La mafia è una vipera travestita da puttana che si struscia lasciva sul potere istituzionale per sedurlo e corromperlo, ma se i sospiri osceni soffiati in sibili all’orecchio e le umide leccate non bastassero, le vesti provocanti della puttana cadono a terra, e la vipera si libera dalla sua maschera adescatrice, strisciando, per mordere.

A Misilmeri in provincia di Palermo c’è un giovane coraggioso di nome Mariano De Caro. Ha combattuto nella prima guerra mondiale come sottotenente di fanteria, molti chilometri a nord, nel bellunese. Quando rientra a casa si porta con sé dalla trincea idee nuove, rivoluzionarie. Come altri reduci crede che una nuova Italia sia possibile, unita da sentimenti nazionali, moderna, sociale. Sono gli albori del fascismo: Sansepolcrismo e Fasci primigeni e d’avanguardia. Mariano è uno dei primi, uno dei primissimi nel palermitano. Con altri ragazzi fonda a Misilmeri il Circolo degli Studenti, gruppo d’intelletto e d’azione che vuol essere megafono per scandire ad alta voce l’eresia contro lo status quo, la grande blasfemia contro le vecchie croste della società siciliana dell’epoca: rompere gli antichi poteri del latifondo feudale, attaccare i gabellotti mafiosi e i loro bravi, schiaffeggiare i parassiti e gli sfruttatori.

Socialismo e Nazionalismo: nuova coscienza italiana e siciliana. Ma le sue idee non piacciono al polveroso establishment locale, no di certo. La sera del 7 aprile 1921, Mariano esce di casa per l’ultima volta. La vipera si è nascosta in un angolo buio della piazza deserta, in agguato. La vipera balza fuori per mordere Mariano De Caro, mentre cammina solo in Piazza Fontana Nuova. Scoppi, improvvisi e ripetuti, uno dietro l’altro: sei fucilate che tuonano nel silenzio di Misilmeri. Il giovane veterano, sfuggito alle pallottole degli austriaci, non scampa a quelle dei giuda della sua stessa terra. Cade, crivellato dai colpi di lupara. Le luci delle case sono spente, le persiane sono chiuse, nessuno ha visto niente.

Mariano De Caro

Luglio 1928, piena estate sicula di afa e cicale, il prefetto Cesari Mori è a Misilmeri. La cittadina è schiva e indifferente ai suoi stessi problemi che l’affliggono, e diffida taciturna dell’autorità dello Stato. Come quel paese si fosse addormentato in una triste, grigia, apatica rassegnazione. Solo i vecchi amici di Mariano De Caro e alcuni giovani testardi e sognatori tengono vivo il ricordo del ragazzo ammazzato anni prima dalla mafia. Mori riflette, è un uomo di azione ma anche d’ingegno. Gli balza in testa un’idea geniale per rompere quell’incantesimo di paura che affligge la popolazione del luogo. Sì! Schiocco di dita! In quei giorni a Palermo c’è il compositore e pianista Marcello Boasso, ventiseienne fuoriclasse dei tasti dalla capigliatura tutta esagitata ingarbugliata anarcoide, un torinese dalle dita sentimentali e malinconiche che toccheranno il cuore di quei romanticoni latini del Nuevo Mundo. È musicista itinerante all’epoca in poetica tournée lungo la Penisola con il suo pianoforte caricato sul camion, per suonare ovunque. Marcello Boasso è in arte il Principe Kalender.

Il prefetto Mori invita il Principe Kalender a suonare a Misilmeri. Boasso-Kalender accetta entusiasta. Il pianoforte viene sistemato sul palco in mezzo alla piazza, il pianista prende posizione, libera i tasti dal copritastiera rosso con le sue cifre in oro, alza le mani in aria, si scrocchia le dita e le agita come sotto l’effetto di formicolio. E attacca il suo Vals del recuerdo, esecuzione di amore e illusione, di speranza e nostalgia, valzer dolce-amaro, batticuore a Misilmeri.

