«Prima che le proprietà delle cose fossero distinte, tutto era pubblico e comune. E bisogna pensare che i primi autori delle leggi abbiano riservato alla collettività, mantenendolo nella sua primitiva condizione, ciò che era necessario per la vita di tutti insieme»; disposizione utopicamente affascinante, eppure le fertili pianure che Guy Coquille descriveva secondo tali termini, non si collocavano in un passato edenico, né erano quelle che il sol dell’avvenire avrebbe illuminato un giorno. Guy Coquille (1523-1603) fu infatti un giurista di epoca rinascimentale. Diritti collettivi, comunità e beni comuni, rappresentavano allora la vita concreta delle campagne francesi; è ad essa che Coquille faceva riferimento.

Nemmeno l’organizzazione sociale comunitaria riguardava anticamente le sole terre dei franchi, costituendo piuttosto un carattere europeo; per quanto, proprio tra Loira e Reno, il sistema agrario dei campi aperti e allungati, (inoltrantesi nell’Europa continentale, verso la Germania, la Polonia, la Russia, nonché oltre Manica), ne rappresentasse un’espressione particolarmente coerente.

Più che a tratti intrinseci tuttavia, i campi aperti e allungati della Francia nord-orientale debbono la propria fama esemplare, allo sguardo penetrante di Marc Bloc (1886-1944), il cui studio sui Caratteri originali della storia rurale francese (1931), contribuì non poco a manifestare l’ispiratore della rivoluzione storiografica delle «Annales», quale uno tra i più grandi storici di ogni tempo; tragicamente donatosi fino all’estremo sacrificio, per la causa della resistenza francese contro l’occupazione nazista.    

Guy Coquille

Secondo l’ipotesi di Bloc i primi solchi, antenati del sistema agrario dei campi aperti e allungati, sarebbero stati tracciati addirittura nel Neolitico, quando l’agricoltura giunse in Europa, millenni avanti le epoche storiche, emergendo solo molto lentamente alle fonti scritte, nel Medioevo e quindi in età moderna. Certo, almeno in epoca medievale, tale paesaggio rurale si associava ad una tipologia di insediamento accentrato. La comunità contadina viveva prevalentemente entro paesi di una certa consistenza, racchiudendo la chiesa nella quale si riuniva per decidere e circondata dai propri jardin, ovvero da orti e frutteti recintati; oltre c’erano i campi.

I campi avevano la forma di sottili strisce di terra assai più estese in lunghezza che in larghezza; un certo numero di queste esili strisce andava quindi a formare un quartiere, il quale a sua volta, con altri quartieri, faceva parte di un suolo. La rotazione delle colture era quella triennale, secondo la quale si susseguivano i grani di semina invernale, i grani primaverili ed infine il maggese, ovvero l’anno di riposo. I contadini mediamente fortunati possedevano quindi molte piccole strisce coltivabili, disperse tra i vari suoli.

Frammentazione e dispersione tuttavia, oltre ad assicurare contro eventuali calamità che colpissero soltanto una parte del territorio, imponevano, al fine di svolgere agevolmente i lavori agricoli, che: quanto meno a livello di quartiere, tutti i proprietari seguissero il medesimo ritmo nella rotazione delle colture (rotazione coatta) e si risolvessero ad arare, seminare e mietere, a partire dalla medesima data, indicata dalla tradizione o stabilita dalla comunità.

Strettamente legato alla qualità del suolo ed alla topografia dei campi era poi l’utilizzo del pesante aratro a ruote; esso suggeriva di allungare i solchi per evitare il più possibile la difficoltà di invertire la direzione. Fu pertanto un attrezzo agricolo a determinare la stretta coesione sociale di queste terre? Bloch risponde negativamente. Il tipo di aratro imponeva campi lunghi, non stretti ed anche quando, nel periodo dei grandi dissodamenti (1050-1300), nuovi villaggi sorsero e nuove terre furono coltivate per la prima volta, le si suddivise nelle consuete strisce, strette ed allungate: ogni consuetudine agraria è prima di tutto l’espressione di una condizione spirituale, non della tecnica.          

