Diritto del sangue, diritto del suolo, cittadini di pieno diritto dopo un ciclo scolastico ovvero a seguito dell’espletamento di un servizio militare o civile: comunque la si consegua, la cittadinanza è uno status che attribuisce diritti ed obblighi nei confronti di una collettività nazionale. Occorre fare chiarezza su un tema così delicato per il futuro di un Paese; anche in questo caso, tuttavia, il dibattito politico è inquinato dalle logiche degli “opposti schieramenti” e non vi è modo di sperare che possa aprirsi una discussione serena e proficua sui mass media e nelle aule parlamentari. Una questione di tal sorta è opportuno che venga inquadrata risalendo dapprima alle origini della civiltà italica ed europea, per evidenziare successivamente le differenze con il tempo presente e trarne le adeguate conclusioni.

In proposito, è conveniente rilevare che gli antichi greci, abitanti l’universo delle pòleis, furono estremamente restii a concedere la cittadinanza agli stranieri dimoranti nel territorio comunale, mentre il punto di forza della romanità fu la capacità di integrare i nuovi venuti nella condizione di cittadini e di “aggregare” popoli e comunità dissimili in un orizzonte politico più ampio – l’impero – che superasse le barriere particolaristiche. Se l’uomo greco finirà per disciogliersi nel vasto dominio acquisito da Alessandro Magno, nell’incapacità di superare il proprio individualismo culturale e politico, Roma creò quello che è stato definito un impero di città.

La concezione latina di natio, infatti, differì profondamente da quella greca di ethnos – quest’ultima più affine al sentimento di stirpe e al legame di fratellanza di sangue tipico dei popoli germanici che apparvero sul teatro della storia nella tarda antichità. Non vi è esclusivismo etnico nell’idea latina di natio, come evidenzia lo stesso racconto mitico sulla fondazione della città eterna: tre diverse componenti tribali – latini, sabini ed etruschi, delle quali solo le prime due di origine indoeuropea – vennero organizzate da Romolo, in qualità di primo re, nel sistema delle curie a fini amministrativi e militari e da esse venne tratto il primo gruppo di “patrizi”. L’attribuzione della cittadinanza romana fu dunque legata non ad una comunanza di sangue e di “razza” bensì all’adesione risoluta e “virile” ad un patto (foedus) e al giuramento di fedeltà verso la comunità.

Da un punto di vista etnico e culturale, quattro grandi civiltà si dividevano la penisola nella parte interna, da nord a sud: una zona celtica, una etrusca, una umbro-sabina, infine quella delle popolazioni sabelliche (Sanniti, Marsi, Apuli, Lucani). Sulla costa tirrenica, il nucleo latino e campano, di lingua osca. Infine, nella frangia meridionale, la zona di popolamento greco, abbastanza denso sulle coste del mar Ionio, ma che si era spinto verso le coste tirreniche fino a Cuma e Napoli, sul versante adriatico fino ad Ancona. Si trattava, nel complesso, di un antico strato italico nel quale popoli distinti si avvertirono come imparentati e solidali. Le loro lingue erano indoeuropee, con l’eccezione degli Etruschi, portatori di una civiltà “esotica”, ma che comunque trasmise ai vicini molti elementi in campo religioso e politico. A complicare il quadro, la mancanza di veri organismi unitari: il frazionamento dell’Italia era estremo, a livello di villaggio o tribù.

Il popolo di Roma entrò in contatto con questi gruppi in momenti successivi e in modi differenti, utilizzando parallelamente procedimenti giuridici diversi secondo la situazione della comunità in questione; la conquista romana non comportò mai, di per sé, l’uniformità, ossia l’imposizione di un unico modello. In alcune zone intorno a Roma, la conquista precedette un’annessione pura e semplice del territorio, che divenne propriamente ager romanus, con l’assorbimento degli abitanti allogeni nel corpo civico romano.

Dunque, in piena età repubblicana (III-I secolo a.C.), troviamo cittadini di pieno diritto, latini e alleati italici. Sul piano delle norme civili, vale a dire nelle relazioni della vita quotidiana, i latini, residenti nelle città del Lazio, godevano di alcuni diritti che facilitavano in modo particolare i loro rapporti con i romani: potevano contrarre matrimonio con un cittadino romano, effettuare una compravendita, votare a Roma nei comizi (elettorato attivo). Infine, e soprattutto, essi avevano il diritto di stabilirsi nell’Urbe e di richiedere in tal caso la cittadinanza romana. Per tutto il resto, il cittadino di una comunità “latina” conservava le proprie leggi peculiari. Corrispettivi obblighi dei latini implicavano una partecipazione alle campagne militari romane, con contributi sia in uomini che in denaro.

Anche l’alleanza con gli italici, privi della cittadinanza romana o latina, incluse per questi un contributo massiccio, regolare e perpetuo, alle imprese belliche romane.

Municipium è il nome che tenderanno ad assumere le collettività locali al tempo in cui tutta la penisola avrà ottenuto la cittadinanza romana – una costituzione come res pubblica autonoma a immagine e somiglianza della città dominante. Lo status dei municipia è quello di un gruppo di uomini che, pur senza essere “romani” di origine, partecipano con essi ai diritti e agli obblighi della cittadinanza, in modo più o meno completo, dandosi dei municipi di cittadini optimo iure (cittadinanza perfetta) quanto di cittadini senza elettorato attivo e passivo nelle assemblee del popolo romano.