Suona il maestro, la gente gli è attorno, ma è una folla fredda, ostenta indifferenza con le mani in tasca. Eppure … qualcosa … la luce meravigliosa del tramonto d’estate sui tetti di Misilmeri, e quella musica, mai sentita prima da quelle orecchie semplici. Una fiamma s’accende dietro quei volti impassibili. Gli spettatori casuali si avvicino al palco, si stringono attorno al pianoforte. Sorrisi e occhi lucidi di commozione: è come se la musica avesse scalfito quell’ignavia di pietra. Il prefetto Mori, osserva e sorride anche lui. L’esperimento è riuscito. Il concerto è una scossa benefica, un dolce schiaffo all’accidia, alla rassegnazione, alla paura. L’incantesimo è rotto: il leggero linguaggio da favola è voluto. Quel giorno la bellezza vince sulla bruttezza, sulla vipera dalla lingua biforcuta.

In memoria di Mariano De Caro viene posta una lapide con degna cerimonia. La coscienza si fa nuova, oppure era la vecchia coscienza che s’era addormentata impaurita e ora è desta, in ogni caso la coscienza è adesso viva. Quando la targa viene scoperta tra gli applausi, gli attenti e i saluti romani, una voce bisbiglia che qualcuno potrebbe osare rovinare quel ricordo, con uno sfregio alla lapide, ma gli si risponde subito con sguardo limpido e deciso:

Cu tocca ccà ci sata a testa – chi tocca qua, gli salta la testa.

Chiaro? Ecco, nell’aneddoto di Misilmeri, la sintesi della lotta alla mafia del prefetto Mori: forza e intelligenza. Cesare Mori (1871 – 1942) è stato poliziotto, prefetto, senatore del Regno d’Italia. Viene inviato più volte in Sicilia a combattere brigantaggio e mafia, contraddistinguendosi per i metodi decisi ed efficaci. È stato sicuramente uno dei massimi esperti del fenomeno mafioso della prima metà del secolo scorso, ed uno dei suo avversari più fieri e temibili. Mori è la bestia nera della mafia.

Dalla sua lunga esperienza in prima fila a combattere la criminalità di Trinacria ne è venuto fuori un libro scritto di suo pugno: Con la mafia ai ferri corti oggi ripubblicato dal Centro Libraio Occidente di Palermo a cura di Francesco Paolo Ciulla con saggio introduttivo di Nunzio Lauretta e postfazione di Pietrangelo Buttafuoco.

È un libro importante, sicuramente dal punto di vista storico perché permette un profondo studio e un’attenta analisi dell’entità mafiosa precedente alla seconda guerra mondiale, ma anche dal punto dell’indagine su aspetti repressivi, investigativi e di interventi sociali a più ampio raggio. La mafia eclatante e stragista degli anni ’80 e ’90 ha radici antiche, così come le hanno le cosche odierne. Studiare il passato per capire il presente: la solita, fondamentale regola dell’indagine storica, che con Mori e la sua battaglia contro i mafiosi non fa di certo eccezione. Tutto è concatenato, alle azioni e ai fatti seguono altre azioni e fatti che sono la conseguenza dei precedenti. Vale sia per la grande Storia dell’umanità, che per la piccola storia degli uomini comuni. E vale anche per le potenti organizzazioni criminali che hanno afflitto e affliggono il Paese. Con la mafia ai ferri corti è un testo pedagogico nel senso alto del termine. Se lette contestualizzando il periodo storico e tralasciando gli artifici retorici dell’autore, quelle pagine hanno da insegnare. Il libro andrebbe studiato nelle scuole e adottato nelle accademie di polizia e in quelle per formare gli ufficiali dei Carabinieri.

Maggio 1924. Il Presidente del Consiglio Benito Mussolini arriva a Palermo, nella sua prima visita in Sicilia. È in programma una visita nella Valle del Belice. Ad accompagnare Mussolini, c’è il sindaco di Piana degli Albanesi Francesco Cuccia, Don Ciccio. Don Ciccio è capomafia del mandamento del Belice. Ossequi esagerati all’illustre ospite, salamelecchi ostentati, riguardi fuori luogo di un’ambigua classe dirigente che cerca la compiacenza del nuovo potere affinché la vecchia padronanza isolana possa rimanere al proprio posto tranquilla e salda, senza interferenze, con compiacente collaborazione, come se lo Stato non fosse uno, ma due. Adulazioni, troppe, volgari e offensive: al capo del fascismo e del governo non vanno giù quelle untuose bizantinate. A bordo dell’auto blu che passa in mezzo alla folla scortata dai poliziotti palermitani, Don Ciccio esagera, ha l’ardire di rivolgersi al futuro Duce con:

Voscenza, Signor Capitano, viene con mia e non ha da temere niente. Che bisogno aveva Vossia di tanti sbirri?

