A guerra finita molto fu fatto affinché le macerie di un mondo in rovina non velassero la speranza di una vita nuova, lieta e serena all’ombra della ripresa economica. La volontà di lasciare i torbidi ricordi della guerra dietro di sé, lasciava intravedere l’ansia di sognare un avvenire diverso, segnato da un destino meno avverso di quello subito in passato, e da una intrepidezza e senso di riscatto che la ripresa economica offriva alle giovani e meno giovani generazioni in preda a quei prima vagiti di consumismo.

L’Italia aveva vinto la guerra, pur perdendola. La propaganda pacifista e repubblicana aveva ridisegnato un mondo nuovo, cullato dalla malinconica nenia che il nostro era un “paese” non fatto per guerreggiare, che aveva dimostrato scarso senso tattico ed una generale indisposizione nell’ottemperare ai doveri militari. Del resto, spiegavano, il nostro è un paese gaudente, di sognatori e di improvvise passioni che si accendono e si spengono dall’alba al tramonto. Gli italiani sono incostanti, passionali, giocherelloni e, soprattutto, dediti in un modo tutto particolare al tradimento. Era accaduto durante la prima guerra mondiale, quando l’Italia ruppe con le nazioni della Triplice Alleanza per allearsi con quelle che formavano la Triplice Intesa, e più o meno lo stesso copione si verificò durante la seconda guerra mondiale.

La volontà di celare l’eroismo del soldato italiano dinanzi agli occhi degli italiani stessi, divenne una costante del dopoguerra, nel tentativo sempre vivo di eliminare meticolosamente il senso di Patria e la mentalità di un comun sentire dinanzi a simboli sacri dello Stato (quale rappresentò la monarchia), retaggi, questi, di un periodo storico che meritava il più assoluto ostracismo e il più severo marchio d’infamia.

I soldati sovietici e statunitensi, i reparti inglesi e canadesi giunti a liberarci – a cui di sponda si appoggiavano le formazioni partigiane – ebbene sì, quelli diventarono i veri eroi. Lo straniero, in fin dei conti, aveva dato prova di coraggio, di intrepido amore per la libertà, cosa di cui gli italiani non erano capaci. L’utopia di un mondo senza confini, in cui l’ideale anarchico dello stato smilitarizzato faceva sempre colpo nei cuori proni all’ideale sovietico (che di smilitarizzato non aveva nulla) unito ad una esaltazione dell’esercito statunitense ed alleato, osservato sotto l’allettante immaginario rappresentato dal chewing gum e dalle barrette di cioccolato, prefigurazione di un mondo globalizzato e “pacificato” sotto il dollaro statunitense, costituivano gli ingredienti giusti ed esplosivi per minare nelle fondamenta il più opaco spirito di amor patrio, e di giudicare con scherno e con un malcelato sdegno “atteggiamenti fascisti” come l’ammirazione verso le forze armate italiane.

Questo atteggiamento ha fatto in modo che personaggi come quello di cui parleremo, siano sconosciuti ai più e, soprattutto, resti celato il significato profondo di una vita che ebbe come asse portante il concetto di onore e fedeltà alle tradizioni con cui generazioni di combattenti vennero educati.

Il conte Carlo Fecia di Cossato (1908-1944) nacque a Roma da una famiglia appartenente all’aristocrazia sabauda, da generazioni fedele al Re e a Casa Savoia. Già al seguito di Umberto Biancamano (XI secolo), capostipite dei Savoia, si registrava la famiglia Fesch, da cui il cognome Fecia, come si desume anche dal motto gentilizio: Ex optimo vino etiam faeces (Dall’ottimo vino anche la feccia).

L’educazione che ebbe in famiglia e successivamente all’Accademia Navale di Livorno, svolse un fattore determinante nell’edificazione della sua personalità, improntata ad un grande senso di lealtà ed onore e di ferrea fedeltà alla monarchia ed al Re, capo delle Forze Armate. Caratteristiche tipiche dell’aristocrazia sabauda, infeudata nel corso dei secoli dai sovrani di Casa Savoia, era infatti la devozione innata nei confronti del Re e l’animo guerriero che contraddistingueva tutta la nobiltà piemontese.

