Vladislaus III Draculea (principe di Valacchia nel XV secolo) passò alla storia sia per la resistenza a oltranza contro l’incombente pericolo turco, che per i crudeli castighi che riservò ai propri prigionieri di guerra. Quattro secoli dopo, il suo nome restò associato al leggendario romanzo dello scrittore irlandese Bram Stoker. Il Dracula letterario non fu però più temibile di quello storico, il quale visse in un mondo estremamente convulso e caotico, ovverosia i Balcani centrali del ‘400.

La Valacchia, insieme alla Moldavia e alla Transilvania, formava la Ţara Românească, cioè l’odierna Romania, regione all’epoca sotto la protezione del Regno d’Ungheria, il quale si poneva alla testa di una vasta lega di enti politici antagonisti dell’Impero Ottomano in piena espansione. La Valacchia e i suoi due stati gemelli erano però pressati anche dai musulmani, i quali promettevano loro autogoverno e semi-indipendenza qualora avessero privato del loro aiuto gli ungheresi. Altra peculiarità precisa della regione riguardava gli eventuali pretendenti a diventare voivodi (cioè principi), giacché ogni singolo figlio, a prescindere dall’età, poteva reclamare il titolo. Tutto ciò rendeva gli aspiranti al trono, nessuno escluso, vittime di assilli e pressioni varie: un vero e proprio tutti contro tutti.

All’inizio degli anni ’30 del 1400 a regnare sulla regione era Alexander Aldea il quale, dopo la morte del predecessore Dan II, si era imposto sugli altri pretendenti reclamando per sé il trono vacante, mentre i turchi spingevano ai confini. Il Sacro Romano Imperatore e sovrano d’Ungheria, Sigismondo di Lussemburgo, aveva però altri piani per quel territorio. Egli desiderava stabilire sul trono della Valacchia Vlad II, detto Dracul (“drago” in ungherese) poiché appartenente all’Ordine del Drago dal 1431: tale circolo di nobili si poneva l’obiettivo di fermare l’espansione ottomana, difendere il cristianesimo dall’eresia e proteggere gli interessi della famiglia imperiale. Vlad II Dracul, che era padre di Vlad III Draculea (patronimico, letteralmente “figlio del drago”), passò gli anni seguenti a guerreggiare contro gli invasori turchi e contro Aldea, e infine divenne voivoda, dopo la morte naturale di quest’ultimo nel 1436.

Una volta giunto al potere, Vlad II si rivoltò contro gli ungheresi che avevano appoggiato la sua candidatura al trono; divenne chiaro che egli non era certamente affidabile, anzi, piuttosto opportunista e fautore di una politica che rendesse la Valacchia un bastione indipendente rispetto alle correnti che spingevano una volta verso l’Impero Ottomano, un’altra volta verso Sigismondo e l’Ungheria. Il reggente di quest’ultimo regno, il famoso condottiero ungherese Giovanni Hunyadi, invase la Valacchia tra il 1442 ed il 1443 per imporre sul trono voivodi più leali e affidabili; allo stesso tempo, il sultano Murad II tese un’imboscata a Vlad II catturandolo e obbligandolo a consegnare come ostaggi i suoi due figli più giovani, Vlad Draculea e Radu, detto “il bello”. In cambio, offrì truppe e aiuti per contrastare gli ungheresi.

Draculea rimase per tre anni presso la corte ottomana a Edirne, dove venne trattato in maniera eccellente da parte del sultano e di suo figlio Mehmet, il futuro conquistatore di Costantinopoli. Eppure, in seguito provò rancore verso di loro e verso ciò che rappresentavano. Nel frattempo suo padre aveva di nuovo cambiato fazione, rischiando di perdere i suoi figli: ciò causò una sommossa dei boiardi (cioè degli aristocratici) di Valacchia, alleati di Hunyadi, i quali nel 1447 assassinarono Vlad Dracul e accecarono e seppellirono vivo il fratello maggiore di Draculea e Radu, Mircea.