La guerra sociale (91-88 a.C.) fu senz’altro l’avvenimento più importante nella storia dell’Italia romanizzata, poiché determinò l’entrata di tutti gli italici liberi nella cittadinanza romana e un’accelerazione considerevole nel processo di romanizzazione a tutti i livelli. Una volta accettato il principio, l’integrazione continuò in maniera irresistibile: nell’ambiente delle élites, iscritte nell’ordine equestre e senatorio, attraverso il gioco delle magistrature che esse venivano a brigare a Roma, e nelle masse, iscritte nelle tribù e partecipanti, più di quanto si pensi, alle manifestazioni urbane della vita civile.

Secondo il diritto romano classico, esistevano vari modi per un civis “libero” di ottenere individualmente la cittadinanza romana: discendenza da un cittadino romano (nel caso di matrimonio legittimo si ereditava la cittadinanza paterna, in caso contrario quella materna), adozione da parte di un cittadino romano, servizio nell’esercito. Nel 212 d.C. l’imperatore Caracalla estese la cittadinanza romana a tutti gli abitanti liberi dell’impero, attraverso un famoso editto, la cosiddetta Constitutio Antoniniana (si suppone, per una motivazione fiscale, per esigere le imposte gravanti sui cittadini romani, e demografica, per arruolare nuove legioni). Quel che è certo è che da allora l’unica distinzione vigente fu tra coloro che si trovarono “dentro” i confini dell’impero e coloro che erano posti al di fuori (ius soli).

Mappa della confederazione romana nel 100 a.C., all’avvento della guerra sociale. In verde i possedimenti romani, in rosso le colonie latina, in rosa gli alleati di Roma

L’idea romana di cittadinanza declinò al tempo delle invasioni dei popoli barbarici, che recarono il principio dello ius sanguinis, per cui avremo nello stesso territorio genti che si amministrano e negoziano in base alla legge della propria stirpe, fino al riemergere del modello del patto giurato al tempo della rinascenza dei comuni italiani.

Uguali rimandi di significato e suggestioni di grande interesse affiorano dall’esame della formazione stessa del termine civitas, nome astratto derivato da civis; ne conosciamo il significato come antenato latino della nozione di “città”, ma la traduzione di civis con “cittadino” è uno di quegli anacronismi concettuali, resi stabili dall’uso, che finiscono con l’impedire l’interpretazione di tutto un insieme di rapporti. Infatti, come ha messo magistralmente in evidenza Émile Benveniste, tradurre civis con “cittadino” implica il riferimento a una “città”, ma ciò significa invertire i rapporti, perché in latino civis è il termine primario e civitas il derivato; è necessario invece che il termine-base abbia un senso che permetta al derivato di significare “città” e il termine più adatto a poter descrivere questa relazione è “concittadino”, con funzione di reciprocità, che esprime la dimensione politica in opposizione a hostis. Prima di essere civis di una città, dunque, si è civis di un altro civis. In quanto formazione astratta, civitas designa propriamente l’insieme dei cives che giurando fedeltà reciproca costituiscono la città.

Al contrario, in greco antico il percorso è inverso e questa particolarità mette in luce la differenza tra i due modelli: dal nome astratto dell’istituzione, la pòlis, discende quello del membro o del partecipante, polìtes. In latino il termine-base è un aggettivo che riguarda uno status di natura reciproca; su questo termine si costruisce un derivato astratto. Nel modello greco, il dato primario è un’entità che in quanto corpo astratto e centro dell’autorità esiste di per sé (lo Stato, la stirpe, la fratellanza). Non si incarna né in un edificio, né in un’istituzione, né in un’assemblea; è indipendente dagli uomini – una grande madre che sorveglia l’incessante ciclo delle nascite e delle estinzioni. Del modello latino non rimane traccia: l’antico derivato secondario “civitas” è diventato infatti, nelle lingue romanze, il termine primario.

Il quadro appena rappresentato non vuole essere un invito al legislatore italiano affinché adegui il corpo giuridico in materia di acquisizione della cittadinanza alle norme e alle pratiche dell’antico popolo romano, per il solo fatto che ce ne sentiamo eredi e discendenti, nonché abitanti il medesimo suolo – poiché non possiamo non rilevare la discordanza del contesto sociale e della condizione spirituale e umana. Nell’epoca attuale, la comunità risulta priva di qualsiasi connotazione “politica”, rivelandosi come un raggruppamento di individui che vivono l’uno di fianco all’altro alla maniera dei condòmini di un edificio residenziale, ognuno rivolto singolarmente alla propria esistenza, con l’eccezione dei servizi comuni cui si contribuisce in base ai redditi posseduti.

Preso atto di tali presupposti, la possibilità di reale “integrazione” in gran numero di elementi estranei è pressoché nulla, risolvendosi il tutto con l’ulteriore frammentazione del corpo sociale e con la creazione di micro-comunità che vivranno separate più di quanto non lo fossero abitando in terre lontane. In conclusione, solo quando il corpo ospitante si erge ritto e compatto, per una forza spirituale ancora viva, è capace allora di “reagire” su una componente eterogenea, per formarla e assimilarla; in caso contrario, non potrà che aumentare il caos e affrettarne la decadenza.