Carlo Fecia di Cossato

La fedeltà incondizionata, la devozione senza limiti e la prontezza nel rispondere alla chiamata del Sovrano, se le circostanze lo avessero richiesto, costituivano un retaggio feudale di epoca medioevale, nella quale la parola data aveva un valore superiore alla stessa vita e la società era intrisa di simbolismo, che rimandava ad una visione trascendente dell’esistenza, una visione sacrale. Di qui traevano forza concezioni “immateriali” quali dignità, onore, fedeltà, devozione, sacrificio.

L’epoca del rispetto dei valori, così possiamo definire il Medioevo. Un rispetto non imposto ma innato, verso le qualità intrinseche dei caratteri, quindi delle funzioni, superiori. Da ciò discendeva la fedeltà feudale: autentica devozione da chi riconosceva, e in essi si riconosceva, i grandi del mondo e le ‘grandezze’ che essi esponevano.
(E. MALYNSKI,
Fedeltà Feudale, Ar, Padova, 1976)

Il nonno Luigi Fecia di Cossato (1841-1921) divenne generale di corpo d’armata e senatore del Regno, nonché aiutante di campo di Umberto I e Vittorio Emanuele III. Partecipò attivamente alle ultime fasi della guerra risorgimentale, ottenendo una prima medaglia d’argento al valor militare durante l’assedio di Gaeta (1861) e una seconda dopo essere rimasto ferito nel corso della seconda guerra d’indipendenza (1866). Il figlio di questi, Carlo (1875-1961) innesto là tradizione marinaresca in famiglia, arrivando al grado di capitano di vascello. Partecipò attivamente alla prima guerra mondiale e venne poi richiamato in servizio prendendo parte alla guerra d’Etiopia, di Spagna e, infine, al secondo conflitto mondiale. Il figlio Carlo, seguì le orme paterne, scegliendo l’Accademia Navale di Livorno, dopo essersi diplomato presso il Collegio Carlo Alberto di Moncalieri, retto dai Padri Barnabiti. Il suo primo imbarco, sull’incrociatore Ancona, giunse l’11 luglio 1928, dopo aver superato gli esami ed essere diventato guardiamarina.

Seguiranno altre esperienze, che lo vedranno presente su svariati incrociatori e sui primi battelli subacquei, nelle acque del Mediterraneo così come in quelle a largo della Cina, dove rimase per due anni, sino all’entrata in guerra dell’Italia, quando nel giugno del 1940, venne trasferito nella base Betasom, a Bordeaux, dove vi erano installati i sottomarini della Regia Marina. L’epopea del corsaro dell’Atlantico, come venne soprannominato, iniziò il 5 aprile 1941, data in cui Fecia di Cossato assunse il comando del sottomarino Enrico Tazzoli.

Luigi Fecia di Cossato

Già 10 giorni dopo la nomina, ottenne il primo successo, affondando il piroscafo inglese Aurillac. A questo seguiranno altri 16 affondamenti, per un totale di 85.535 tonnellate di naviglio nemico affondato, secondo solo – seppur di poco – a Gianfranco Gazzana Priaroggia, suo vice sul Tazzoli durante i primi imbarchi. Nel corso della guerra restò in mare per 396 giorni, per un totale di 22 mesi di navigazione, il che fa di lui il miglior comandante italiano della seconda mondiale, detenendo un primato ineguagliabile come nessun altro comandante di sommergibili in Atlantico. (A. Rastelli, Carlo Fecia di Cossato. L’uomo, il mito, il marinaio, Mursia, Milano, 2001, p. 73)

Da segnalare il gesto d’orgoglio patrio di cui si rese protagonista e che avvenne l’11 marzo 1942, quando dopo aver affondato a largo delle coste americane il piroscafo panamense Cygney ed aver soccorso con una scialuppa l’equipaggio, a costoro gridò ironicamente dalla torretta, con in mano il tricolore:

E adesso andate a raccontare agli americani che non è vero che gli italiani vengono fin qui ad affondare le navi.
(O. Ferrara, “
Carlo Fecia di Cossato”, su Eserciti nella storia n. 64, Settembre/ottobre 2011 pag. 42)

in riferimento agli attacchi verbali di quel periodo, con cui le forze statunitensi accusavano la Regia Marina di non aver il fegato di spingersi sotto le loro coste, per timore o viltà.

