Il primo articolo della legge n. 215 del 13 febbraio 1933, legge quadro sulla bonifica integrale, delineava con marmorea determinazione i passaggi che, agli occhi del governo, avrebbero portato gloria eterna alle sorti del Regime:

Alla bonifica integrale si provvede per scopi di pubblico interesse, mediante opere di bonifica e di miglioramento fondiario. Le opere di bonifica sono quelle che si compiono in base ad un piano generale di lavori e di attività coordinate, con rilevanti vantaggi igienici, demografici, economici o sociali, in comprensori in cui cadano laghi, stagni, paludi e terre paludose, o costituiti da terreni montani dissestati nei riguardi idrogeologici e forestali, ovvero da terreni, estensivamente utilizzati per gravi cause d’ordine fisico e sociale, e suscettibili, rimosse queste, di una radicale trasformazione dell’ordinamento produttivo. Le opere di miglioramento fondiario sono quelle che si compiono a vantaggio di uno o più fondi, indipendentemente da un piano generale di bonifica

Questo, dunque, il primo articolo della cosiddetta legge Serpieri, voluta con ferrea determinazione dal capo del governo ed inserita in un coacervo di iniziative legislative volte al raggiungimento di più e svariati fini. Bisognava arrivare alla tanto agognata autosufficienza alimentare e alla conseguente libertà in politica estera. Già in tempi non sospetti, dalle colonne del popolo d’Italia, Mussolini affermavaSe verso il 1950 avremmo ancora bisogno d’importare dall’estero trenta milioni di quintali di grano e non avremo redenti nemmeno gli ottocentomila ettari di terreno paludoso[…] noi saremo costretti a fare la politica che piacerà allo stato nostro fornitore di grano: Russia o America che sia[…]. Pane, dunque, ma anche libertà di manovra politica sullo scenario internazionale, un palcoscenico, del resto, in cui l’Italia non aveva mai recitato più di un paio di battute. Pane, politica estera ma anche, e soprattutto, politica interna.

Arrigo Serpieri (1877-1960)

Arrigo Serpieri (1877-1960)

Archiviata la pratica Matteotti e la conseguente instaurazione del regime, Mussolini si ritrovò a dover stravolgere non poco la propria agenda politica. Il passo, dal governo aperto ai socialisti alle leggi fascistissime, non fu di certo breve. Le esigenze contingenziali del momento richiedevano, dunque, politiche molto più equilibrate e meno rivoluzionarie. Difatti, se da una parte, la Lira fu fissata a quota Novanta per riordinare una bilancia commerciale impazzita (con costi sociali evidentemente alti) dall’altra si avviava il sistema corporativo con la promulgazione della Carta del Lavoro; il primo dei tentativi fascisti per ordinare e razionalizzare la questione sociale in seno allo Stato, non fuori, o ancor peggio, contro lo Stato ma per e con lo Stato. Quest’ultimo del resto non poteva più essere percepito dalla popolazione come un’entità avulsa dalla quotidianità, come nel passato periodo liberale, ma come il naturale prolungamento organizzativo della volontà nazionale tutta. Industriali, agrari, operai, mezzadri e braccianti d’ora in avanti dovranno cooperare per un fine comune e non più di classe. Un’opera, di stravolgimento sensoriale della politica e delle istituzioni statali, mastodontica. Convogliare masse e potentati in un’unica volontà, statale per l’appunto, non fu di certo semplice e molti furono gli esperimenti per riuscirci. La Bonifica integrale va vista in quest’ottica. Un enorme battaglia in cui tutti cooperavano per il bene della nazione. Una battaglia da cui, Mussolini e il fascismo, speravano di vedere forgiato un italiano e un’Italia nuovi.

Carta della bonifica integrale (1939)

Carta della bonifica integrale

Nacquero e operarono, dunque, molte Opere e consorzi, controllati dallo stato, votati a questo fine. Dalla fine degli anni venti agli ultimi mesi del ’42 furono strappati alle acque, al latifondo e alla malaria più di otto milioni di ettari di terra in tutta Italia. Dal pontino al tavoliere, dalla Sardegna alla Sicilia, dal ferrarese alla Dalmazia, l’Italia fu bonificata, redenta e soprattutto appoderata. Con uno sforzo immane in termini di risorse finanziare investite, morti sul lavoro, sudore e pazienza si riuscì nell’intento. Come è facile immaginare molte furono le resistenze a questo progetto. In primis gli agrari stessi che non volevano di certo abbandonare i vecchi privilegi feudali, gli industriali che vedevano molte risorse statali dirottate nel settore primario, la chiesa che vedeva di cattivo occhio quest’intervento verso il popolo, un intervento che gli sottraeva poveri da accudire, la vecchia sinistra che vedeva frustrati decenni di parlamentarismo inconcludente; insomma molti, chi per un verso e chi per un altro, ebbero da ridire. L’insieme di queste lamentele e l’approssimarsi della campagna etiopica spinsero il governo dell’epoca a frenare, intorno al 1935, gli investimenti futuri.

