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Inizio di batteria tenue, una percussione quasi soffocata e distorta che introduce il suono di un basso lento e profondo come la notte. Poi seguono graffi elettrici di chitarra posseduta in suoni semi-cacofonici. L’armonia nera prende forma in un giro di valzer funebre, ed entra la voce dall’oltretomba a completare il corteo verso la cripta:

White on white translucent black capes

Back on the rack

Bela Lugosi’s dead

The bats have left the bell tower

The victims have been bled

Red velvet lines the black box

Bela Lugosi’s dead

Undead undead undead

The virginal brides file past his tomb

Strewn with time’s dead flowers

Bereft in deathly bloom

Alone in a darkened room

The count

Bela Lugosi’s dead

Undead undead undead

Bela Lugosi’s Dead: è il testo della poesia dark cantata dai Bauhaus, gruppo post-punk inglese pioniere della darkwave fine anni’70 – inizio’80. Il brano è cantato dalla voce baritonale di Peter Murphy, carismatico asciutto nervoso affilato scheletro da palcoscenico residente a Istanbul, ed è una pietra miliare nella storia del genere dark o gothic rock. Sulla copertina del disco singolo i fotogrammi dei vecchi film L’angoscia di Satana e Il gabinetto del dottor Caligari danno già un’idea di cosa si andrà ad ascoltare sul giradischi. Cappotti neri traslucidi. I pipistrelli hanno lasciato il campanile. Le vittime sono state dissanguate. Bela Lugosi è morto. Non morto non morto non morto. Le spose vergini sono in fila verso la sua tomba cosparsa con vecchi fiori morti. Oh Bela. Bela è un non morto. Bela Lugosi is NOT Dead: lui vive, lui è il vampiro.

La canzone è dedicata a Béla Ferenc Dezső Blaskó, attore ungherese che ha scelto come nome d’arte Bela Lugosi, nato nel 1882 a Lugos, allora Impero austro-ungarico, oggi Banato rumeno. La sua cameretta di bimbo dista 400 chilometri ad ovest dal castello di Bran, al confine tra la selvaggia Valacchia e la tenebrosa Transilvania, il maniero che ha ispirato la penna di Bram Stoker per il suo Dracula.

Il vecchio orologio a pendolo dell’Ottocento mitteleuropeo scandisce le sue ultime ore, il tramonto degli Asburgo s’avvicina e il fanciullo Bela è ribelle. Affila già i canini, il ragazzo con le braghe corte cresciuto tra le case del fiume Temes; suo padre István Blaskó, rispettabile funzionario di banca, vorrebbe anche per suo figlio una vita tranquilla da borghese di provincia: studi seri, pochi grilli per la testa, una scrivania in un buon ufficio, numeri contabili in inchiostro nero, soprammaniche di tela nera per non sporcare la giacca buona … che film horror pensa il dodicenne dissidente e così se la svigna, dalla scuola e dalla famiglia, bastone con fagotto sulla spalla, da classica immagine del giovane scappato da casa.

Poche corone in tasca, frutto del porcellino rotto, ma con il cuore che è tamburo; nelle vene scorre la passione dell’artista in erba: farà l’attore, costi quel che costi, anche se ha il prezzo di un patto con il diavolo. Vagabonda per l’Ungheria, tira avanti con piccoli lavori; primavere nomadi e squattrinate ma quando si è ragazzi sognatori entusiasti basta così poco per vivere ed essere felici. Nasce intanto il Novecento, e il giovane Bela recita in operette nei teatri di paese e di cittadine, ruoli marginali in compagnie di second’ordine, ma è un inizio, e il ragazzo sul palco ha stoffa, e si fa le ossa. Dopo anni di gavetta recita come attore in opere di William Shakespeare, fino a interpretare ruoli da protagonista. Lo notano, è bravo, lo chiamano a Budapest, l’altra capitale del Compromesso asburgico della Doppelmonarchie. Si esibisce al Teatro Reale dell’Opera ungherese, tempio neorinascimentale di musica, balletto, recitazione, cultura.

Bela Lugosi diciottenne

Primi anni ’10 del XX secolo, a Buda, Óbuda e Pest: momento ricco, frivolo, illusorio di Belle Époque e Art Nouveau in un’Europa Centrale pronta a tremare sotto le cannonate; Budapest si decora di guglie gotiche, di archi rampanti, di finestre colorate con elementi floreali, delle fantasiose piastrelle e porcellane Zsolnay, della grande piscina effervescente dei bagni Gellért. La città frizza illuminata con l’elettricità sul Danubio, l’attore Lugosi spumeggia con gli applausi sul palco dell’Opera ungherese. La nuova promessa del teatro è sulla rampa di lancio, pronto a schizzare in alto verso grandi cose ma un improvviso corto circuito brucia il destino.

