Siamo all’inizio del 1919, la prima guerra mondiale si è conclusa da poco e l’Italia, uscita vittoriosa dal conflitto ma economicamente a terra, fatica molto di più rispetto alle altre nazioni vincitrici a tornare alla situazione dell’anteguerra. Pochi anni prima, nel 1917, nella Russia zarista è scoppiata la rivoluzione d’ottobre che mette fine al regime reazionario di Nicola II e l’entusiasmo che ne deriva non impiega molto per raggiungere anche il Belpaese. Tutta l’Italia, in particolare quella centro-settentrionale, è attraversata da violenti scioperi e manifestazioni di piazza: la parola d’ordine dei marxisti e degli anarchici è “fare come in Russia” e con l’occupazione delle fabbriche per molti la tanto agognata o temuta rivoluzione proletaria è alle porte.

Nicola II

In questo clima infuocato a Dalmine l’azienda siderurgica Franchi-Gregorini, che durante la guerra aveva notevolmente aumentato il numero di operai, era una delle poche in cui l’Unione Sindacale Italiana, fondata dai sindacalisti rivoluzionari che avevano sostenuto l’intervento nel conflitto, aveva la maggioranza degli aderenti. Già poco dopo la disfatta di Caporetto, come descritto da Giovan Battista Pozzi – amico di Corridoni, sansepolcrista, distaccatosi dal fascismo dopo il 1920 e sostenitore della RSI nel 1943 – gli operai e gli impiegati raccolsero un premio di 5000 lire da consegnare al primo battaglione italiano che avesse rimesso piede nei territori occupati:

Non bisogna dimenticare che fu allora, fu dopo Caporetto, in quei giorni di pubblica calamità […] che gli Stabilimenti industriali italiani, trasformatisi tutti in officine per l’allestimento del materiale bellico, aprirono i loro pesanti cancelli alla irruzione di torrenti impetuosi di passione nazionale nuova nella storia a turbe di commossi uomini dalla parola alata, ai propagandisti della resistenza ad ogni costo, inviati in ogni dove perché portassero agli operai e ai contadini d’Italia il senso del mortale pericolo  che sull’Italia precombeva, e fu in quei giorni che gli operai si sentirono italiani e si incominciò ad avere comizi all’interno degli stabilimenti. Comizi di passione in cui il popolo lavoratore, semplice e buono, ascoltava commosso e in cui sentiva dirsi che bisognava vincere o morire e perciò resistere e perciò essere tutti supremamente concordi perché colpevoli tutti di essere italiani… E si prometteva, con ventate di caldi accenti, che la vittoria avrebbe schiuso un nuovo domani in cui tutti i lavoratori avrebbero benedetto il lavoro e preso parte in una libera patria, degnamente e fraternamente, al banchetto del lavoro, e si prometteva, loro altresì la loro fraterna ammissione, meritata e degna, nel sacrario privilegiato della gestione e dell’amministrazione delle fabbriche e delle terre.

Filippo Corridoni durante un comizio

A guerra finita la sezione della UIL di Dalmine, nata solo due anni prima, si era contraddistinta per le sue azioni e per l’estrema determinazione dei suoi dirigenti: nel dicembre del 1918 riuscirono a strappare alla direzione un accordo interno che prevedeva una “super-indennità caro-viveri di 10 lire al mese per ogni persona a carico dell’operaio nelle famiglie che sorpassano i tre membri” e fondarono una cooperativa di consumo che contava sin da subito 400 aderenti. Già un mese dopo però la fabbrica fu sconvolta da ingenti proteste operaie: i proprietari si rifiutarono con caparbietà di riconoscere altre rivendicazioni d’ordine economico presentata dalla UIL, che ebbe però quale prima preoccupazione quella di non interrompere il ritmo della produzione. Come raccontato da Eno Mecheri, osservatore dei fatti, Segretario Aggiunto ai Fasci italiani di combattimento di Genova e in seguito antifascista:

il lavoro dopo l’esito vittorioso della guerra antitedesca, s’era riconciliato alla Patria e che a nessuno doveva essere più permesso di far apparire le rivendicazioni del lavoro nei confronti del capitalismo come manifestazioni volte contro l’interesse della Nazione.

Il 23 febbraio i rappresentanti della UIL di Dalmine presentarono ai responsabili della Franchi-Gregorini un memoriale in cui venivano avanzate varie richieste:

1) Otto ore giornaliere di lavoro;

2) Sabato inglese;

3) Fissazione dei minimi e delle medie di paga;

4) Riconoscimento dell’organizzazione;

5) Settimana integrale;

6) Aumento di paga ad operai di alcuni reparti o specialità;

7) Ore straordinari pagate al 100 per cento;

8) Preferenze degli operai sui contadini nell’assumere personale;

9) Richiesta di parere operaio sui miglioramenti tecnici o comunque utili all’industria.