Al momento del raccolto, la lunga falce avrebbe potuto rappresentare lo strumento più rapido e meno faticoso per mietere ma gli obblighi comunitari superavano l’aratura. Nei campi si imponeva l’utilizzo del falcetto, perché soltanto la spiga spettava al proprietario, lo stelo andava lasciato a terra.

Secondo il diritto generale della Francia [nord-orientale] i beni sono custoditi e protetti solo quando i frutti sono sulla pianta; dal momento in cui vengono portati via la terra ridiventa, per una sorta di diritto delle genti, proprietà di tutti, dei ricchi come dei poveri,

scrisse, ancora in piena età moderna, Eusèbe Laurière (1659-1728), giureconsulto al tempo del Re Sole.

Dopo il falcetto era quindi la volta della spigolatura; la raccolta di spighe e chicchi, eventualmente rimasti a terra, a seconda degli usi locali poteva spettare ai poveri, alle donne o a chiunque lo desiderasse, prescindendo dalle proprietà del suolo. Similmente, esulava da ogni confine l’éteule, il diritto di raccogliere le stoppie, utili per i tetti e per le stalle, tutti i membri della comunità ne fruivano; il rimanente avrebbe sostentato le greggi.

Nessuna barriera fisica impediva infatti il pascolo delle bestie. La tradizione avrebbe permesso di recintare un campo qualora si fosse voluto trasformarlo in un frutteto o in una qualche cultura particolare ma tanto la scarsa superficie delle parcelle, tanto la pressione sociale e la difficoltà di ottenere un riconoscimento giuridico della chiusura, scoraggiavano dall’erigere ripari. Dal XIII secolo, decadde anche l’uso di scavare fossetti o piantare qualche palo che potesse ergersi dalla semina al raccolto, i contadini si affidarono quasi esclusivamente a confini intangibili.       

L’agricoltura medievale incontrò ovunque una notevole difficoltà nel nutrire gli animali. Potendo fidare poco negli scambi per quanto riguardava il sostentamento vitale, i grani occupavano la più parte del suolo. I prati, riservati alle colture foraggere, erano rari e di conseguenza il letame scarso. Nell’area dei campi aperti e allungati anche l’estensione dei terreni comunali era limitata, pertanto le comunità mantenevano le proprie bestie, soprattutto grazie alla vaine pâture, il pascolo vano.

Raccolte le stoppie, gli animali venivano riuniti nel gregge comune e condotti a pascolare sui campi sgombri dalle messi, senza riguardo per i confini tra i differenti coltivatori ma anche sopra i rari prati, i quali, dopo il primo raccolto annuale che spettava esclusivamente al proprietario, rientravano nella disponibilità comune perché i secondi fieni venissero raccolti e divisi tra tutti, venduti collettivamente o lasciati in loco per il gregge.

La quantità di capi che ogni abitante poteva aggregare al gregge comune doveva tuttavia risultare proporzionale all’estensione delle sue terre; sebbene anche chi non avesse terra propria, potesse comunque aggregare qualche capo, altrimenti impossibile da mantenere. Più di tutti beneficiava del pascolo vano, il signore del luogo, proprietario di un gran numero di animali che spesso aveva il diritto di raccogliere in un suo gregge particolare, distinto da quello dei contadini.  

E neanche le greggi rispettavano i confini tra villaggi, assai usuali i diritti del parcour, o pascolo promiscuo; quasi sempre a titolo reciproco le comunità conducevano i propri animali l’una sulle terre dell’altra.

Il sistema dei campi aperti

La partecipazione non egualitaria ai benefici del gregge comune rifletteva pertanto antichi ordini sociali. Il signore precedeva i contadini, i quali a loro volta si distinguevano tra laboureur e braccianti; quest’ultima differenza aveva carattere economico: i laboureur possedevano l’aratro e gli animali adatti a muoverlo, spesso ma non sempre, potendo ricorrere agli affitti, anche più terra; i braccianti invece, per coltivare le poche strisce di suolo che occupavano, dovevano affittare l’aratro altrui, nonché lavorare a giornata sugli altrui campi. La distinzione tra laboureur e braccianti emerge con chiarezza già nel XIII secolo, se pure doveva essere assai più remota.  