È troppo. Stop! Mussolini muto ma con la testa viola fa fermare l’auto e brusco fa scendere Don Ciccio senza tante cerimonie. La macchina presidenziale fa inversione rapida e a tavoletta rientra a Palermo. Inizia la resa dei conti: in Italia ci deve essere uno Stato, uno e uno solo. Uno, non due. Benito Mussolini vuole chiudere la faccenda con la mafia con tutta l’energia necessaria, e alla svelta. La vipera va stanata e va decapitata. Il giorno dopo ad Agrigento, pronuncia un discorso che lascia ben poco spazio all’interpretazione:

Vi dichiaro che prenderò tutte le misure necessarie per tutelare i galantuomini dai delitti dei criminali. Non deve essere più tollerato che poche centinaia di malviventi soverchino, immiseriscano, danneggino una popolazione magnifica come la vostra.

Rientrato a Roma, convoca il direttore generale della Pubblica Sicurezza Emilio De Bono, generale e quadrunviro, il ministro delle colonie e prossimo ministro dell’Interno Luigi Federzoni, e alcuni alti funzionari di polizia e della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Obiettivo: sradicare una volte per tutte “l’onorata società”. Ma a chi affidare il difficile compito? Silenzio in sala. Il quadrunviro De Bono s’accarezza la barba bianca e timidamente a bassa voce propone:

Cesare Mori.

Mussolini strabuzza gli occhi, fa una smorfia di disgusto, fulmina il quadrunviro. Quel Mori non gli va giù. Non è di certo uno dei loro, anzi. Tutti si ricordano di quando faceva il questore a Bologna e di quante rogne procurò alla camice nere di Balbo e Arpinati. Sbirro d’alta caratura e tutto d’un pezzo, integerrimo con chiunque ricorresse alla violenza politica, rossi o neri che fossero. Inflessibile, un osso duro, se non proprio un nemico del fascismo è comunque da considerarsi antagonista e orgoglioso rompiscatole agli occhi del nuovo potere.  

Mori, Mori tu devi morire / con quel pugnale che abbiamo affilato / Mori ammazzato tu devi morir.

È il coro dei bivacchi delle piazze bolognesi. No, Mori non è fascista. Né prima, né dopo; basti pensare ad una delle frasi blasfeme del senatore Mori che la polizia segreta OVRA origlia anni dopo, all’indomani dell’ingresso in guerra dell’Italia:

Quel coglione non ha ancora capito che ha perduto la guerra prima di cominciarla.

Mussolini però, evidentemente all’inizio del ventennio – leader intelligente e molto meno coglione rispetto al 1940 -, sa che per quella complicata missione occorre un funzionario incorruttibile, libero da vincoli politici, fedelissimo alla legge prima di tutto, che non guardi in faccia nessuno. Inoltre nel suo curriculum è lunga la sua esperienza in Sicilia, ha già dimostrato di essere deciso con la vipera puttana mafiosa ed un gran esperto della materia criminale. Sì, è l’uomo giusto.

Il superprefetto con poteri molto speciali e famoso cacciatore di mafiosi torna in Sicilia a fine maggio 1924, prima a Trapani e poi a Palermo con responsabilità per tutta la Sicilia, un viceré della legge con la passione per la lotta. La situazione, prima del suo arrivo:

La mafia era la dominatrice e la signora di tutta la vita sociale, aveva capi e gregari, emetteva ordini e decreti, era nelle grandi città come nei piccoli centri, nelle officine come nelle campagne, regolava le fittanze agrarie e le urbane, intromettendosi in tutti gli affari, imponendosi con il timore e le minacce, con le punizioni dai capi decretate e dagli ufficiali poste in esecuzione. I suoi comandi erano precetti di legge, la sua tutela era la tutela legale, più efficace e sicura di quella che lo Stato offre ai cittadini onde i proprietari e la gente di affari assicuravano i beni e le loro persone sottostando al prezzo dell’assicurazione.

