4 giugno 1989, in Piazza Tienanmen, a Pechino, il canto della democrazia annega in un oceano di sangue acerbo. Gli studenti inondano le strade già dal 15 aprile, portando sul petto un testo nato a Parigi ventuno anni prima, Chacun de vous est concerné, leitmotiv del maggio francese della cantante Dominique Grange. Una fiera invettiva contro il potere efferato e il regime autoritario buono anche per i nipoti di Mao. La rivoluzione creativa del Sessantotto rigenera gli usi, i costumi e le ideologie dell’Occidente, seppur con risultati discutibili. La rivoluzione creativa cinese viene decapitata nei giorni dei suoi primi vagiti.

Cinque sono gli eventi che la consegnano alla storia: un funerale solenne; la battaglia senza esclusione di colpi; la tregua armata; il confronto decisivo; la carneficina inconcepibile. La riflessione dei cinque passaggi chiave della mancata emancipazione dei giovani della madre Cina può essere completata solo attraverso la lettura di altrettanti momenti poetici di Dove si ferma il mare, lirica di un cantore cinto d’alloro in piazza Tienanmen: Yang Lian.

Sopra il mare asfaltato

un uccello bianco come un fantasma

annusa la riva del faro

si ferma proprio a sinistra

dove incontrammo una morte accidentale.

Il 15 aprile 1989, il segretario generale del Partito Comunista della grande Muraglia, Hu Yaobang, viene stroncato da un arresto cardiocircolatorio. Al culmine del cordoglio per il leader rosso, centinaia di migliaia di gocce fanno traboccare il vaso millenario della dinastia Ming: studenti e intellettuali chiedono una nuova veste democratica al Partito, abbracciando l’escalation di eventi che aveva già rovesciato regimi comunisti in gran parte del globo, e che porterà alla caduta del muro di Berlino il 9 novembre del 1989.

Il 22 aprile, data delle esequie di Stato, la folla invade Piazza Tienanmen, con i suoi condottieri a chiedere a gran voce di poter incontrare il Primo Ministro del Governo cinese, Li Peng. Gli Stati Generali dell’esecutivo comunista e i mass media in seno alla maggioranza, ignorano seccamente la protesta, smacco che scatena lo sciopero generale degli studenti dell’Università di Pechino. Il nuovo segretario generale del Partito Comunista, Zhao Ziyang, propone ai suoi compagni politici un’opposizione non violenta nei confronti dei manifestati, non facendo i conti con le intenzioni del Primo Ministro, che sceglie senza ripensamenti la via della repressione, per scongiurare qualsiasi rischio di ingerenze di Paesi occidentali nel segno del modello americano.

Il 26 aprile, il «Quotidiano del Popolo» pubblica un editoriale di denuncia delle proteste firmato da Deng Xiaoping, capo della Commissione Militare, che accusa duramente gli studenti di preparare una cospirazione contro lo Stato e di aizzare la rivolta popolare. Il giorno dopo, una marea di civili affiancano gli universitari, portando la folla a salire a cinquantamila unità, che tingono di pacifica gioventù le strade di Pechino. Le autorità hanno il comando del Governo di reprimere le manifestazioni violentemente, ignorando la proposta di mediazione di Zhao, che di ritorno da una visita agli Stati Generali della Corea del Nord, si ritrova a prendere coscienza che il Paese si è trasformato in poco tempo in una bomba ad orologeria.

Deng Xiaoping

Il 4 maggio 1989 – settantennale delle proteste del Movimento antiimperialista del 4 maggio 1919, animato da studenti che invasero la piazza della capitale per protestare contro le sentenze del Trattato di Versailles –, oltre centomila tra studenti, docenti universitari, cittadini comuni e intellettuali marciano su Pechino, rivendicando una correttezza d’informazione dei media e un dialogo tra il comitato dei manifestanti e le autorità governative.

