Il 12 maggio del 1967, nel numero 21 del settimanale L’Espresso, venne pubblicata un’inchiesta giornalistica a doppia firma, Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi, dal titolo: “Finalmente la verità sul Sifar: 14 luglio 1964, complotto al Quirinale. Segni e De Lorenzo prepararono il colpo di Stato”. Il pezzo provocò un autentico terremoto negli ambienti politici e nell’opinione pubblica. Ma a che cosa si riferiva quell’articolo?

Per capirne il contesto bisogna fare una salto temporale di tre anni. Nel 1964, per la prima volta nella storia della Repubblica, la compagine governativa presieduta da Aldo Moro era costituita da una coalizione di partiti che comprendeva la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista Italiano, il Partito Socialdemocratico e il Partito Repubblicano. Il 26 giugno di quell’anno si verificò una crisi di governo le cui cause sono da ricercarsi nelle istanze del PSI considerate troppo riformistiche da parte dell’ala “conservatrice” della Democrazia Cristiana. Le riforme propugnate dai socialisti riguardavano la nazionalizzazione dell’energia elettrica, una nuova legge urbanistica, una ritenuta d’acconto sugli utili delle grandi aziende e lo stop alle sovvenzioni per la scuola privata. Il 3 luglio Moro salì al colle per rassegnare le dimissioni davanti al presidente della Repubblica Antonio Segni.

(Antonio Segni, presidente della Repubblica italiana dal 1962 al 1964)

A quel punto le soluzioni che si presentavano a Segni erano tre. La prima: elezioni anticipate, che secondo le indagini demoscopiche sarebbero state sfavorevoli alla Democrazia Cristiana, la seconda: tentare di creare un nuovo governo di coalizione a guida Moro, ma senza l’appoggio della corrente progressista del Partito Socialista, infine affidare la guida dell’esecutivo al presidente del Senato Cesare Merzagora, che avrebbe dovuto guidare un governo di “emergenza nazionale”, come avrebbe voluto lo stesso Segni. Anche il governatore della Banca d’Italia, Guido Carli, si mostrava preoccupato con Segni del crescente debito pubblico e della fase di stagnazione dell’economia italiana, che avrebbe finito per creare eventuali disordini pubblici e spostare il consenso dalla parte del Partito Comunista.

Dopo alcuni giorni di trattative frenetiche, il presidente della Repubblica decise di conferire un nuovo incarico a Moro per favorire la creazione di un nuovo governo, che però avrebbe dovuto attenuare il più possibile le istanze riformiste propugnate dal Partito Socialista Italiano. Dopo essersi consultato con Aldo Moro, che nel frattempo aveva ricevuto l’incarico, Pietro Nenni, che rivestiva la carica di segretario del PSI, vista l’esclusione del suo partito dal nuovo governo, proferì la storica esclamazione “tintinnar di sciabole”. Si riferì esplicitamente alle pressioni su un eventuale golpe da parte dei carabinieri se il capo dello Stato non avesse escluso i socialisti dall’esecutivo. Anche il Partito Comunista, tramite un comunicato stampa, denunciò che “diversi gruppi reazionari” si stavano preparando per un attacco alle istituzioni.

Pietro Nenni e Aldo Moro (1964)

Giovanni De Lorenzo era stato nominato comandante generale dell’Arma dei carabinieri nel 1962, dopo aver ricoperto la carica di direttore del Sifar, i servizi segreti italiani, dal gennaio del 1955 al 1962. De Lorenzo era in contatto frequente con l’ambasciatrice americana in Italia Clare Boothe Luce e, sotto la sua direzione, i servizi segreti inaugurarono l’attività di dossieraggio: più di 157.000 cartelle su politici e industriali irrilevanti per la pubblica sicurezza ma importanti per essere utilizzate come strumento di ricatto. Alcuni dossier interessavano i familiari di Giuseppe Saragat, un eventuale figlio segreto di Mario Scelba, una presunta relazione extraconiugale di Tambroni con Silvia Koscina, la vita privata dell’arcivescovo di Firenze Fiorenzo Angelini e del cardinale Giuseppe Siri.

La sera di lunedì 13 luglio, uno scarno comunicato dell’ufficio stampa del Quirinale aveva annunciato che Segni aveva ricevuto il comandante generale dei carabinieri De Lorenzo. L’articolo dell’Espresso riportò che lo stesso De Lorenzo aveva presentato al presidente Segni l’attuazione del piano d’azione denominato “Solo”, perché doveva essere effettuato solamente dai carabinieri. Segni, dopo aver ricevuto De Lorenzo, organizzò un incontro tra quest’ultimo e i vertici della DC: il segretario Mariano Rumor e i capigruppo alla Camera e al Senato Zaccagnini e Gava.