Quasi tutti coloro che, poca o molta, avevano della terra da coltivare, non erano tuttavia proprietari in senso pieno, “contemporaneo”, ma discendevano da antichi tenacier (concessionari). Al tramonto dell’Impero Romano, estinguendosi l’economia schiavistica antica, la proprietà terriera (gallo-romana o franca) era andata organizzandosi secondo un modello che distingueva una pars dominica, gestita direttamente da un grande proprietario/signore e una pars massaricia, suddivisa a sua volta in tenure affidate a tenacier, concessionari di condizione libera o schiavi. In cambio della terra da coltivare, il tenacier (con la sua famiglia) assumeva il dovere di corrispondere un canone fisso al signore, in natura o in denaro ma soprattutto di prestare la propria opera come coltivatore anche sulla pars dominica, l’obbligo delle corvée. La prima unità agraria affidata al tenacier fu il mansus, (nell’area di nostro interesse comprendeva non poche strisce di terra), la cui antichità sfugge all’indagine degli storici ma che già in frammentazione nel VI secolo, risultava completamente superato nel XII, quando l’oggetto delle concessioni aveva finito per coincidere con la singola parcella.

Regnanti ancora i Carolingi, superata dal declino demografico, la distinzione tra liberi e schiavi andò perduta; le tenure assunsero la forma di concessioni perpetue, trasmesse automaticamente agli eredi, morendo il precedente tenacier. Il signore era infatti assai interessato a mantenere i pochi contadini disponibili sopra le sue terre, giungendo, dal IX secolo, a suddividere in tenure anche la pars dominica che spesso divenne ristrettissima; di conseguenza le corvée quasi si estinsero. Il signore rimase capo e giudice ma perse importanza dal punto di vista economico, contentandosi di riscuotere le rendite.

Molto rari erano infine i contadini che possedevano in allodio, ovvero secondo una forma di proprietà proprietà libera da vincoli signorili; sulle terre di costoro permanevano esclusivamente i diritti del re di Francia e gli obblighi verso la comunità.

I canoni riscossi dal signore quasi sempre erano fissi, di contro il fenomeno europeo della svalutazione monetaria ebbe durata secolare e fu assai lento. Soltanto a partire dal XV secolo i signori si resero conto della crisi che minacciava la loro classe; per molti fu troppo tardi. Nobili di antica stirpe, restii a mutare il proprio stile di vita, si indebitarono, ipotecarono le terre avite, per trovarsi infine costretti a vendere, terre, castelli e diritti; quasi sempre fu un borghese, proveniente dai traffici commerciali o dalla carriera negli uffici, a rilevarli. Il mutamento di élite non era destinato a rimanere inoperoso, tale conquista borghese avrebbe rappresentato piuttosto,

l’avvenimento più denso di conseguenze della storia sociale di Francia, e in particolare della sua storia rurale.

Così, questa prima mentalità capitalistica introdottasi nelle campagne, cambiò anche il modo di amministrare i beni.

In Inghilterra, Germania e nell’est europeo, i signori furono abbastanza forti da tornare alla conduzione diretta, togliendo la terra ai contadini. In Francia, la riscoperta del diritto romano già dal Duecento aveva sfidato gli uomini di legge ad applicare la nozione di proprietà quiritaria alla realtà medievale, ovvero a stabilire se il proprietario dei campi fosse il signore, qualcuno tra i signori del signore, o il tenacier; la dottrina prevalente indicò quest’ultimo.

I proprietari borghesi, assieme ai vecchi nobili che erano riusciti ad adeguarsi alle nuove strutture economiche, affinarono le tecniche di amministrazione, ricercarono negli archivi antichi canoni e diritti caduti in disuso, incamerarono le tenure rimaste vacanti a causa delle guerre o per l’estinzione della famiglia contadina. Qualcuno omise di richiedere i canoni per decenni, salvo tentare di rifarsi dell’intera cifra accumulata, prima che intervenisse la prescrizione e quando era ormai cresciuta troppo perché il tenacier potesse farvi fronte.