Il 12 marzo si tenne a Bergamo uno sciopero a cui parteciparono più di 2500 operai. Tra questi furono i 1500 della Franchi-Gregorini a minacciare una rappresaglia, cosa che soddisfò molto Nosengo, uno dei maggiori rappresentanti della UIL, anarcosindacalista formatosi sindacalmente a Parigi e a New York. Al comizio parlarono l’operaio della CGL Piccinini e l’operaio Spagnoli per la UIL: il tutto però si concluse con un nulla di fatto. Le trattative con gli industriali furono quindi decise per il 17 marzo, ma Nosengo, proponendo un vero e proprio ultimatum, decise di spostare la data limite per il 15 marzo per gli operai di Dalmine:

Dopo che cotesta spettabile Direzione ruppe le trattative iniziate colla commissione interna, nominata regolarmente e come d’abitudine dalla nostra organizzazione; dopo la minacciata punizione per una semplice astensione dal lavoro che (dichiarammo chiaramente ed in anticipo) non aveva nessun carattere di protesta o minaccia e per la quale nessun altro industriale credette utile minacciare rappresaglie; dopo la dimostrazione assoluta che la totalità degli operai segue ed approva la via tracciata dall’organizzazione nostra; dopo l’atteggiamento intransigente e quasi canzonatorio tenuto dal vice direttore signor Gandi; il nostro consiglio direttivo non vede più la possibilità di trattare, a meno che cotesta on. Direzione sia disposta ad accettare in linea di massima tutti i commi del nostro Memoriale. Fiduciosi attendiamo a tutto sabato 15 una risposta soddisfacente. La presente fu approvata all’unanimità nel comizio delle maestranze nel pomeriggio d’oggi.

Al termine della riunione nella quale si approvò l’ultimatum Nosengo disse chiaramente: “Domani non usciremo dallo stabilimento se non quando avremo risposta affermativa.” La direzione della Franchi-Gregorini dopo varie minacce e tentativi di mediazione propose di accettare lo stesso concordato dei metallurgici milanesi concedendo 48 ore lavorative. Insoddisfatti si procedette comunque con l’occupazione della fabbrica, così descritta da Nosengo:

Alle 5:30 [17.30 di sabato 15 marzo] avemmo la comunicazione che a partire da lunedì 17 si attuava l’orario del concordato di Milano; la squadra di notte entrava per riprendere  il lavoro; in un attimo corse la voce che nessuno sarebbe uscito dallo stabilimento; alle 5:50 [17:50] la squadra di vigilanza che aveva regolato il servizio d’uscita il mercoledì era alla porta per avvisare i compagni che quella sera non si usciva. […] alle 6:10 la bandiera del nostro sindacato sventolava sul pennone dello stabilimento, fatto con un tubo d’un sol pezzo, lungo 25 metri. Al vederla, gli operai mandarono un grido di gioia, gli impiegati dalle finestre battevano le mani.

Iniziava così la prima occupazione produttiva della storia d’Italia. L’organizzazione fu perfetta, vennero scelti operai specializzati che controllassero che il lavoro procedesse senza interruzioni, mentre squadre di vigilanti chiamate “arditi” vigilavano che nessuno tentasse di uscire o di compiere azioni che avrebbero gettato discredito sull’operazione. Alle ore 22 il lavoro procedeva magnificamente, un reparto forgiò lastre di lamiera con scritte in rosso, che poi vennero appese fuori lo stabilimento che recitavano: “Di lavor si vive e di lavor si muore” o “L’Italia è fatta: facciamo gli italiani” e “Tutte le ricchezze sono create dal lavoro, tutte le miserie riservate al lavoratore”.