Il comitato diffonde le idee di una quinta modernizzazione possibile, ovvero il graduale progetto di rinnovamento strutturale della società cinese, che mira al progresso culturale e politico delle Istituzioni, che dovrebbero ispirarsi ai principi fondanti della democrazia di matrice ellenica e permettere il multipartitismo, smontando l’impianto monopolistico del Regime Comunista. L’attivista Wei Jingsheng scrive il manifesto programmatico del movimento, il cosiddetto dazibao, sul Muro della Democrazia, situato vicino alla fermata degli autobus a Xidan, luogo storico della gioventù democratica.

Gli universitari diffondono nell’opinione pubblica l’idea di una mancanza di confronto reale dei cittadini col potere dominante, che è accusato inoltre di instillare il nepotismo all’interno della macchina burocratica a favore dei parenti dei membri del Partito Comunista. Ai docenti vengono improvvisamente bloccati gli stipendi e le carceri ingrassano le proprie file a causa di numerosi prigionieri politici, ammanettati ogni giorno dal braccio armato del Governo. Gli studenti dell’Università di Pechino, il 16 maggio, scrivono una lettera aperta a tutto il popolo della Muraglia con la speranza che il Primo Ministro cominci ragionare in termini di pace. A partire da questa data gli attivisti inaugurano lo sciopero della fame:

In questo caldo mese di maggio, noi iniziamo lo sciopero della fame. Nei giorni migliori della giovinezza dobbiamo lasciare dietro di noi tutte le cose belle e buone e Dio solo sa quanto malvolentieri e con quanta riluttanza lo facciamo. Ma il nostro Paese è arrivato a un punto cruciale: il potere politico domina su tutto, i burocrati sono corrotti, molte brave persone con grandi ideali sono costrette all’esilio. È un momento di vita o di morte per la nazione. Tutti voi compatrioti, tutti voi che avete una coscienza, ascoltate le nostre grida. Questo paese è il nostro paese. Questa gente è la nostra gente. Questo governo è il nostro governo. Se non facciamo qualcosa, chi lo farà per noi? Benché le nostre spalle siano ancora giovani ed esili, e benché la morte sia per noi un fardello troppo pesante, noi andiamo. Dobbiamo andare. Perché la storia ce lo chiede […] Vorremmo rivolgere una preghiera a tutti i cittadini onesti, una preghiera a ogni operaio, contadino, soldato, cittadino comune, all’intellettuale, al funzionario di governo, al poliziotto e a tutti quelli che ci accusano di commettere crimini. Mettetevi una mano sul cuore, sulla coscienza. Quale sorta di crimine stiamo commettendo? Stiamo provocando un tumulto? Cerchiamo solo la verità ma veniamo picchiati dalla polizia. I rappresentanti degli studenti si sono messi in ginocchio per implorare “democrazia”. Ma sono stati totalmente ignorati. Le risposte alle richieste di un dialogo paritario sono state rinviate e ancora rinviate. Che altro dobbiamo fare? La democrazia è un ideale della vita umana, come la libertà e il diritto. Ora, per ottenerli, noi dobbiamo sacrificare le nostre giovani vite. È questo l’orgoglio della nazione cinese? Lo sciopero della fame è la scelta di chi non ha scelta. Stiamo combattendo per la vita con il coraggio di morire. Ma siamo ancora dei ragazzi. Madre Cina, per favore, guarda i tuoi figli e le tue figlie. Quando lo sciopero della fame rovina totalmente la loro giovinezza, quando la morte gli si avvicina, puoi rimanere indifferente?

Dazibao appesi all’università di Pechino

A questo punto entra in scena il segretario del Partito Comunista Sovietico, Michail Gorbačëv, che tra il 17 e il 19 maggio sbarca in Cina per sancire una riconciliazione storica dopo un ventennio di tensione diplomatica tra i due colossi della scena mondiale. Durante la visita del leader russo, le mobilitazioni dei manifestanti portarono a marciare sulla capitale centinaia di migliaia di cinesi, distribuendosi in maniera capillare per tutta la nazione. Alla fine di maggio, gli attivisti antigovernativi si uniscono ai comunisti dissidenti, innalzando nel cuore di Piazza Tienanmen una statua di polistirolo e cartapesta di dieci metri chiamata Dea della Democrazia, costruita dagli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Pechino e portata a contraltare dell’immagine di Mao Zedong. Siamo in un periodo di tregua armata tra protestanti democratici e Regime Comunista, una quiete prima della tempesta che il poeta di Piazza Tienanmen descrive così:

Acqua di mare, il falò di aghi di pino verde smeraldo

riscalda lo scheletro e mostra tutti i denti corrosi dalla ruggine

danza la punta aguzza del tempietto, viene mescolata a questa notte

pioggia tempestosa, lettura obbligatoria nella lezione della morte.