Il 28 febbraio del 1943, Carlo Fecia di Cossato lasciò il comando del Tazzoli (il quale – destinato ad altro impiego – venne affondato alla prima missione, dopo che questi ne aveva il lasciato il comando, provocando la morte dell’intero equipaggio e ferendo l’animo del comandante italiano, il quale se ne ricorderà sino agli ultimi attimi prima di morire, come si evince dalla lettera/testamento indirizzata alla madre) per assumere il comando della Torpediniera Aliseo, in stanza nel Mediterraneo, con il grado di capitano di fregata.

Carlo Fecia di Cossato sul Tazzoli durante la navigazione

L’8 settembre l’Aliseo si trova, assieme alla torpediniera l’Ardito, ormeggiata al porto corso di Bastia. Lì sono presenti anche il Mas 543, le navi da carico Humanitas e Sassari, in aggiunta a 18 unità minori fra dragamine, unità anti som e rimorchiatori, oltre a due cacciasommergibili e 4 motozattere tedesche. Alle 19:45 la radio dà notizia dell’armistizio raggiunto, cosa che permette all’ammiraglio di divisione Gaetano Catalano Gonzaga di Cirella di raggiungere un temporaneo accordo di non belligeranza con il tenente di vascello Guntel, comandante navale tedesco a Bastia. Visto il pericolo incombente e la possibilità che i tedeschi giungano ad appropriarsi dell’Aliseo, Fecia di Cossato salpa poco prima della mezzanotte, cosa che non sfugge al comando tedesco, il quale vedendo che l’Ardito è intenzionato a seguire la stessa manovra, la blocca facendola raggiungere da una motozattera, il cui equipaggio fa irruzione sulla nave italiana. Nel frattempo, stessa sorte tocca alle navi da carico Sassari e Humanitas ormeggiate in porto e catturate dai tedeschi, i quali dalle stesse fanno fuoco contro l’Ardito, provocando morti tra i marinai italiani e tedeschi, a conferma della totale confusione che regnava e della più assoluta mancanza di coordinamento tra le stesse unità tedesche, vista la situazione inedita venutasi a creare.

Intanto l’ammiraglio Catalano Gonzaga chiede aiuto all’esercito per sedare la rivolta e ordina alla nave Aliseo e al suo comandante Carlo Fecia di Cossato di non permettere che nessuna nave tedesca esca dal porto. Nel giro di qualche ora la situazione si risolve, grazie alle forze italiane sopraggiunte ed alle scuse personali fatte dal tenente di vascello Guntel all’ammiraglio italiano, affermando che tutto ciò che era accaduto era frutto di azioni personali non coordinate col comando tedesco. Egli, dopo aver placato la situazione, dà quindi ordine alle unità navali tedesche di salpare, trovandosi però di fronte l’ostruzione dell’Aliseo. Carlo Fecia di Cossato dà infatti ordine al suo equipaggio di silurare i due cacciasommergibili facendoli affondare; stessa sorte la ebbero due delle motozattere, lasciando le restanti tre in balia dei forti danni subiti, circostanze che portarono i tre comandanti ad ordinarne la distruzione appena raggiunte le coste più vicine.

