Da oggi, fino alla fine del mondo, noi che siamo qui verremo ricordati. Noi pochi fortunati, noi banda di fratelli. Perché colui che oggi è con me e versa il suo sangue sul campo, colui è mio fratello” (Enrico V) 

Currahee! Tutto iniziò con questa semplice parola in lingua cherokee, un popolo nativo americano del Nord, che in italiano si può tradurre con ‘stiamo da soli’. Può sembrare un’esclamazione priva di significato ma l’apparenza inganna perché essa, prima di essere una collina alta e larga dove si svolsero gran parte delle esercitazioni militari, divenne il motto intorno a cui ruotarono per due anni non solo le vicende e le missioni dei ragazzi di quella che fu la Compagnia Easy della 101ª Divisione aviotrasportata ma anche l’amicizia, la fratellanza e il rapporto mistico che si creò tra loro nell’ora più buia del mondo.

Steven Spielberg e Tom Hanks, con la partecipazione della rete HBO ed ispirandosi al bel libro di Stephen Ambrose, Banda di Fratelli, hanno minuziosamente ricostruito la storia di questi uomini attraverso un miniserie TV a puntate, Band of Brothers – Fratelli al fronte, vincitrice di ben 6 Emmy Awards, il più importante premio televisivo a livello internazionale, di un Golden Globe come miglior mini-serie o film (2002) per la televisione e di un American Film Institute.

Dal duro ed estenuante addestramento eseguito a Camp Toccoa, in Georgia, sotto gli ordini dell’odiato Sobel (David Schwimmer), bravo a plasmare la compagnia ma non altrettanto a comandare gli uomini in battaglia, fino alla conquista del Kehlsteinhaus, il Nido delle Aquile, chalet personale di Adolf Hilter; dall’assedio di Carentan alla fallimentare Operazione Market-Garden voluta dal generale Montgomery, passando per il freddo patito nella foresta delle Ardenne durante l’assedio di Bastogne e la scoperta del campo di concentramento di Dachau-Landsberg.

Tuttavia, l’aspetto di maggior interesse di queste produzione è la perfetta ricostruzione storica orchestrata dai due registi, tanto fedeli nei dettagli quanto nelle testimonianze dirette dei protagonisti che precedono l’inizio di ogni episodio. Le parole intrise di commozione e nostalgia che permeano i racconti del sodato di prima classe Edward Heffron, deceduto qualche mese fa, del  tiratore scelto Darrell ‘Shifty’ Powers, del sergente Carwood Lipton (interpretato da Donnie Wahlberg, fratello del Mark di Max Payne) e degli stessi Malarkey, Guarnere e Winters hanno costituito la base della pellicola, attraverso cui si è creata una sorta di empatia tra lo spettatore e i protagonisti, ai cui viene dedicato un episodio che testimonia il legame profondo che unisce questi uomini. Risulta ricca di pathos la storia di Albert Blithe (Marc Warren), timoroso soldato ferito alla gola durante un assalto ad un casale ed insignito della Purple Hearth, così come quelle di Buck Compton (Neal McDonough), il quale esce di senno poiché assiste inerme alla scena in cui due amici vengono mutilati, e David Webster (Eion Bailey) che, a causa di una ferita riportata in Olanda, rientra in Compagnia soltanto nelle battute finali del conflitto, manifestando la propria tristezza nel non ritrovare i soldati con i quali aveva condiviso il D-Day; personalità schiva, il giovane Webster proverà a riprendersi dallo shock della guerra scrivendo un libro sugli squali ma la sua estraneità con il mondo circostante e gli orrori visti sul fronte occidentale lo porteranno ad avventurarsi da solo nell’Oceano Pacifico facendo perdere le sue tracce.

Il protagonista Richard Winters (interpretato da Damian Lewis) lo spavaldo Joseph Liebgott, il medico Eugene Roe, l’estroverso Floyd Talbert, il capitano Luis Nixon, amico e confidente di Winters, l’eccentrico Bill Guarnere, uno dei pochi ancora vivi, George Luz e Ronald Spears (Matthew Settle), storico comandante della Compagnia sono solo alcuni dei nomi ricorrenti nel corso della pellicola, storie di uomini che si intrecciano a filo doppio con le vicende della guerra. Intensi rapporti di amicizia sviluppatisi in fretta e spezzati altrettanto rapidamente a causa di un cecchino, di una mina, o di un colpo di mortaio, come nel caso di Alex Penkala e Warren ‘Skip’ Muck (interpretati rispettivamente da Tim Matthews e Richard Speight) dilaniati da un’esplosione sotto gli occhi del loro migliore amico, il sergente Donald Malarkey, ancora in vita per poter raccontare questo infelice aneddoto, mentre si trovavano in una trincea alle porte delle cittadina belga di Foy.

Quando il 2 Settembre del 1945 l’imperatore Hiroito annunciò la resa ufficiale del Giappone a bordo della nave da guerra Missouri nella Baia di Tokyo, gli uomini della 101ª festeggiarono con una partita di baseball, il canto del cigno di una banda di fratelli che non saranno mai più cosi uniti. Postini, imprenditori, scrittori, tassisti, tutti gli uomini della Compagnia tornarono a casa e cercarono di reinserirsi in una società dilaniata dal conflitto, cercando di rifarsi una vita e guardando al futuro. Tuttavia, il messaggio che la coppia Spielberg – Hanks vuole trasmettere allo spettatore ormai inebriato dal pathos della serie e che si unisce alla storia di Webster, si riassume nell’emblematica frase di Damian Lewis che chiude il decimo e ultimo episodio: ‘Non passa giorno senza che io almeno una volta non pensi agli uomini con cui io ho combattuto e che non si sono più potuti godere il mondo senza la guerra’. 

Currahee, tre miglia su e tre miglia giù! Dove tutto è cominciato. Soldati, paracadutisti, compagni, amici, semplicemente eroi, una parola che non conosce il singolare.

FP