La fase del confronto decisivo parte con l’arresto e la condanna ai domiciliari a vita di Zhao Ziyang, l’unico esponente del Partito Comunista cinese che prende le difese dei protestanti e che tenta fino all’ultimo di evitare la loro morte. Deng Xiaoping, uomo di spicco del Regime, prende in mano le redini della battaglia: sceglie insieme ai saggi del Partito la via della repressione militare.

Nell’afosa notte del 19 maggio, illuminata da un pugno di stelle lacrimanti, viene promulgata dal Governo rosso la legge marziale verso i cospiratori. Zhao Ziyang non si dà per vinto e prova l’ultima strategia possibile: si presenta in Piazza all’aurora del 20 maggio, cercando di convincere gli attivisti a sospendere lo sciopero della fame e l’occupazione della capitale. In particolare, egli assicura una negoziazione con il Governo, che avrebbe finalmente tenuto conto delle loro idee sociopolitiche. L’ex leader del Partito Comunista diffonde un appello accorato che non porta i frutti sperati:

Studenti, siamo arrivati troppo tardi. Ci dispiace. Voi parlate di noi, ci criticate, tutto questo è necessario. La ragione per la quale sono venuto qui non è chiedervi di perdonarci. Tutto ciò che voglio dire è che voi studenti state diventando molto deboli, è il settimo giorno da quando avete iniziato lo sciopero della fame, non potete continuare così. Più il tempo andrà avanti, più vi danneggerà il corpo in modo irreparabile, potrebbe essere davvero pericoloso per la vostra vita. Adesso la cosa più importante è finire questo sciopero. Lo so, il vostro sciopero della fame mira alla speranza che il Partito e il Governo vi daranno una risposta soddisfacente […] Adesso la situazione è molto seria, lo sapete tutti, il Partito e la nazione sono molto nervosi, l’intera società è molto preoccupata. Inoltre, Pechino è la capitale, la situazione sta peggiorando sempre più dappertutto, questo non può continuare. Tutti gli studenti hanno una buona volontà, e voi siete il bene della nostra nazione, ma se questa situazione continua, perde il controllo, causerà serie conseguenze in molti posti.

In conclusione, ho solo un desiderio. Se fate finire lo sciopero della fame, il Governo non chiuderà la porta del dialogo, mai! Le domande che voi avete posto, possiamo continuare a discuterle […] Anche noi siamo stati giovani, abbiamo protestato, ci siamo stesi sui binari della ferrovia, non abbiamo mai pensato a cosa sarebbe successo nel futuro a quel tempo. Infine, prego gli studenti ancora una volta, pensate al futuro con calma. Ci sono molte cose che possono essere risolte. Spero che tutti voi smetterete lo sciopero della fame presto, grazie.

Zhao Ziyang

I manifestanti decidono di non demordere: è troppo forte la voglia di cambiamento radicale e la possibilità di un’agognata conquista del rispetto da parte di una classe dirigente che ha sempre celato, a loro detta, ogni singola verità al popolo. Il Presidente della Commissione Militare, Deng Xiaoping, dopo dodici giorni di autentica paralisi cittadina, rompe definitivamente gli indugi: la cupa notte del 3 giugno, groviglio di tenebre sul destino della gioventù cinese, l’esercito viaggia verso Piazza Tienanmen, crivellando di colpi tutti coloro che interdicono l’arrivo al quartier generale dei manifestanti. Il massacro è legittimato politicamente dalla votazione dei membri di una Commissione di saggi, che vede in particolare otto figure storiche del Partito Comunista cinese, conosciuti come gli otto immortali, difendere la linea repressiva di Deng e la salvaguardia dello status quo: Li Xiannian, Song Renqiong, Peng Zhen, Li Peng, Yang Shangkun, Bo Yibo, Wang Zhen.

