Volendo scrivere di Nicola Bombacci è impossibile non citare adeguatamente l’ingombrante figura del suo più famoso e vecchio compagno di partito, nonché, paesano: Benito Mussolini. E’ indispensabile far correre le due storie personali su binari paralleli, aspettando che la storia li sovrapponga. In questa minuta incursione storica la figura del futuro duce e quella del segretario socialista vengono sviscerate nel loro profondo. Spiegare in maniera degna l’intreccio emotivo e, oseremmo dire, passionale che diede il via ad una certa visione politica del socialismo non è per niente semplice ma serve per spiegare appieno una delle coppie politiche più assortite d’Italia. Una visione del socialismo, dicevamo, sicuramente non ortodossa, congrua alla situazione italiana e subordinata all’interesse nazionale e non a quello di classe.

Una visione che viene da lontano e che proprio in due personaggi simili a Nicola e Benito trovò i primi esponenti. Come è facile intuire stiamo parlando dei capostipiti del socialismo italiano: Andrea Costa e Alceste De Ambris. Anche loro romagnoli, almeno d’adozione, e come i nostri più giovani rivoluzionari, plasmati da una terra inclusiva, dove l’interesse di parte veniva sacrificato sull’altare di più alti traguardi:

Una terra particolarmente fertile per le passioni politiche, soprattutto quelle estreme, che comunque, non riescono (se vere) a coinvolgere i fatti privati.

Nicola Bombacci

Proprio Andrea Costa ci lascia delle pagine indimenticabili in merito a questa parafrasi del socialismo, delle pagine che Bombacci e Mussolini tennero sempre ben presenti a loro stessi.

La rivoluzione è una cosa seria. […] Un partito deve comporsi di elementi diversi che si compiano a vicenda. Ed un partito come il nostro che si propone di affrettare la trasformazione inevitabile delle condizioni sociali e dell’uomo -che s’inspira alla scienza- che non vede limiti al suo svolgimento – che non si occupa solo degli interessi economici del popolo, ma vuole soddisfatte tutte le sue facoltà intellettuali e morali, oltre al proletariato -uomini e donne- deve necessariamente comporsi della gioventù, dei pensatori e delle donne e degli uomini della borghesia a cui l’attuale stato di cose riesce odioso e che desiderano maggiore giustizia nei rapporti sociali: esso deve infondere nell’uomo uno spirito nuovo e -per quanto lo permettono le tristi condizioni sociali in cui viviamo e la cattiva educazione che abbiamo tutti ricevuta- dare a’ suoi membri quella forza e quella vita morale che li renderà un esempio vivente di vita nuova.

Questa visone di una “vita nuova”, parte sì, da Marx (e forse anche da Proudhon) ma si allarga a quella socialità paesana che non è mai stata classe ma popolo. Questo il perno centrale del socialismo romagnolo. Un legame ancestrale con la propria terra, mai reciso né da Bombacci né da Mussolini e che, al netto del periodo preso in questione, si noterà sempre nel loro rapporto sia personale che politico.

Chi scrive crede sia giusto sottolineare questa comunione umana e politica presente tra i due; una vicinanza di spirito che spiega il parossismo degli ultimi anni di vita di entrambi. Analizziamo ora gli scritti intercorsi tra i due nel periodo che li vide militare nelle file del partito socialista per comprendere appieno quanto appena descritto. Così Mussolini scriveva a Bombacci nel 1914:

Caro Bombacci, ho saputo che sei andato a costituirti per scontare quattro mesi di carcere. Hai fatto benissimo. Ciò ti darà il tempo per dedicarti allo studio. Coraggio e avanti! Io pure sento la nostalgia del carcere e quasi quasi ti invidio…Se hai bisogno di qualcosa scrivimi pure. Saluti. Affettuosamente, Mussolini.

P.S. Caro Nicolino, molto bene quello che mi dici, non bisogna chiedere grazie e nemmeno accettarle. Quanto ai libri credo che tu possa farti mandare la nuova edizione delle opere di Marx, Engels, Lassalle (pagamento a rate) e ne avrai più che abbastanza per quattro mesi. Ciao.