Vladislav II, appartenente alla stirpe dei Dănești, successe al trono di Valacchia con il beneplacito dell’Ungheria, soppiantando così i Drăculești. Fu in questa fase che Draculea intervenne bruscamente nella storia, seppur fosse ancora soltanto un sedicenne. Nel 1448, con l’aiuto degli Ottomani, egli tentò di detronizzare Vladislav, il quale riuscì comunque a resistere compiendo però un errore fatale: negli anni seguenti (a ridosso della caduta di Costantinopoli nel 1453) strinse accordi per estromettere gli ungheresi dalla regione con coloro che avevano appena tramato per sconfiggerlo, i turchi. Tale doppio gioco convinse l’Ungheria a lasciarlo alla mercé di Draculea, il quale lo sconfisse in battaglia nel 1456 e lo uccise in un duello personale.

Presa di Costantinopoli (1453)

Salito al trono di Valacchia col nome di Vlad III, approfittò del breve momento di pausa nel quale Hunyadi si preparava al peggio e l’Impero Ottomano si riprendeva dopo lo sforzo bellico di tre anni prima. Il nuovo voivoda impose come suoi consiglieri plebei e addirittura stranieri a cui affidare grandi incarichi politici, ma non aveva alcun intento progressista, bensì il semplice scopo di manovrare meglio le loro azioni, potendoli allontanare o giustiziare a suo piacimento, senza temere ritorsioni nobiliari.

Quanto a questi ultimi, i boiardi, vennero invitati in circa duecento a corte nella Pasqua del 1459; Draculea iniziò a fomentare le leggende e i racconti sulla sua persona già da allora, poiché fece giustiziare le donne e gli anziani e imprigionare gli uomini, da sfruttare per i lavori forzati. Decise successivamente di sostituirli con nuove élite, ad esempio i viteji, formati da proprietari terrieri che si erano distinti sul campo di battaglia. La fama sinistra del voivoda venne rinforzata dal trattamento che ebbe per vagabondi e mendicanti, i quali vennero invitati a un banchetto a palazzo, rinchiusi in una stanza e arsi vivi. Gli zingari, presenti in gran numero sul territorio, furono obbligati ad arruolarsi.

L’imposizione di nuovi tributi alle opulente città di fondazione sassone, numerose in Transilvania e sul confine con l’Ungheria e divenute ormai quasi delle città-stato, aveva l’obiettivo di venire in aiuto delle comunità rumene locali, quasi schiacciate tra due fuochi. Gli ungheresi, sostenendo la causa dei sassoni e temendo ulteriori ritorsioni da parte di Draculea (ritenuto ormai una scheggia impazzita) ricominciarono a tramare chiedendo aiuto a nuovi pretendenti al trono, appartenenti perlopiù alle stirpi dei Dănești e dei Besarabidi. La personale candidatura di Dan III fu spalleggiata dalla città sassone di Brasov; la ritorsione valacca non si fece attendere: i 30.000 abitanti della città furono letteralmente impalati, i soldati cenarono con i loro resti e la città fu rasa al suolo. Fu in quell’occasione che Draculea iniziò a essere chiamato tse’pesh o tepes, ovvero “l’impalatore”. Lui continuò in ogni caso a firmarsi con il nome Wladislaus Dragwlya.

Ritratto di Vlad Draculea (1466)

Un’altra casta che soffrì della furia di Vladislaus fu il clero cattolico, ma ciò non fu di grande interesse per la popolazione rumena, in gran parte ortodossa e da questo punto di vista acerrima nemica dei cattolicissimi ungheresi e sassoni. Importò invece a papa Pio IV, il quale inviò uomini in Valacchia per informarsi sulla veridicità delle storie che iniziavano a circolare nel resto d’Europa. Questi tornarono in Italia raccontando di circa 40.000 morti e di città come Sibiu, Amlas e Fagara completamente distrutte. La situazione non cambiò fino almeno al 1460.

Per ciò che concerne la politica estera, di certo Vlad non ci tenne particolarmente a ricambiare l’ospitalità turca durante il suo esilio forzato, piuttosto il contrario; secondo cronache bizantine, suo fratello Radu si era invece convertito all’Islam ed era addirittura diventato amante del sultano. Dalla fine degli anni ’50 in poi, ungheresi e rumeni decisero di far fronte comune contro il pericolo ottomano, pur tramando sottotraccia gli uni contro gli altri. Le campagne dell’impalatore contro i musulmani furono straordinariamente brutali, in linea comunque col modus bellandi avversario.