La nefasta notte del 3 giugno il Governo ordina a tutti i cittadini il coprifuoco forzato. Le truppe dell’esercito marciano verso la piazza e arrivati nei pressi della stazione Muxidi si scontrano con una barricata di manifestanti, sparando sulla folla e freddando centinaia di civili. Parte un assedio militare che permette alle forze armate di distribuire diversi posti di blocco attorno la città, rincorrendo i civili e annichilendo il distretto universitario. Intorno le 22 l’esercito raggiunge Piazza Tienanmen e attende l’ultimo comando dal Governo. Intorno le 4 del mattino, i leader della folla manifestante votano per decidere le azioni da intraprendere. La maggior parte dei componenti della folla lascia la barricata, venendo scortata dai militari.

Durante l’alba del 4 giugno esplode la tragedia: l’ordine degenera totalmente: una serie di carri armati penetra all’interno della piazza, schiacciando file di manifestanti; in altre vie circostanti i soldati sparano alla schiena ad un gran numero di civili, che scappavano impauriti dopo il rompete le righe delle proteste.

Sul mare asfaltato c’è ancora un aratro spezzato

cent’anni col precipizio di una lapide

ridipingono i nostri nomi sul bordo del tavolo di roccia rossa.

Nei cimiteri cinesi i pini respirano così come crescono

ma il vento cambia tranquillo la direzione della giornata

l’aratro va avanti e indietro fino alla fine del campo

la vita semina i semi dei morti

la notte tutte le stelle viaggiano in un pozzo di giada.

Nelle ore cruente del 4 giugno e per tutti i giorni seguenti regna lo sgomento nell’intera Cina. I parenti delle vittime gridano giustizia, ma il Governo silenzia le accuse di massacro gratuito, mettendo sottochiave la questione, che ancora oggi genera smarrimento tra i civili. Il 5 giugno arriva il canto del cigno: un coraggioso giovane, ricordato dalle cronache storiche come il rivoltoso sconosciuto, si rende protagonista del gesto simbolo degli scontri della primavera cinese: si oppone al passaggio di un plotone di carri armati e sale su uno di essi con l’intento di parlare con i militari. La scena si concretizza nella strada di Chang’an, a pochi passi da piazza Tienanmen, sulla via della Città Proibita di Pechino. Il giovane si posiziona al centro della strada, cercando di interdire il passaggio di un carrarmato. A un certo punto grida ai militari:

Perché siete qui? La mia città è nel caos per colpa vostra! Arretrate, giratevi e smettetela di uccidere la mia gente! Andatevene!

Ad immortalare il suo dissenso è il fotografo Jeff Widener dell’Associated Press, che dal sesto piano di un hotel di Pechino, servendosi di un obiettivo da 400 mm, consegna al mondo uno scatto che fa cadere il velo del misticismo sui crimini del regime comunista.

Il giovane si fa portavoce di una carneficina che la Croce Rossa sintetizza con questi dati: oltre tremila morti e più di trentamila feriti. Ancora oggi, in Cina, parlare di tali martiri e delle loro semplici esistenze resta un tabù cocente. Il 4 giugno 1989 viene relegata dal Regime cinese come data da dimenticare, idea della quale si convince lentamente anche l’opinione pubblica. Il Governo della grande muraglia ignora che i morti di Stato non potranno mai essere seppelliti, vivendo nella coscienza dei giusti. Lo sa bene Yang Lian, il poeta di piazza Tienanmen, che ha capito Dove si ferma il mare, regalandogli un monumento perenne con versi sanguinanti:

Il mare lontano va in collera da solo

canti di uccelli inondano il cielo quasi non cantassero

leggi come se non avessi letto niente

c’è solo l’arte che scuote un pomeriggio e lo rende nero.