Il generale Giovanni De Lorenzo

Il Piano Solo, che avrebbe dovuto compiersi all’alba del 14 luglio tramite il dispiegamento di mezzi blindati e di diverse divisioni mobili stanziate a Roma, prevedeva l’arresto e la deportazione in una base in Sardegna di sindacalisti, politici di sinistra, intellettuali come Pier Paolo Pasolini e il critico d’arte Ranuccio Bianchi Bandinelli, l’occupazione della Prefettura di Roma, della sede della Rai, del Ministero dell’Interno e di varie redazioni dei giornali. Stando a quanto riporta Mimmo Franzinelli nel libro “Il Piano Solo. I servizi segreti, il centrosinistra e il golpe del 1964” – in cui si ritiene che il Piano Solo dovesse consistere esclusivamente nel mantenere l’ordine pubblico – lo stesso piano era stato elaborato nel 1960, dopo i disordini di piazza di Genova che avevano provocato la caduta del governo Tambroni.

Comunque il 16 luglio del 1964, tre giorni dopo la data X, nacque ufficialmente il secondo governo Moro: di centrosinistra ma, rispetto al primo, basato su un programma politico molto più esiguo. Nella serata del 7 agosto, chiusa la crisi politica e rientrato l’allarme per l’eventuale colpo di Stato, il presidente del Consiglio Aldo Moro e il neo ministro degli Esteri, il socialista Giuseppe Saragat, furono ricevuti dal presidente della Repubblica. Durante l’incontro, improvvisamente, Segni fu colpito da un ictus.

Secondo l’articolo dell’Espresso, un corazziere di guardia alla porta dell’ufficio del presidente sentì Saragat proferire una frase rivolta a Segni: “Basta con queste prepotenze. So tutto del 14 luglio. C’è abbastanza per mandarti davanti l’Alta Corte”. Probabilmente la discussione originò da una divergenza tra i due per una nomina in qualche consolato, per poi degenerare. Dopo quel malore Segni fu costretto alle dimissioni e nel dicembre dello stesso anno Saragat venne eletto presidente della Repubblica.

La copertina de L’Espresso (14 maggio 1967)

Il giorno stesso della pubblicazione dell’articolo, l’allora ministro della Difesa Travellini istituì una commissione d’inchiesta, presieduta dal generale Beolchini, che aveva il compito di indagare sulle attività di dossieraggio del Sifar sotto la direzione di De Lorenzo. Vennero istituite altre due commissioni d’inchiesta: una interna dei carabinieri e una della Camera dei Deputati. Le conclusioni delle prime due inchieste furono per anni coperte dal segreto di Stato. I loro contenuti furono rilevati solamente nel 1990, dopo l’esplosione del caso Gladio.

Dalla desecretazione degli atti inerenti gli anni 1964 e 1967 emerse che vi furono numerosi contatti, durante l’estate del 1964, tra De Lorenzo, alti ufficiali dei carabinieri, funzionari dei servizi segreti, diversi rappresentanti dell’ambasciata statunitense e i due capi centro della Cia in Italia: Thomas Karmassines e William Harvey. I documenti mettevano in evidenza, però, che la Cia era contraria a un colpo di stato tout court: per loro era sufficiente isolare il Partito Comunista e gli elementi massimalisti del Partito Socialista Italiano per la formazione di un nuovo governo, cosa che puntualmente avvenne.

Nel 1965 De Lorenzo venne nominato capo di stato maggiore dell’Esercito, ma nel 1967, dopo l’uscita dell’articolo dell’Espresso, fu destituito dal Consiglio dei Ministri. Scalfari e Jannuzzi vennero querelati da De Lorenzo con l’accusa di diffamazione a mezzo stampa e i due giornalisti furono condannati rispettivamente a 14 e 15 anni di reclusione. Nel 1978, Aldo Moro incontrò Scalfari e gli confessò che era stato lui, indirettamente, a farli condannare. Nel corso del processo, infatti, Moro decise di ritirare il documento finale della commissione Manes apponendovi il segreto di Stato, per poi rimettere il documento a disposizione della magistratura dopo aver aggiunto 75 omissis all’interno del testo. Eugenio Scalfari, in un articolo del 2014 su Repubblica, riportò così le parole di Aldo Moro.

Lo so che ho contribuito alla vostra condanna. Ma che avrebbe fatto lei al mio posto? Da un lato c’era il segreto di Stato e c’era il piano Gladio, braccio armato della Nato. E dall’altra c’era la vostra innocenza. Scelsi la ragion di Stato.