Questa storia inizia dalla fine, ossia la notte del 18 settembre 1961. Un Douglas DC-6 delle Nazioni Unite era in volo verso Ndola (Zambia) con a bordo 16 persone, ma non era un volo come tutti gli altri, perché a bordo c’era Dag Hammarskjöld, un carismatico diplomatico svedese che dal 1953 ricopriva il ruolo di segretario generale delle Nazioni Unite. L’aereo arrivò a destinazione, ma schiantandosi, per cause mai chiarite. Morirono tutti, incluso l’unico superstite.

Hammarskjöld era un’idealista, cresciuto ed educato al luteranesimo, portava sempre con sé una copia de “L’imitazione di Cristo”, e aveva lottato perché nella sede centrale delle Nazioni Unite venisse allestita una stanza per i credenti di ogni fede, dove essi potessero entrare, pregare, riposarsi e meditare. Credeva di essere stato chiamato a ricoprire un ruolo di tale livello per un motivo: portare la pace nel mondo e rendere le Nazioni Unite uno strumento realmente efficace in tal senso.

Hammarskjöld fece del supporto alla decolonizzazione dell’Africa una delle priorità dell’organizzazione internazionale e fu per questo oggetto di attacchi da parte delle principali potenze occidentali, che lo accusavano di voler oltrepassare i limiti della sua funzione, e del blocco socialista, che lo tacciava invece di non fare abbastanza per la causa da lui perorata. Le accuse che maggiormente lo ferirono furono proprio quelle provenienti dalla galassia sovietica e giocarono un ruolo fondamentale nel convincerlo a dedicarsi con senso di abnegazione alla soluzione della crisi del Katanga.

Nel 1960 il Congo ottenne l’indipendenza dal Belgio, ma senza raggiungere la pace sperata. Lo stesso anno, infatti, un gruppo secessionista apparve nel Katanga, la regione più ricca del paese in termini di risorse naturali e metalli preziosi, innescando una violentissima guerra civile che nel giro di cinque anni avrebbe provocato circa 100mila morti e che si concluse con l’instaurazione di una feroce dittatura militare guidata da Joseph Mobutu, durata fino al 1997.

A muovere i fili della secessione, e sostenere la successiva dittatura, fu proprio la Francia, affiancata da Stati Uniti e Gran Bretagna nel comune obiettivo del contenimento anticomunista. I francesi videro nell’estromissione belga un’occasione per espandere la Françafrique su un territorio vasto, ricco e culturalmente pronto per essere inglobato nella propria sfera d’influenza, in quanto a maggioranza francofona.

Il Congo diventò presto un nuovo terreno di scontro tra il blocco occidentale e quello orientale. Il Belgio si limitò ad inviare un contingente militare per proteggere i propri cittadini in fuga dal paese, mentre la Francia si adoperò sia per finanziare i secessionisti che per armarli e supportarli con centinaia di mercenari europei, l’Unione Sovietica inviò consiglieri militari ed esperti nella guerra asimmetrica su richiesta dell’allora primo ministro Patrice Lumumba.

Presto emersero i legami tra Mosè Ciombe, il leader dei secessionisti, e l’Union Minière du Katanga, una compagnia mineraria belga attiva nel paese sin dal 1906, in prima linea nel finanziamento del suo movimento, e tra lo stesso e il Service de Documentation Extérieure et de Contre-Espionnage (SDECE), i servizi segreti esteri francesi.

La presidenza De Gaulle diede massima priorità alla questione congolese come palesato dal fatto che fu inviato nel paese il migliore uomo a disposizione dello Sdece: il leggendario Bob Denard, regista di colpi di stato, guerre civili pilotate e tentativi golpisti in ogni teatro d’interesse per la Françafrique per l’intera durata della guerra fredda. Denard fu incaricato di arruolare combattenti professionisti, per la maggior parte bianchi provenienti dalla Rhodesia e dal Sud Africa, di addestrare gli uomini di Ciombe, e di fare pressioni sulle forze armate affinché deponessero il governo centrale, considerato in pericolosa balìa di Lumumba.

La stanza della meditazione delle Nazioni Unite

Dopo aver temporeggiato nell’attesa che gli sviluppi nel paese consentissero di capire quali potenze fossero in gioco, Hammarskjöld intervenne con una presa di posizione contro il Belgio. Il 14 luglio, la risoluzione 143 del Consiglio di Sicurezza diede il via ad un’operazione ufficiale per il mantenimento della pace, ordinando a Bruxelles di ritirare le proprie truppe del paese, perché scoperte a combattere a fianco dei secessionisti.

A ciò seguì l’arrivo in Congo di circa 2mila esperti sovietici in affari militari, su esplicita richiesta di Lumumba. L’evento suscitò malumori nell’esecutivo e giocò un ruolo fondamentale nel convincere gli Stati Uniti ad intervenire nella crisi in supporto alla Francia. Nonostante l’intervento sovietico avesse aiutato le truppe governative a riprendere il controllo sul Katai del Sud, le forze armate, sotto la guida di Mobutu, aumentarono la propria ingerenza negli affari politici – presagio del futuro colpo di stato, detronizzando Lumumba e ordinando ai sovietici di ritirarsi.

Sullo sfondo di questi eventi, Hammarskjöld esercitò la diplomazia segreta per convincere Ciombe ad intavolare trattative con il governo centrale ed abbandonare la causa secessionista. Ciombe avanzò quindi la proposta all’esecutivo di far rientrare il Katanga all’interno del Congo, ma in un contesto confederale.