Il nemico che Mori deve combattere negli anni ’20 ha caratteristiche ben precise da lui stesso delineate nel suo libro. Punto chiave iniziale è individuare la vipera, perlomeno quando essa si manifesta spudorata alla luce del sole e prende la forma di “ceto medio mafioso”: mezzadri, gabellotti, campieri, guardiani, custodi; caste professionali troppo spesso rappresentate da delinquenti. Figure malavitose che s’insidiano nel latifondo proprio nella vitale cerniera di mezzo, diventando anello di congiunzione tra le due grandi classi sociali agli antipodi tra loro, popolo e aristocrazia terriera quindi, ambedue vessati da chi sta nel mezzo. I baroni, spaventati, taglieggiati o collusi, sono obbligati a scendere a patti con quei figuri affinché non perdano raccolti o altro di peggio, e i lavoratori sono obbligati a chinare la testa per poter portare a casa la pagnotta. La mafia quando c’è da sfruttare non fa distinzioni sociali. Il “ceto medio mafioso” è il vero padrone della terra.

Usando una similitudine militare e una religiosa: la mafia è lo stato maggiore della delinquenza e i malviventi comuni sono i soldati da arruolare; la mafia sono i sacerdoti di un culto criminale i cui delinquenti ne rappresentano le schiere di fedeli. La mafia è la testa della vipera: il vertice; i banditi ne sono il corpo strisciante tenuto assieme dalla testa: la manovalanza.

È una sorta di oligarchia, o meglio, un sistema di oligarchie strutturate territorialmente e autonome tra loro ma legate dalla medesima visione di potere. Feudi delinquenziali, signorie criminali. Non hanno bisogno di segni distintivi e di riconoscimento, né statuti e tantomeno di elezioni come le intendiamo noi: la mafia è innanzitutto un modo di sentire, di intendere e di agire, che accomuna quegli uomini inclini al sopruso, all’avidità e alla violenza e li raggruppa in una casta fuorilegge.

Li picciuotti hanno a vivere!

I ragazzi devono poter pur vivere. La vipera striscia in un humus ad essa congeniale. All’epoca la mafia attecchisce così bene grazie all’ambiente sociale e storico siciliano. Da troppo tempo c’è ingiustizia. È una questione di mentalità deviata, di prepotenza, di cronica inefficienza e mancanza dello Stato, tumori maligni che portano la società verso un senso perverso della giustizia, non più realizzata dallo Stato ma dall’antistato, che lo sostituisce nelle sue funzioni. Ambiente perfetto per far prosperare i più abietti.

Habitat ideale dell’onorata società, esempio pratico.

Problema: L’allevatore Vito Conigliaro subisce un furto di bestiame per il valore di Lire 100.000.

Soluzione A): Vito Conigliaro s’imbufalisce, e a ragione. Vuole sacrosanta giustizia. Si presenta nella locale caserma dei Reali Carabinieri con i pennacchi e i baffoni neri. È fortunato, l’Autorità in questo caso non liquida la vittima con delle scuse e raccoglie la sua denunzia. La legge si muove: possiamo avvertirne i cigolii dei meccanismi messi in moto, l’arrancare delle grosse rotelle impolverate, gli sfrigolii di regi circuiti burocratici. La macchina mal oliata vibra tutta ma incredibile il Moloch s’è mosso! Però perdonatemi, Signor Vito, non cantate troppo presto vittoria. Voi Egregio Signor Vito che avete dato la prima spinta alla macchina della giustizia vi ritroverete ad essere involontari e passivi giocatori d’azzardo con la sorte: avrete il 75% di probabilità che l’Autorità non concluda proprio un bel nulla di niente. Un 15% in cui vedrete arrestati i ladri materiali, ma che purtroppo scoprirete essere solo degli accattoni disperati analfabeti che stanno muti come i morti, meri esecutori di altre volontà ben nascoste, e dunque anche in questo caso non recuperate un fico secco. Un ultimo e misero 10% che giustizia sia fatta.

Quindi, Signor Vito Conigliaro, 10 contro 90, una possibilità su dieci per recuperare le vostre pecore. Ve la sentite di puntare? In ogni caso dovrete mettere in conto le spese di viaggio negli uffici di pubblica sicurezza per denuncia, carte e cartacce, bolli e bollame, confronti, deposizioni, testimonianze, avanti e indietro; danno economico per le mancate giornate di lavoro perché se uno va dal maresciallo in città non è che può seguire il bestiame; ed infine, ma è il costo più tragico, l’altissima possibilità di rappresaglie, talvolta e in certi luoghi quasi una certezza. Rien ne va plus, monsiuer Conigliarò, vince il banco. Povero Signor Vito, che s’allontana (e questa volta per sempre) dal palazzo di giustizia schiumando imprecazioni: “Supra papuli, canfugghia! Buttana ra miseria buttana!” (Trad: dalla padella alla brace, la seconda parte non ha bisogno di traduzione).