L’Ardito

Per quest’impresa sarà insignito della medaglia d’oro al valor militare – che si aggiungerà alle due medaglie d’argento ed alle due medaglie di bronzo già ottenute per le imprese in Atlantico, oltre alla croce di guerra al valor militare per altri gesti compiuti nel Mediterraneo e le tre croci di ferro tedesche di cui fu insignito per i soccorsi e la lealtà prestata agli alleati tedeschi prima dell’armistizio. Le motivazioni alla base del conferimento della medaglia d’oro forniscono una panoramica di  tutto ciò che fece:

Valente e ardito comandante di sommergibile, animato, fin dall’inizio delle ostilità, da decisa volontà di successo, durante la sua quinta missione di guerra in Atlantico affondava quattro navi mercantili per complessive 20516 tonnellate ed abbatteva, dopo dura lotta, un quadrimotore avversario. Raggiungeva così un totale di 100.000 tonnellate di naviglio avversario affondato, stabilendo un primato di assoluta eccezione nel campo degli affondamenti effettuati da unità subacquee. Successivamente, comandante di torpediniera, alla data dell’armistizio dava nuova prova di superbo spirito combattivo attaccando con la sola sua unità sette navi germaniche di armamento prevalente che affondava a cannonate dopo aspro combattimento, condotto con grande bravura ed estrema determinazione. Esempio fulgidissimo ai posteri di eccezionali virtù di comandante e di combattente e di assoluta dedizione al dovere. –– Oceano Atlantico, 5 novembre 1942 – 1° febbraio 1943, Alto Tirreno, 9 settembre 1943

Eppure la pagina più eroica della sua vita, il comandante Fecia di Cossato l’avrebbe scritta in seguito.

Carlo Fecia di Cossato

Il 20 aprile 1944, ottenuto il placet degli Alleati, si insediò ufficialmente il governo Bonomi nominato dal luogotenente generale del Regno S.A.R. Umberto, principe di Piemonte, a condizione che non fosse richiesto al Governo ed ai ministri che ne facevano parte, il giuramento implicante la fedeltà alla Corona. Fu un colpo pesantissimo per le forze armate, e specialmente per la Regia Marina, ma in particolare per un uomo dalla lealtà e fedeltà integerrima come Carlo Fecia di Cossato.

Ricordiamo che la scelta dell’armistizio non fu compresa dalla Regia Marina, ma fu accettata perché l’onore del soldato si serba con la fedeltà ed il sacrificio di un bene personale per un bene più grande, come il Re e la patria. La posizione del capitano di vascello Forza, comandante di Mariassalto e medaglia d’oro al valor militare, sono indicative di questo stato d’animo e dello spirito che animava la Regia Marina, quando sosteneva che i marinai della RSI combattevano per l’onore di questa marina, ma loro per la marina avevano dato molto di più, avevano dato l’onore!

Il comandante Fecia di Cossato aveva collaborato con le forze alleate dalla data dell’armistizio, partecipando a numerosi servizi di scorta a convogli alleati ed a cacce anti som nella acque di Augusta, ma questo evento costituiva un limite che andava davvero oltre la sua etica di uomo e di marinaio. Egli si fece portavoce, quindi, di un malcontento generale che serpeggiava tra le file degli ufficiali e che ebbe il culmine nell’atto di insubordinazione all’ordine proferito dall’ammiraglio Nomis di Pollone, il quale il 22 giugno convocò i comandanti delle torpediniere per parlar loro e intimargli la calma e l’obbedienza al legittimo governo. Carlo Fecia di Cossato si fece avanti, conosceva bene l’ammiraglio e viceversa sia lui che tutti gli altri comandanti conoscevano le sue imprese belliche, e con molta franchezza e semplicità gli disse:

No, signor ammiraglio, il nostro dovere è un altro. Io non riconosco come legittimo un governo che non ha prestato giuramento al Re. Pertanto non eseguirò gli ordini che mi vengono da questo governo. L’ordine è di uscire in mare domattina al comando della torpediniera Aliseo. Ebbene l’Aliseo non uscirà.

