuini:

Sento il reazionario che nasce in questo violento temperamento agitato, pieno di autoritarismi napoleonici e di nascente disprezzo per le masse.

Ma se Mussolini cominciò già allora a tracciare le linee del suo percorso di futuro dittatore fascista, in Marinetti la visione ideologica si focalizzò invece su di un credo sempre più anarcoide e irrazionale, immaginando una sorta di via spirituale della politica, con i futuristi sempre più vicini a dei mistici dell’azione votati alla realizzazione dell’Artecrazia inegualista, come precisò poi nel saggio utopico Al di là del comunismo, scritto durante i giorni trascorsi nel carcere milanese di San Vittore dopo l’arresto seguito all’assalto alla sede del giornale socialista L’Avanti.

Nel maggio del 1920, Marinetti si ripresentò al Secondo Congresso dei Fasci di Combattimento e fu nominato membro di una commissione per lo studio del programma scolastico. Il capo del Futurismo, che sognava di governare l’Italia, e forse da megalomane il mondo, abbandonò repentinamente i fascisti accusandoli di aver maturato una posizione reazionaria e passatista, e rivendicò per l’ennesima volta i punti programmatici del suo rivoluzionario Partito Futurista, ovvero il diritto di sciopero, lo svaticanamento dell’Italia e l’instaurazione della repubblica. Mussolini, di fronte all’allontanamento di Marinetti dai Fasci di Combattimento, in privato, definì il capo dei futuristi uno stravagante buffone che vuol fare della politica e che nessuno, nemmeno lui, prendeva sul serio.

Marinetti non si allontanò definitivamente dal fascismo, anzi, nel 1924, in un libro, intitolato in maniera significativa Futurismo e Fascismo, celebrò la storia dell’alleanza che si era venuta a creare tra il suo movimento politico e quello mussoliniano, rivendicando però la primogenitura dell’idea rivoluzionaria al Partito Futurista da lui fondato e apponendo in apertura una furbesca dedica a stampa al suo caro e grande amico Benito Mussolini.

Ancora, in occasione delle celebrazioni della fondazione dei Fasci di Combattimento nel 1929 e poi nel 1939, il capo dei futuristi pubblicò due scritti dai titoli eclatanti nei quali rievocò la nascita del movimento fascista non senza retorica. Il primo scritto, “La squilla della rivoluzione”, venne pubblicato nel numero unico “23 Marzo 1919”, mentre dieci anni dopo lanciò Il poema dei sansepolcristi. A guisa di conclusione del poema, Marinetti volle ricordare gli ultimi istanti vissuti all’adunata con slancio patriottico:

Come in tutte le assemblee italiane si pensava anche alle donne anzi ad una donna snella amorosa salire ai suoi pensili frutteti grandi occhi liquidi fra lunghe ciglia di palme e giovane bocca da morirvi di fuoco baciandola Italia. Italia Poesia armata.

In verità, il 23 marzo 1919, prima di lasciare Piazza San Sepolcro, Marinetti, dotato di un forte senso pratico e non solo di larga immaginazione, si premurò di organizzare una colletta per comperare delle pistole: quelle armi, un mese dopo, il 15 aprile, servirono per dare l’assalto alla sede milanese de L’Avanti ma non bastarono a far scattare la scintilla definitiva tra Mussolini e Marinetti, riportando quest’ultimo a fare del Futurismo la ragione della sua esistenza.