L’ingresso di Mehmet II a Costantinopoli (Benjamin-Constant, 1876)

Nel 1459, Mehmet II inviò un’ambasciata per reclamare un tributo di 10.000 ducati e 300 giovani da far diventare giannizzeri. La pacata risposta del voivoda fu inchiodare i turbanti alla testa dei messi, colpevoli di non aver fatto riverenza una volta entrati a palazzo. Nel 1461 i turchi decisero di chiedere un incontro per porre le basi di una tregua, ma in realtà avevano in mente un’imboscata e Vlad venne a saperlo. Devastò la Tracia e tutti i territori “europei” dell’Impero Ottomano fino al gennaio dell’anno seguente, quando inviò una lettera e svariate sacche ricolme a Mattia Corvino Hunyadi, raccontando di aver fatto tagliare 24.000 teste. I sacchi erano ovviamente pieni di orecchie e nasi mozzati, per dissipare ogni eventuale dubbio.

Nella primavera del 1462, colui che aveva passato anni della propria infanzia con Vlad e che nel frattempo era diventato sultano degli ottomani, appellato fatih (cioè “conquistatore”), ovvero Mehmet II, si era messo in testa di schiacciare una volta per tutte quello che stava diventando un incubo, specie per i soldati, tra i quali iniziavano a serpeggiare storie di un lontano re che amava impalare i propri nemici e banchettare con i loro resti. Il sultano attraversò il Danubio con 90.000 uomini e spinse verso la Valacchia, dove Vlad disponeva di soli 30.000 uomini, ma era più agguerrito che mai.

Iniziò a quel punto una lenta guerra di logoramento, fatta di imboscate, attacchi notturni, guerriglia e tattiche di terra bruciata per snervare l’esercito turco. Secondo la leggenda, sapendo il voivoda parlare fluentemente il turco, egli stesso pare si addentrasse con i suoi soldati negli accampamenti nemici seminando morte e svanendo prima delle luci dell’alba.

L’aspetto più terribile, tramandato dalle cronache dell’epoca, riguarda il fatto che Draculea avesse steso il contrario di un tappeto rosso sulla rotta obbligata tra boschi e montagne necessaria per giungere in Transilvania e Valacchia: circa 23.000 turchi impalati lungo la strada, compresi i loro familiari. Uno spettacolo davvero terrorizzante per i suoi nemici, che in quel momento si trovarono in difficoltà. Eppure questi ultimi riuscirono a vincere, complice la defezione dei boiardi valacchi i quali, pur ricoprendo ormai un ruolo marginale, avevano ricevuto da Radu “il bello”, fratello del voivoda e ormai completamente turchizzato, la promessa di riottenere i propri privilegi e onori una volta finito il regno di terrore di Vlad. Anche la popolazione romena era abbastanza stanca dei metodi sanguinari del principe; quanto all’Ungheria, Mattia Corvino era desideroso di giungere a un accordo col sultano. Egli catturò Vlad il 26 novembre del 1462, quando quest’ultimo, ormai in bancarotta, era giunto presso la sua corte per chiedere aiuto logistico e finanziario.

Da lì in avanti, in linea con la storia della Ţara Românească durante tutto l’arco del ‘400, gli eventi presero una piega turbinosa e convulsa. Draculea riuscì a liberarsi dopo poco tempo grazie all’intercessione di suo cugino, Stefano III di Moldavia. Corvino lo obbligò a sposarsi con la sua, di cugina, Ilona Szilàgyi, e a restare presso la sua corte per altri 10 anni. Nel frattempo, la Valacchia era in preda a intrighi e guerre tra gli occupanti ottomani e le popolazioni, esauste e deluse poiché passate da un tiranno all’altro. Il nuovo voivoda, Radu, il quale aveva mantenuto la sua promessa ai boiardi, venne poi cacciato da Stefano III, che però non fece tornare il trono in mano a Draculea bensì a Basarab Laiota, dei Besarabi. Quest’ultimo, non volendo essere un vassallo dei moldavi, richiamò i turchi ben contenti di poter rimettere le mani sulla regione. Corvino, scontento delle azioni di Laiota, liberò l’impalatore per riprendersi la Valacchia. Sembrò un nuovo inizio per il suo regno di terrore, ma i Basarabi cospirarono alle sue spalle e, con l’ennesimo intervento degli ottomani, lo fecero uccidere nel dicembre del 1476.