La più parte dei ricchi proprietari tuttavia procedette banalmente per la via degli acquisti. Le guerre che travagliarono il Seicento con il conseguente immiserimento, l’accresciuta fiscalità regia ed ancor più una nuova economia che, abilità inconsueta tra i contadini, chiedeva di immagazzinare i grani in attesa di un momento sufficientemente profittevole per le vendite, costrinsero molti a vendere i propri campi o almeno una parte di essi; al contempo chi investiva ora sulla terra, la faceva coltivare da salariati o la affittava per brevi periodi. Tenure perpetue non furono più concesse; lontani i tempi seguiti alla Guerra dei Cent’Anni (1337-1453), quando i vecchi signori, una volta reincamerati i molti terreni resisi vacanti, li avevano semplicemente affidati a dei nuovi tenacier, troppo costoso assumere dei salariati. Anche l’incremento demografico e conseguentemente della manodopera disponibile, favoriva il ricostituirsi di ampi patrimoni fondiari.

Ad agitare le ambizioni della grande proprietà c’erano infine i terreni comunali, comunia in epoca franca, sui quali vertevano i diritti, sia del signore, sia della comunità. In molti villaggi dell’occidente bretone, essi coprivano la maggior parte della terra, tanto che quest’area, definita dei campi cintati, quasi non conobbe la vaine pâture; lì i comunia erano sufficienti a sostenere gli animali di tutti. Per molto tempo, prevalendo una mentalità che riteneva l’erba, le acque e la terra incolta, non passibili di essere possedute, fu la consuetudine a normare l’impiego di questi beni che paradossalmente, secondo gli Usatges (1070), messi per iscritto a Barcellona ma validi in tutta l’area pirenaica, i signori possedevano perché in ogni momento il popolo ne potesse usufruire.

Durante l’età dei grandi dissodamenti queste terre comuni subirono una cera erosione ma soltanto con l’Età Moderna e la sua nuova classe signorile, si andò verso una grave crisi, di dimensioni europee. I signori o semplicemente i ricchi, usurparono i beni comuni, riuscendo talvolta ad ottenere un riconoscimento giuridico del maltolto, oppure ne chiesero la spartizione tra gli abitanti della comunità, ricavandone fino a un terzo. Infine, la stessa congiuntura economica che portava i contadini a cedere le tenure, tentava i villaggi a vendere i propri terreni comunali, per fronteggiare il debito fiscale accumulantesi, a costo di dover indennizzare anche il signore per la perdita della sua parte.

I contadini non si limitarono a subire passivamente i mutamenti in corso. Memore dell’antica tenure, la comunità attendeva che anche le concessioni in affitto venissero rinnovate, quando ciò non si dava, poteva accadere che nessuno accettasse di subentrare ed il terreno rimanesse incolto; almeno fino a quando il proprietario non fosse riuscito ad attrarre qualche improvvido straniero, disposto a rischiare la vita. Altre volte, la violenza colpiva nottetempo le sempre più frequenti recinzioni, considerate illegittime ed erette per sbarrare il passo al gregge comune.

Usatges

A differenza che in Inghilterra, dove la crisi dell’assolutismo non permise alla monarchia di frenare le enclosures; in Francia gli intendenti regi tentarono di intervenire per proteggere il benessere delle comunità o piuttosto la loro capacità di rispondere al fisco. Nel 1560 con l’ordinanza di Orléans, il re privò i tribunali signorili del giudizio sovrano sui beni delle comunità; interventi generali e locali proibirono nuove vendite di comunia, annullarono quelle più recenti, avviarono la ricerca dei diritti usurpati.

Soltanto dalla metà del Settecento, con la temperie illuminista, i pubblici poteri mutarono orientamento. Spinta dalla riflessione intellettuale degli agronomi, espressione della classe dei maggiori proprietari, la rivoluzione agraria andava scardinando equilibri secolari per muovere in direzione dell’agricoltura contemporanea.

Le nuove idee sostenevano la pienezza della proprietà privata contro usi civici e diritti signorili, la libertà di recintare i campi e l’estensione delle culture foraggere, al fine di sostenere l’allevamento, incrementare la produzione di letame e negare il riposo alla terra, tramite la concimazione sistematica. Grazie alla rivoluzione agraria, le rese dei campi conobbero un’ascesa produttiva fenomenale, raggiungendo anche il 100% rispetto all’agricoltura più antica e permettendo l’urbanesimo del XIX secolo.