Soluzione B): L’allevatore Vito Conigliaro si rivolge alla mafia per riavere il maltolto. “Baciamo le mani Don Calogero, son venuto da Vossia per una grave disgrazia…” L’ipotetico mafioso ascolta con attenzione lo sventurato, gli mostra un rispetto fasullo, lo rincuora. Vedrete, caro Signor Conigliaro, quanto possa essere rapido e efficiente l’altro stato sotterraneo: avete ben il 95% di probabilità di riavere le vostre pecore! Certo, dovrete tacere i vostri legittimi sospetti su chi effettivamente vi ha rubato i capi, perché è davvero possibile che siano le stesse persone a cui vi state rivolgendo ora a chiedere aiuto. In ogni caso, il servizio di “mediazione” tra ladri e derubato ha un suo prezzo: delle vostre 100.000 lire di valore del bestiame rapinato, 30.000 rimangono nelle tasche di Don Calogero e amici suoi.

Quindi, calcolatrice alla mano, cosa conviene fare al Signor Vito Conigliaro? Gli conviene accordarsi con la mafia. Ecco, questa è la situazione che ha di fronte il superprefetto Mori. Lo Stato incapace battuto dall’altro stato parallelo, e nuove forme di giustizia regolano le cose e gli uomini. È il potere della vipera, lo stato nello Stato, l’antistato.

La mafia? Ma la mafia non esiste, l’ha inventata Mori!

Controbattono gli struzzi con la testa sotto la sabbia, i somari con il paraocchi, i vessati troppo impauriti, i collusi, gli schiavi e naturalmente i mafiosi stessi. È solo una delle tante scaltrezze della vipera, una delle sue tane dove nascondersi e irrobustirsi… la mafia è solo un’invenzione, un’esagerazione, una strategia delle istituzioni per giustificare l’autoritarismo, le leggi speciali, la tirannia … Invece la buttana viperesca esiste, eccome, e a combatterla c’è il prefetto di ferro.

Leggendo le pagine di Con la mafia ai ferri corti oltre alle diverse analisi del fenomeno che potevano essere scritte solo da chi quella materia la conosceva a fondo, vengono fuori aneddoti e scene da romanzo poliziesco e d’avventura; ma attenzione, è tutto vero. Mori non è di certo un poliziotto da scrivania. O meglio, nel suo lavoro alterna la strategia lucidamente pianificata a tavolino con l’impegno diretto, in strada, nei borghi, nelle campagne, ben consapevole di rischiare la pelle. Sono immagini storiche che assomigliano addirittura a un vecchio film spaghetti-western; invece del deserto del Messico e degli assolati e polverosi villaggi della frontiera americana abbiamo le montagne delle Madonie e le masserie isolate, al posto di sceriffi e di banditos, carabinieri a cavallo e ceffi alquanto nostrani. Il superprefetto s’inserisce bene in questa scenografia, in borghese, camuffato come un brigante, abiti ideali per la caccia al mafioso; setaccia al galoppo la prateria mediterranea armato di fucile Winchester (sì, Mori aveva proprio quel modello di fucile tanto caro ai cowboy), energico e spavaldo nella sua missione.

La mafia dell’epoca, perlomeno quella più visibile e direttamente coinvolta nei crimini violenti, è sicuramente ancora rurale, rozza, arcaica; il business sono muli, pecore e galline. Zappaterra cattivi (perlomeno al livello più basso), bifolchi e viddani ma non per questo meno pericolosi. Sparano con le loro cacafuoco, ammazzano senza pietà, taglieggiano e trucidano. Una volta le guardie di pubblica sicurezza sequestrano una grossa partita di capi di bestiame a due latitanti acciuffati. Un pecoraio, a cui tempo prima erano state rubate cinquanta pecore, riconosce le sue bestie, ne reclama la proprietà all’autorità, le riottiene, e fa ritorno a casa felice. Una banda di assassini gli sbarra la strada, lo immobilizzano, cospargono il montone del suo gregge di petrolio e gli danno fuoco costringendo il pecoraio a guardare la povera bestia diventata torcia che si contorce in versi atroci di sofferenza.

Ora lo stesso faremo a te.