31 Marzo 1908, posa della prima pietra dello stabilimento

All’una di notte un brigadiere dei carabinieri inviato dalla direzione della fabbrica chiese agli operai di uscire, al rifiuto fu chiesto a Nosengo di presentarsi in prefettura insieme alla commissione interna per conferire con il cavaliere Attilio Franchi e il direttore Gandini. Intanto alle sei e mezzo del mattino del 16 marzo fu deciso l’incontro con la prefettura, mentre fu vietata l’introduzione di alcolici e fu permesso ai parenti degli operai di entrare per portare da mangiare. L’incontro tra gli operai e i dirigenti, secondo la prefettura, si svolse in un clima tranquillo e la commissione operaia accettò favorevolmente le offerte dei dirigenti: cosa smentita dal fatto che l’occupazione continuò ininterrottamente. Davanti l’edificio occupato fu issato uno striscione inneggiante alla UIL mentre gli operai si posero l’obbiettivo di produrre in 44 ore più materiale di quanto se ne produca in 60 sotto la sorveglianza della dirigenza.  Non passò molto prima che i proprietari della fabbrica tagliassero la corrente.  Nonostante ciò il lavoro continuò per le mansioni che non ne necessitavano e Nosengo assunse la presidenza dell’azienda, mentre Antonio Croci, anch’egli sindacalista rivoluzionario, assunse la carica di direttore tecnico. L’ordine del giorno recitava:

Gli operai della ditta Franchi-Gregorini udita la relazione fatta dalla loro commissione interna, deliberano di iniziare il lavoro per conto proprio  per dimostrare la loro buona volontà e la predisposizione di agire non solo nell’interesse, ma  specialmente nell’interesse dell’industria italiana e pel bene del popolo tutto d’Italia; invitano le autorità competenti a ben ponderare sulle loro determinazioni giustificabilissime dopo la comunicazione del loro principale che vuol chiudere lo stabilimento per un puntiglio a noi inspiegabile; assicurano che si manterranno calmi, che rispetteranno il macchinario e tutto ciò che prenderanno in consegna per mettere alla prova la loro volontà di lavorare e vivere onestamente; declinano ogni responsabilità su quanto potrà accadere qualora venisse loro vietato il più sacro dei loro diritti, il diritto al lavoro; accettano il controllo di qualsiasi autorità pubblica o padronale; dichiarano che la durata di questo esperimento sarà di una settimana, a meno che non intervengano accordi per modificare la loro determinazione: passano alla nomina delle cariche per la buona riuscita del loro esperimento.

Lo stesso giorno Nosengo si reca nuovamente in prefettura, ma durante la sua assenza decine di carabinieri entrano nella fabbrica costringendo gli operai ad uscire arrestando gli organizzatori dello sciopero. Furono trattenuti per un giorno, mentre tutti gli operai del bergamasco, compresi quelli appartenenti alla CGL, minacciavano lo sciopero generale in caso di mancato rilascio. In seguito fu riorganizzato un incontro tra proprietari e sindacato: non si hanno molte fonti su cosa sia successo, ma si suppone che buona parte delle richieste furono accettate non essendoci state altre proteste.

I giornali ovviamente ebbero modo di trattare dell’occupazione di Dalmine: L’Avanti guardò con sospetto l’intera faccenda, guardando attentamente di non citare la UIL, mentre i giornali liberali bergamaschi come Il Popolo di Bergamo e quelli clericali come L’Eco di Bergamo parlarono di attentato bolscevico e instaurazione di un soviet all’interno della fabbrica invocando l’azione poliziesca. Solo il Popolo d’Italia fece un chiaro quadro della situazione, poiché Mussolini aveva già intuito la situazione dai giorni prima dello sciopero: l’unico giornalista presente per tutto il periodo dello sciopero a cui fu permesso di entrare nell’azienda fu Alfonso Vajana, ferroviere e cronista del Popolo d’Italia, sansepolcrista fondatore del fascio di Bergamo ed in seguito antifascista. Mussolini colse subito l’occasione di mettere in risalto lo sciopero di Dalmine e il 20 si recò in città accolto con entusiasmo dagli operai ai quali fece un infiammato discorso inneggiante ai lavoratori:

Voi vi siete messi sul terreno della classe ma non avete dimenticato la Nazione. Avete parlato di popolo italiano, non soltanto della vostra categoria di metallurgici. Per gli interessi immediati della vostra categoria voi potevate fare lo sciopero vecchio stile, lo sciopero negativo e distruttivo, ma pensando agli interessi del popolo.

In questo contesto tra la sua solita retorica roboante e qualche punzecchiatura al PSI conia l’espressione “sciopero creativo” che produce invece di disgregare: tre giorni dopo a Piazza Sansepolcro fonderà Fasci italiani di combattimento. Sebbene la maggioranza di chi prese parte allo sciopero di Dalmine dopo la svolta a destra del movimento fascista passerà all’antifascismo, i fatti di Dalmine furono ampliamente celebrati e propagandati durante il ventennio. Anche durante la Repubblica Sociale Angelo Tarchi, Ministro dell’economia corporativa, ne parlerà come perfetto esempio di socializzazione, prova ne è l’edificazione in periodo fascista di una fontana sovrastata da una grande lastra di marmo, ora non più presente, con sopra il discorso pronunciato da Mussolini.