Lavori di bonifica dell'Agro Pontino

Lavori di bonifica dell’Agro Pontino

Anche ridimensionata, la bonifica integrale de fascismo rimane l’opera pubblica di più ampio respiro che sia mai stata intrapresa in Italia. Centinaia di migliaia di ettari di terra di latifondo ridistribuiti alla popolazione bracciantile, che da nullatenente si ritrovò ad essere proprietaria della terra che lavorava, milioni di ettari strappati alle paludi, centoquarantasette nuovi comuni, borghi o insediamenti rurali edificati, malaria debellata e autosufficienza alimentare raggiunta. Materialmente parlando fu un enorme successo che diede lustro al regime dentro e fuori i confini nazionali. Anche la produzione architettonica, quel tanto vituperato razionalismo, fu incentivato per raggiungere questi notevoli risultati. Il genio architettonico italiano si sbizzarrì, perle come Littoria, Aprilia e Sabaudia sorsero nel pontino; Segezia, Incoronata e Porto Cesareo in Puglia; Mussolinia di Sardegna (oggi Arborea), Carbonia e Fertilia in Sardegna. Gli architetti dell’epoca misero le proprie conoscenze a disposizione del regime. Anche le pietre dovevano dare l’idea di tendere in quell’unica direzione tracciata. Per fare un esempio su tutti, si può prendere in esame il caso Aprilia. 117 kmq per un comune che avrebbe dovuto fare da cerniera tra l’Urbe e la nuova provincia di Littoria. L’assegnazione del progetto di Aprilia avvenne tramite un concorso nazionale, dal quale uscì vittorioso il gruppo 2PTS, composto dagli architetti Concezio Petrucci e Mario Tufaroli e dagli ingegneri Riccardo Silenzi ed Emanuele Filiberto Paolini. Quest’ultimi idearono una città che si sarebbe sviluppata intorno a due vie principali, intersecate quasi nel loro centro.

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Il centro di Aprilia

Quasi, perché il decumano sbalzato o a baionetta (via degli Aranci che prosegue come via dei Lauri) lascia lo spazio per la creazione della piazza dove in effetti inizia (o confluisce) il cardo, che altro non è, se non via degli Oleandri. E’ comunque sul  decumano a baionetta che i nostri progettisti posero maggiormente la loro attenzione, infatti è proprio in corrispondenza  dei suoi due tronconi principali che posizionarono la torre littoria e il campanile. L’una perpendicolare a via dei Lauri e l’altro rivolto verso via degli Aranci. Usiamo due aggettivi diversi per descrivere il posizionamento dei due edifici non a caso. La torre civica, di fatti, è perfettamente allineata con via dei Lauri, posta centralmente rispetto l’inizio del corso cittadino, svetta verso l’alto come un corpo unico, libera da altre strutture e altri edifici; il campanile, invece, grazie ad un gioco ottico derivante da una fila di finestrelle aperte sulla sinistra del suo corpo, sembra non allineato con via degli Aranci. Stretto, poi, tra la chiesa e il porticato di piazza Roma non ha una sua autonomia architettonica.

La torre ed il campanile di Aprilia

Come si può facilmente intendere, tutto questo non fu di certo deciso per calcoli strutturali o canoni di bellezza. Da sempre, tramite l’architettura si vuole trasmettere un messaggio, un’idea. Nel nostro caso, la supremazia del potere laico dello Stato su quello religioso della Chiesa. Sintomatiche di ciò furono le stesse parole di Mussolini il giorno dell’inaugurazione di Littoria:

Comunque io dico a questi contadini, a questi rurali che sono particolarmente vicini al mio spirito che essi non devono scoraggiarsi delle difficoltà che possono incontrare, devono guardare a questa torre che è un simbolo della potenza fascista, guardarla in tutti i momenti, perché convergendo a questa torre troveranno sempre un aiuto, un conforto e la giustizia

“E’ a questa torre” (quella littoria si capisce) che il rurale d’ora in poi dovrà guardare per ottenere aiuto, conforto e giustizia, non più al campanile. Insomma, ogni aspetto di questa guerra per la creazione di un’Italia nuova, proletaria e fascista direbbe l’agenzia De Stefani, fu intriso e caratterizzato dalla volontà del regime. Cosa rimane, ad oggi, di quest’embrione di Italia nuova? Poco a ben vedere. Le devastazioni della guerra, il cambio di regime e l’importazione dei modelli sociali d’oltre oceano minarono alle base l’idea antropologica che dava un senso spirituale ad un semplice decreto legge. L’agro pontino, le valli del comacchio e la piana di Sassu sono ancora asciutte e abitate dall’uomo, gli impianti per la sollevazione dell’acqua sono ancora gli stessi dell’epoca ma è l’uomo, contadino e “soldato”, che non esiste più. La vocazione agricola di questi territori ha lasciato spazio, attraverso i decenni, ad una selvaggia e sregolata industrializzazione, affievolitasi per via di politiche industriali inesistenti, ha lasciato spazio ad una desertificazione economica e morale. Al posto dei poderi e dei filari di Eucaliptus si sono estese immense città dormitorio. La macelleria sociale degli ultimi anni unita alla degradante e disumana esplosione del più becero settore terziario hanno completato l’opera, la nemesi dell’ “uomo nuovo” è servita. Nel bene e nel male, quella della bonifica integrale, rimane un’epopea tutta italiana. Una vicenda umana, politica e sociale in cui è possibile riscontrare tutte le incongruenze del nostro temperamento mediterraneo. Costruire con cura e amore per poi distruggere e disdegnare è purtroppo nel nostro Dna, fortunatamente, però, possiamo ancora fare i conti con le ombre del nostro passato, il riverbero del tramonto, del resto, ancora riflette sul marmo.