I carnefici seduti su un muretto lungo la strada si godono la scena del disgraziato in fiamme che brucia tra la polvere. La cattiveria, la ferocia e il terrore sono caratteri distintivi della mafia che si notano intrinsechi ad essa in varie epoche. Così ci racconta l’altro superprefetto d’eccellenza (ma con poteri limitatissimi rispetto a Mori), il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, prima di concludere carriera e vita in un agguato tesogli a Palermo il 3 settembre 1982:

Uccidono in pieno giorno, trasportano i cadaveri, li mutilano, ce li posano fra questura e Regione, li bruciano alle tre del pomeriggio in una strada centrale di Palermo.

Altri anni, altri contesti, ben altri soldi e intrallazzi ma i modus operandi mafiosi sono sempre gli stessi. Vogliono stupire con l’orrore, vogliono terrorizzare facendo a gara di crudeltà. In Sicilia si spara anche nel periodo Mori, molti anni prima rispetto a corleonesi, alle sanguinose guerre di mafia, agli attentati eclatanti, ai servizi dei telegiornali, alle mattanze. Il superprefetto non si risparmia imboscate tese alle bande armate, gli assalti ai covi banditeschi, i violentissimi scontri a fuoco tra poliziotti e pistoleri fuorilegge equipaggiati con fucili Mauser e pistole semiautomatiche, armi che ai tempi sono all’ultimo grido.

Cadono gli uomini, da ambo le parti, in quelle che più che azioni di polizia sembrano operazioni militari. Le zone franche, che fino a poco prima erano fuori dalla giurisdizione italiana e dalla sua autorità, vengono riprese e ripulite con il pugno di ferro. Le gang tentano di reagire, alzano drappi neri al vento sulle colline per delimitare i feudi malavitosi, si asserragliano nei loro rifugi con scorte di munizioni per fare una guerra ma vengono stanate a fucilate, una ad una. Le retate sono condotte con particolare durezza, certo, ma a differenza del passato sono operazioni fatte per durare, le erbacce sono strappate alla radice. Prima di Mori le forze dell’ordine giungevano in forze con rumore di tamburi e grancasse … si avvertivano a chilometri di distanza … sequestravano qualche cosetta abbandonata in bella vista come specchio per le allodole, mettevano le catene a qualche povero fesso che non era riuscito ad imboscarsi per tempo, così per dimostrare che comunque esistevano, e poi facevano ritorno nelle caserme di città. Appena calava il sole e l’ultimo sbirro se n’era andato ecco sgranchirsi al chiaro di luna la vipera, di nuovo uscita dalla sua tana di montagna.

Cesare Mori invece conduce le proprie forze solo dopo un accurato lavoro di intelligence; si presenta nel luogo sapendo già chi cercare e soprattutto dove. E non smonta le tende fino a quando l’obiettivo è ultimato, come nel controverso episodio del paese di Gangi sul monte Barone nelle Madonie, vero e proprio villaggio malavitoso, interamente in mano a picciotti e banditi dove lo Stato non esiste. A mali estremi, estremi rimedia: nel gennaio del 1926 il superprefetto lo assedia come per una compagna militare.

Curriti, curriti, ascutati, ascutati: è u prefettu Mori ca vi parra …

Strilla il banditore con tamburo per le antiche vie di Gangi prima che la bonifica abbia inizio. Vengono tagliati acqua e telegrafo, quasi mille divise circondano l’abitato, e poi cavalleria, blindati, mitragliatici pesanti. L’idea del prefetto-condottiero è però molto originale. Non desidera una classica retata con raffiche di fuoco, questa volta lui vuole vedere il nemico umiliato. Gli uomini di Mori buttano giù a calci le porte dei banditi che si sono nascosti nel labirinto di cunicoli sotto al paese, dormono nei loro letti, bevono il loro vino, banchettano con le loro galline, macellano il loro bestiame e lo vendono a prezzi stracciati ai contadini della zona, gli prendono tutto. È uno schiaffo, molto sonoro, che fa arrossire di vergogna le guance dei latitanti. I mafiosi si piegano a Mori e allo Stato.

Ma non dobbiamo credere che è solo con la forza e la repressione che si vince sulla vipera dalla lingua biforcuta. Assolutamente, e Mori l’ha capito cento anni fa. La coscienza civile è fondamentale. Repressione e costruzione della coscienza civile: l’una è imprescindibile all’altra in questo scenario di lotta alla criminalità organizzata. Se c’è solo repressione, il bastone, lo Stato che ringhia e che morde, la vipera, magari ferita anche gravemente e mezza morta, poi ritornerà perché sa che l’ambiente e il terreno sono sempre i soliti, miseri, abbandonati, privi di prospettive per il futuro.