Non si sa come morì esattamente Vlad Tepes. Fu durante uno scontro con gli ottomani, e si crede che sia stato tradito da uno dei suoi uomini più fidati, turco d’origine, il quale fu pagato dal sultano per decapitarlo alle spalle. Secondo la tradizione, ricevette sepoltura presso la chiesa del monastero di Snagov. Nel 1933, l’archeologo Dinu V. Rosetti e lo storiografo George D. Florescu aprirono una tomba in quel luogo, nella quale si diceva fosse presente il corpo di Draculea. Trovarono una bara coperta da un panno purpureo e dorato e dentro apparve il cadavere di un uomo vestito di velluto e con il volto coperto di seta. Il corpo si decompose in pochissimi minuti. Questi due studiosi credettero di aver trovato la tomba del voivoda, pur avendo visto un corpo provvisto di testa; difatti, i turchi non decapitavano i nemici, piuttosto strappavano la pelle del volto e lo scalpo per riattaccarli su un sacco ripieno di cotone, a simulare il cranio. Fu forse ciò che ricevette come omaggio da Mehmet II, ed è possibile che per quel motivo il volto di Draculea fosse coperto. Resta comunque incertezza sulla veridicità del ritrovamento.

A livello storico e geopolitico, la regione dei Carpazi ebbe un’importanza strategica, politica ed economica enorme nel ‘400 europeo. Dalla Transilvania, ad esempio, venivano esportati a Norimberga i minerali necessari per rimpolpare la nascente industria delle armi da fuoco, in cambio di armi e tessuti. Come accennato in precedenza, in tutto questo movimento economico ricoprivano un ruolo fondamentale le città dove nel secolo XII erano stati spinti coloni tedeschi, specie sassoni.

La Valacchia, la Serbia e la Bosnia, inoltre, costituivano la muraglia difensiva del Regno d’Ungheria contro gli ottomani, che già da prima della conquista di Costantinopoli erano giunti fino in Bulgaria, a ridosso del Danubio. Se i passi tra Moldavia e Transilvania erano stretti e facilmente bloccabili, quelli tra Valacchia e Transilvania erano delle vere e proprie autostrade verso il cuore dell’Europa. Una volta attraversati, gli ottomani si sarebbero riversati sul continente come un fiume in piena. Ciò non avvenne, sia grazie alle gesta di condottieri come Vlad Tepes o Giorgio Castriota che a decisive vittorie, come quelle a Torvioli nel 1444, a Belgrado nel 1456 o quella del Campo del Pane nel 1479.

Assedio di Belgrado (1456)

Ciò che portò a compimento il voivoda impalatore fu tramandato nei secoli e divenne modello da seguire per altri sovrani europei. Fiòdor Kuritsyn fu l’ambasciatore di Ivan III il Grande, principe di Mosca, presso la corte ungherese tra il 1482 ed il 1485. Egli scrisse un manoscritto intitolato Povest’ o Drakule (“Cronaca di Draculea”), del quale vennero fatte ventidue copie da distribuire in tutto il continente; il ritrovamento di una di queste avvenne nel 1842, a San Pietroburgo. In essa erano contenuti 19 aneddoti riguardanti il governo di Vlad, osservati dall’autore in prima persona durante i suoi viaggi e trasformati in consigli da rivolgere al proprio sovrano a Mosca. Una sorta di Principe di Machiavelli dal retrogusto est-europeo. Uno dei suggerimenti, tra i tanti, era di fronteggiare i tartari dell’Orda d’Oro come Draculea aveva fronteggiato i turchi, cioè con estrema severità e rigore. L’importanza del testo fu tale che molti dei famigerati misfatti attribuiti allo zar Ivan IV il Terribile, vissuto circa 80 anni dopo, erano già stati imputati al sanguinario voivoda.

Bram Stoker, durante una vacanza a Whitby nello Yorkshire, scoprì il libro di William Wilkinson “Rapporto sui principati di Valacchia e Moldavia”, scritto nel 1820. Vi si parlava di Draculea, e in una nota a piè di pagina si spiegava che, in lingua ungherese dracul significa “drago”, mentre in valacco la parola sta per “demonio”. Svolgendo altre ricerche, Stoker ritrovò un poema dedicato all’impalatore nel 1463 dal tedesco Michel Beheim, in cui si parlava della “smoderata passione del principe Vlad per il sangue umano, tale da fargli prendere l’abitudine di sommergervi la mano”. Complice anche la mania letteraria per il vampirismo di tutto il diciannovesimo secolo europeo, lo scrittore seppe cogliervi a piene mani materiale per il suo indimenticabile romanzo e mettere a frutto la sua fervida fantasia.