Venne invitato a desistere dalla sua insubordinazione, ma senza risultati e la sera stessa venne convocato a Palazzo Resta a Taranto, sede del Ministero della Marina. Qui ebbe modo di discutere con vari ammiragli, tra cui il capo di stato maggiore, Enrico Accorretti che lo invitò a ritrattare le sue posizioni, senza alcun esito. Venne quindi arrestato con l’accusa di “insubordinazione”. Nel frattempo la notizia si sparse tra i marinai e gli ufficiali delle torpediniere, i quali protestarono veementemente inneggiando al Re e al suo suddito fedele, nonché eroe di guerra messo agli arresti per fedeltà ad un giuramento prestato.

Ivanoe Bonomi

Il comandante Domenico Ravera, ufficiale più anziano in grado al comando delle torpediniere, fece presente che gli equipaggi non si sarebbero mossi finché il collega non fosse stato liberato dalla fortezza. Il ministero, per evitare ulteriori disordini (giunti sino alle orecchie del presidente del consiglio Bonomi) rilasciò Fecia di Cossato mandandolo in licenza per tre mesi.

Questi, una volta liberato, scelse “l’esilio” napoletano, ospite dell’amico Ettore Filo della Torre a Villa Pavoncelli. Scoraggiato e profondamente amareggiato da tutto ciò che aveva visto e vedeva attorno a lui, in un mondo “nuovo” che faceva fatica a comprendere e dove non vi era più spazio per l’onore e la fedeltà alla parola data, scelse la via più tragica e del non ritorno.

Imperturbabile e calmo, come quella notte di novembre del 1940, quando il tenente di vascello Luciano Barca, ricorda che – durante un bombardamento – con la popolazione e la base in preda al panico, uscì svestito dirigendosi verso il sommergibile Ambra di cui aveva il comando e incontrando Carlo Fecia di Cossato, questi squadrandolo gli disse: «Il bombardamento non è motivo sufficiente perché un ufficiale di Marina debba correre in questo modo». Dopo aver appreso che il sommergibile era stato colpito, continuò dicendo: «Va bene, mi scusi. Ma, in ogni caso, si abbottoni la giacca».

Con la stessa fermezza e disciplina decise il 28 agosto, all’una di notte, di puntarsi la pistola alla tempia, di sibilare ancora una volta “Viva il Re”, e di premere il grilletto mettendo fine alla sua vita. Lasciò a sua imperitura memoria la lettera/testamento di scuse, indirizzata alla madre.

Mamma carissima,                                                                                                                                           

quando riceverai questa mia lettera saranno successi dei fatti gravissimi che ti addoloreranno molto e di cui sarò il diretto responsabile. Non pensare che io abbia commesso quello che ho commesso in un momento di pazzia, senza pensare al dolore che ti procuro. Da nove mesi ho molto pensato alla tristissima posizione morale in cui mi trovo, in seguito alla resa ignominiosa della Marina, a cui mi sono rassegnato solo perché ci é stata presentata come un ordine del re, che ci chiedeva di fare l’enorme sacrificio del nostro onore militare per poter rimanere il baluardo della Monarchia al momento della pace. Tu conosci cosa succede ora in Italia e capisci come siamo stati indegnamente traditi e ci troviamo ad aver commesso un gesto ignobile senza alcun risultato. Da questa constatazione me ne è venuta una profonda amarezza, un disgusto per chi ci circonda e, quello che più conta, un profondo disprezzo per me stesso. Da mesi, mamma, rimugino su questi fatti e non riesco a trovare una via d’uscita, uno scopo nella mia vita. Da mesi penso ai miei marinai del Tazzoli che sono onorevolmente in fondo al mare e penso che il mio posto è con loro. Spero, mamma, che mi capirai e che anche nell’immenso dolore che ti darà la notizia della mia fine ingloriosa, saprai capire la nobiltà dei motivi che mi hanno guidato. Tu credi in Dio, ma se c’è un Dio, non è possibile che non apprezzi i miei sentimenti che sono sempre stati puri e la mia rivolta contro la bassezza dell’ora. Per questo, mamma, credo che ci rivedremo un giorno. Abbraccia papà e le sorelle e a te, Mamma, tutto il mio affetto profondo e immutato. In questo momento mi sento vicino a tutti voi e sono sicuro che non mi condannerete.

Carlo