Quindi, in breve, la strategia deve essere focalizzata su due direttrici parallele: colpire con pugno di ferro la mafia, con determinata fermezza, ma al contempo mostrare che lo Stato, la legalità e la fiducia alle istituzioni sono la migliore e sola alternativa allo stato parallelo della mafia. Il cittadino deve sapere che se subisce prepotenza, otterrà giustizia in tempi rapidi. Il cittadino deve sapere che i prepotenti non rimarranno impuniti. Il cittadino, come nel caso prima d’esempio dell’allevatore Vito Conigliaro, deve sapere che se dei ladri gli rubano il bestiame lo Stato glieli restituirà al 95% delle probabilità e senza pagare un obolo per il disturbo come invece i mafiosi gli avrebbero chiesto. Il cittadino deve avere la possibilità di trovare un lavoro onesto nella sua terra. Il cittadino deve sentirsi parte di un qualcosa di grande: la Patria, elemento collettivo e sociale. Sì, repetita iuvant: bonifica di polizia e bonifica sociale. Baroni e contadini, medici e garzoni, pastori e donne di casa, campieri e notai: tutti devono sentirsi italiani di ugual dignità, e in quanto tali, protetti e aiutati, con medesimi diritti e doveri. Societas. E nella Societas la vipera, la mafia, dopo essersi prese le giuste bastonate, moribonda, non trova più una tana dove rifugiarsi per leccarsi le ferite, perché il territorio non glielo permette più. Non ha più motivo di esistere, la mafia.

Questo, in un’Italia ideale. Purtroppo la realtà è andata diversamente. Il grande Cesare Mori, uomo indubbiamente coraggioso e intelligente, è sì riuscito a spazzare via la mafia più visibile, quella fatta da pendagli da forca, strozzini vari e capibastone, ma non quella più strisciante, quella nascosta nei circoli signorili palermitani e nei palazzi del potere. Nel quadriennio 1924-28, la sua vittoria appare totale, e i dati gli darebbero ragione. Ma la sua opera non è conclusa, con tutta probabilità il suo lavoro di bonifica stava per entrare nella sua seconda fase, quella più importante: ripulire il potere dagli elementi infetti, e quindi non più a caccia di briganti tagliagole nei latifondi e sulle montagne, ma negli uffici istituzionali, negli ambienti economici più importanti, negli studi notarili, e nelle sedi politiche del PNF. Ahi. Mori mette i piedi in terreni che non si possono calpestare… una storia che si ripeterà tante volte nel dopoguerra con altri attori.

Cesare Mori è premiato per i suoi servigi con la prestigiosa nomina a Senatore del Regno, e dunque allontanato, mentre lo Stato annuncia con tripudio di fanfare: la mafia è stata sconfitta, per sempre, il fascismo vince, che non ci si azzardi mai più a nominare la parola mafia, da oggi è tabù. Non si torna indietro, fine della storia.

Ma la storia, purtroppo per noi italiani, non è finita. Innegabile: con Mori la mafia ha subito mazzate micidiali che l’hanno quasi stecchita. Quasi.

Calati juncu ca passa la china – calati giungo, fino a che passa la piena del fiume.

La vipera mezza morta, fiuta il grave pericolo e fa una cosa che gli è sempre riuscita bene: si rintana nell’ombra e nel silenzio. Muti! Quieti! Il profilo dell’antistato rimane basso, in attesa di tempi migliori, che non tarderanno ad arrivare. Dopotutto, le “avanguardie” siciliane in Nord America hanno messo solide radici nelle metropoli. Le “mala-colonie” italoamericane prosperano grazie al proibizionismo e altri mille traffici. Si fanno potenti e desiderose di riallacciare solidi rapporti con la terra d’origine. L’occasione è nel ’43 con lo sbarco alleato in Sicilia. Il terreno è di nuovo fertile per la criminalità. La vipera esce dalla tana e ha fame.


Con la mafia ai ferri corti di Cesare Mori a cura di Francesco Paolo Ciulla – Centro Librario Occidente di Palermo – ordinabile scrivendo a francescociulla@hotmail.com