Perché ciò si realizzasse, occorse una lunga serie di interventi legislativi che dovevano poi trovare applicazione, o perdersi, nel contraddittorio pulviscolo di magistrati e tribunali dell’ancien régime; i comunia cedettero dopo una lenta erosione, più che a seguito di una riforma organica. A tale processo Bloch ha dedicato numerosi saggi (La fine della comunità e la nascita dell’individualismo agrario nella Francia del XVIII secolo, ne è la raccolta edita), ricostruendo il tentativo di favorire le recinzioni, abolire il pascolo promiscuo, la vaine pâture, la rotazione coatta, riservare al proprietario anche il secondo fieno, privatizzare i terreni comuni.

I contadini, Pieter Bruegel – 1565

Sebbene mai unanime, divisa tra braccianti e laboureur, appoggiata dai signori solo avvolte, la massa contadina si oppose alla riforma, specialmente nelle regioni di campi aperti e allungati, dove lo spirito comunitario era più profondo.

Riformatori moderati come il ministro Henri Bertin (1720-1792) furono consapevoli della problematica sociale che andavano causando, indecisi tra il benessere di una parte sofferente dell’umanità e il più grande vantaggio dell’agricoltura; altri paragonarono la barbarie degli usi tradizionali, avversi ai diritti dell’individuo, a quella delle oscure cattedrali gotiche medievali. Certo, come forse intuiva Bertin, la logica della produttività trionfò solo avverando l’eterna tragedia delle conquiste umane; perché i più audaci non indietreggiavano.. volevano il progresso e accettavano che facesse qualche vittima.. tutt’altro che ostili a un sistema economico che ponesse il proletariato più strettamente che in passato alle dipendenze dei grandi produttori (Marc Bloc, I caratteri originali della storia rurale francese). Molti riformatori giungevano del resto a considerare la miseria, quale meritata figlia della pigrizia o architettavano di vietare la spigolatura ed abolire i comunia, per “convincere” i braccianti ad offrire più generosamente il proprio lavoro sui campi altrui.

A dire il vero, una disumanità così spietata avrebbe ripugnato alle anime sensibili; ma costoro trovavano il modo di cofortarsi con lo stupendo ottimismo che l’economia dominante, stretta parente del dottor Pangloss, doveva lasciare in eredità alla scuola «classica» [il liberalismo] del secolo successivo (Marc Bloc, I caratteri originali della storia rurale francese); dell’aumento produttivo e conseguentemente della ricchezza dei ricchi, anche i poveri avrebbero dovuto beneficiare.

La seminatrice di Jethro Tull (1701)

La mano invisibile dispose altrimenti. Con la Rivoluzione Francese, in molti luoghi le masse rurali tentarono di tornare ai sistemi comunitari tradizionali. Senza attendere le decisioni di Parigi, i contadini ricorsero alla violenza ed abbatterono i recinti. L’abolizione rivoluzionaria dei diritti signorili tuttavia, se quattrocento anni innanzi avrebbe reso proprietari una miriade di piccoli tenacier, sancì nel 1789 una coesistenza di proprietà grande e piccola.

Laboureur e braccianti non rappresentavano certo la classe dirigente della Rivoluzione, composta al contrario da borghesi devoti alla proprietà provata. Così i governi rivoluzionari, per giunta liberi dai litigiosi tribunali, parlamenti, signori ed intendenti dell’antico regime, continuarono gradualmente a promuovere l’individualismo agrario.

Specialmente in quelle zone ove lo spirito comunitario era più forte, anche braccianti e laboureur poterono acquistare parte delle terre espropriate al clero, ai nobili fuggitivi, ritagliate dai terreni comunali ma nel complesso, la scomparsa delle servitù collettive rappresentò per il proletariato delle campagne un disastro dal quale non si è più risollevato; causa non ultima dell’inarrestabile esodo verso l’avvenire, nelle nascenti città industriali moderne.