Nicola Bombacci al Congresso dell’Internazionale Comunista. Si distinguono Lenin, Zinoviev, Bukharin e Gorky

E’ evidente, a parte la normale retorica di partito, una vicinanza molto stretta tra i due, i riferimenti alle scarsezze economiche, la disponibilità a farsi carico dei problemi dell’altro, sono tutti fattori che ben descrivono l’intimità che intercorre tra i due. Anche Nicola non fu da meno, all’indomani della nomina di Benito a direttore dell’”Avanti”, così scrisse dalle colonne del suo quotidiano, “Il Domani”:

la direzione del partito ha nominato all’unanimità il prof. Benito Mussolini, una coscienza dritta, un’anima adamantina, un intransigente di concezione, una mente quadra di socialista e di pensatore. Pubblicista brillante, valoroso, caustico, Benito Mussolini terrà alta la bandiera del socialismo marxistico fra tanta demoralizzazione di principi e di metodi. A lui rivolgiamo il nostro fraterno, entusiastico saluto.

Un rapporto molto stretto che anche in pubblico non celavano, solo la decisione in favore dell’intervento italiano nel primo conflitto mondiale da parte di Mussolini mise in discussione l’amicizia tra i due, o perlomeno tentò, di metterla in discussione. Seppur dietro un silenzio imbarazzante per Bombacci e caustiche prese in giro di Mussolini all’amico – Mussolini arrivò addirittura a scrivere: “Troppo pelo per un coglione solo” – la stima reciproca non venne mai meno.

Del resto, sempre sul “Domani”, Bombacci espresse i suoi auguri di pronta guarigione al caporale dei bersaglieri Benito Mussolini ferito al fronte:

…al di sopra delle fazioni…i miei auguri a un compagno che ha optato per l’interventismo attivo e ha pagato in prima persona andando al fronte a difendere le sue idee.

Una scelta, quella di Mussolini, che sicuramente pesò nella sinistra italiana, un divorzio doloroso che probabilmente indirizzò la politica italiana degli anni a venire e che può essere sintetizzato con le parole del duce stesso:

Voi credete di perdermi, ma io vi dico che vi illudete. Voi non mi perderete: dodici anni della mia vita di partito sono, o dovrebbero, essere una sufficiente garanzia della mia fede socialista. Il socialismo è qualcosa che si radica nel sangue …voi mi odiate perché mi amate ancora.

Parole intrise di quella romagnolità descritta fin ora e che dovettero costare lacrime amare all’allora dirigente socialista. Lacrime che comunque non sarebbero bastate a coprire gli occhi dell’animale politico italiano per antonomasia.

Benito Mussolini all’ospedale militare

E’, infatti, assodato che Mussolini con questa azione politica ad effetto prese al volo l’occasione della guerra per far smuovere le acque dei movimenti operai da troppo tempo assopiti in sterili e controproducenti faide interne. Grazie alla guerra gli esponenti interventisti volevano creare quel sentimento nazionale che all’Italia ancora mancava, volevano far capire al proletariato che esisteva qualcosa di diverso della semplice lotta di classe, qualcosa che si elevasse dal semplice tornaconto personale e che rendesse i singoli realmente partecipi della vita della nazione. Tutto ciò si espresse il 15 novembre 1914 durante i lavori del congresso nazionale dei fasci interventisti organizzato a Milano da Corridoni dove lo stesso Mussolini, ospite di spicco, pronunciò le seguenti parole a favore dell’intervento italiano nello schieramento dell’Intesa:

Adunata di uomini che sentono, che vogliono. La prima adunata senza congiure di politicanti, senza bassezze di politicantismo, senza tenori e senza buffoni. Il sorversivismo riabilitato in un purificante bagno di idealismo, in una collettiva volontà d’azione. Voci da tutta Italia, dalla Lombardia fremente di opere, dalla Venezia odiante, dalla Liguria nervosa, dalla Romagna ribelle, dalla Toscana acre, da Roma, da Palermo, da Napoli, dalla Sardegna brulla che vuol essere violenta, dalla Sicilia che vuole ripetuta Marsala sull’Adriatico, da Trieste dolorante. E tutti hanno ripetuto: facciamo qui o andiamo alle Argonne. E faremo! Vi è una forza, ora, in Italia, che reagisce contro la viltà, che si rivolta contro i “sacri egoismi” della pancia e della greppia.

Un discorso che a saper leggere tra le righe ricorda moltissimo quello di Costa, una declinazione del socialismo all’italiana, l’inizio di una rivoluzione che ammaliò i più e a cui anche l’amico di Civitella, in futuro, darà il suo contributo.

Andrea Costa