Il breve quadro di normalità fu interrotto dall’arresto e dall’esecuzione di Lumumba, il 17 gennaio 1961, su ordine di Mobutu. Hammarskjöld e l’Unione Sovietica protestarono contro la sua cattura, chiedendo attraverso una risoluzione, che fu bocciata, che venisse liberato: la brevissima esperienza democratica dell’ex colonia belga stava per concludersi.

Il paese andò incontro ad un’ulteriore frammentazione, perché gli uomini fedeli al defunto primo ministro instaurarono un governo provvisorio, con sede a Stanleyville, Il governo fu riconosciuto da Unione Sovietica e Cina e fu anche ampiamente sostenuto a livello popolare, tanto da riuscire a chiamare a sé circa 5.500 soldati.

Hammarskjöld e Lumumba

Hammarskjöld tentò di convincere i pro-Lumumba e il sempre più influente Mobutu a raggiungere un accordo e deporre le armi, ponendo la pace nel paese come bene superiore, al di sopra di ambizioni egoistiche e rivalità per il potere, ma le sue pressioni non ebbero seguito. Alle crisi del Katanga e del Kasai del Sud si aggiunse la guerra tra i pro-Lumumba e il governo centrale. Il segretario generale decise quindi di aumentare ruolo e capacità della missione delle Nazioni Unite. Il numero dei caschi blu fu elevato a 20mila e fu dato loro ordine di arrestare ogni persona sospetta di mercenariato, giustificando tale scelta come parte fondamentale del compito di mantenere la pace.

Lumumba era morto e Hammarskjöld aveva fatto suo il sogno di un Congo libero e indipendente, ma la crisi peggiorò, toccando personalmente le Nazioni Unite. I caschi blu iniziarono ad essere fatti oggetto di imboscate da parte dei mercenari stranieri e gli scontri nel Katanga si fecero sempre più intensi.

Il 13 settembre i secessionisti uccisero sette caschi blu durante un duro scontro armato avvenuto nel contesto dell’operazione Morthor, mentre un intero plotone fu soverchiato numericamente a Jadotville. Nella consapevolezza che la situazione stesse precipitando eccessivamente, Hammarskjöld accettò l’invito di Ciombe a recarsi nel paese per discutere direttamente della questione dei prigioneri.

Il segretario generale non arrivò mai ad incontrarsi con Ciombe. La notte del 18 settembre l’aereo si schiantò al suolo, forse per un errore fatale del pilota durante un atterraggio controllato contro il suolo dovuto a cause di forza maggiore rimaste insolute, nonostante le diverse inchieste aperte sul caso. Non fu trovato alcun riscontro alle numerose testimonianze di una luce in cielo avvistata poco prima dello schianto, che negli anni ha alimentato le ipotesi del complotto della bomba in volo o dell’abbattimento, anche se fu posto l’accento su strani ritardi e falle nelle operazioni di ricerca e soccorso che ostacolarono il possibile recupero di membri ancora vivi. L’aereo fu infatti ritrovato 15 ore dopo lo schianto, nonostante fosse precipitato presso l’aeroporto di Ndola, e l’unico superstite morì per il ritardo nelle cure, tre giorni dopo.

L’ipotesi che non si sia trattato di un incidente, ma di un omicidio, non è stata sostenuta soltanto da complottisti della rete, ma da personalità di rilievo come l’ex generale maggiore dell’esercito norvegese Bjørn Egge, da Mu’ammar Gheddafi, dal mercenario Jan van Risseghem, all’epoca dei fatti arruolato nelle forze irregolari del Katanga, e da Harry Truman.

All’indomani della scomparsa di Hammarskjöld, l’allora presidente statunitense rilasciò alla stampa le seguenti, scioccanti, dichiarazioni:

Era sul punto di ottenere qualcosa quando lo hanno ucciso. Notate che ho detto ‘quando lo hanno ucciso’.

Non si saprà mai con certezza che cosa volesse, e fosse sul punto di, ottenere Hammarskjöld, che nei mesi precedenti alla sua morte era stato completamente isolato all’interno della stessa organizzazione e screditato dalle potenze occidentali, additato di simpatie filocomuniste. Le critiche proseguirono anche dopo il suo decesso, che non lo elevò affatto al rango di martire.

Fu scoperto il suo diario personale, iniziato quando era appena 20enne, nel 1925, che poi fu pubblicato sotto il titolo di Vägmärken, in Italia edito come Tracce di cammino. Un’opera personale, quindi carica di riflessioni sulla vita, sulle difficoltà nel conciliare fede e compromessi in politica, di riferimenti a versetti biblici ritenuti importanti, e di poesie originali.

L’opinione pubblica venne a conoscenza del fatto che oltre all’Hammarskjöld diplomatico, esisteva anche un poeta e, soprattutto, un’asceta costantemente turbato dall’idea della dannazione e alla ricerca perenne di santità similmente ai leggendari stolti in Cristo dell’ortodossia russa. In Svezia, il suo paese natale, diversi giornali derisero il diario, giudicandolo l’opera di un fanatico religioso.

Fu insignito del premio Nobel per la pace postumo nel 1961. La crisi del Katanga fu infine disinnescata da un colpo di stato, ed il paese trasportato nella Françafrique da Mobutu. Ogni tentativo di democratizzazione continua ad essere violentemente respinto e ancora oggi, nonostante il silenzio mediatico, in Congo si muore di guerra civile, si muore di Françafrique.

Merita il potere solo chi ogni giorno lo rende giusto.

Dag Hjalmar Agne Carl Hammarskjöld (1905 – 1961)