Scoppia la Grande Guerra con la colonna sonora di mitraglie scoppi urla; cala il sipario fino a data da destinarsi e sugli ingressi dei teatri è affisso il cartello chiuso per conflitto mondiale. Il ragazzo ripone nel camerino il costume di Amleto e si veste con la divisa da tenente di fanteria del 43° reggimento ungherese. Nell’estate del 1914 sembra che tutti i belligeranti siano mossi da grande fervore patriottico e guerriero ma alla visione eroica della battaglia si sostituisce presto la feroce realtà. In Galizia le truppe austro-ungariche si contrappongono al rullo compressore russo. Centinaia di migliaia di uomini finiscono nel tritacarne. Polvere, palude, budella in aria; i cosacchi caricano con la sciabola sguainata. Come l’attore si era distinto sul palcoscenico, ora il soldato si distingue al fronte. Viene trasferito in un’unità speciale. È ufficiale sciatore nelle truppe da montagna addestrate alla ricognizione con gli sci.

La campagna, gelida e terribile, è quella dei Carpazi. Il feldmaresciallo Conrad tenta un’offensiva invernale su quelle montagne impervie per alleggerire la pressione russa in Galizia ricevendo l’essenziale contributo tedesco delle divisioni di Hindenburg, ma è un nuovo disastro. Gli uomini arrancano nella neve a tanti gradi sotto lo zero, con uniformi assolutamente inadatte, trascinando cannoni in quota e muoiono come mosche congelate in una delle più sanguinose battaglie dell’intero conflitto. E le bombe e le pallottole dello zar non sono la prima preoccupazione per i soldati. È il gelo il nemico peggiore. Le pattuglie ritrovano tra le rocce intere compagnie date per disperse: tutti congelati fino all’ultimo uomo, statue ibernate tra le gole della Transilvania come sotto un incantesimo malvagio di neve e ghiaccio. Non sono i morsi dei vampiri a fare paura, ma i denti affilati delle bufere.

A quelle temperature anche ai vampiri si congelerebbe il sangue. Chi morde per davvero sono i pidocchi, piccole creature infami, non patiscono il freddo come gli esseri umani e banchettano sui loro corpi e sulle loro teste ricoprendoli di piaghe purulente e pruriginose. Sono divorati dai pidocchi, letteralmente. Torturati da tali sofferenze, i soldati rimangono imbambolati davanti al candore delle neve, puro ed ovattato, desiderando solo di chiudere gli occhi e sprofondare. Lasciarsi andare, per sempre, al tiepido e traditore canto della morte per ipotermia, travestita da sirena del ghiaccio. Il tenente Lugosi si salva grazie alla sua attrezzatura speciale da sciatore.

A lui e ai suoi uomini va meglio che ai semplici fanti, ma di poco, perché la guerra continua ad essere affamata di vite umane, con o senza sci e giacconi in tela cerata e pelliccia. Un giorno lui e la sua compagnia si ritrovano inchiodati in una foresta sotto il violento fuoco dei russi. Si rannicchiano sotto i pini, ogni uomo sotto un albero. Un giovane ufficiale, incauto, esce allo scoperto e un proiettile gli buca il petto. Noncurante delle rabbiose raffiche di mitragliatrice dei cosacchi, Lugosi si getta sul compagno ferito, per metterlo al riparo e dargli il primo soccorso. Poi corre di nuovo alla sua posizione ma l’albero che lo proteggeva è saltato in aria. Si butta in terra, con le pallottole che gli fischiano a pochi centimetri dalla testa, faccia nella neve, attorno sbuffi bianchi dei proiettili che cadono vicinissimi per minuti eterni. Diventa isterico. Il tenente piange e singhiozza sdraiato con il naso nel terreno come un bambino, imprecando contro Dio che così l’ha ripagato per aver salvato un’altra vita.

Il tenente, promosso capitano, è ferito al fronte due volte. Gli danno una medaglia al valore per il coraggio dimostrato in combattimento. Viene congedato sì con onore, ma a causa di instabilità mentale. In diciotto mesi sotto le armi ne ha passate troppe, basta, la guerra uccide e fa impazzire gli uomini. Ritorna a Budapest, alla sua vera vocazione. Riprende a recitare a teatro, e contemporaneamente si avvicina a nuove luminose opportunità. Il cinema, prodigio della tecnica, ha smesso di essere solo una futuristica meravigliosa novità. La settima arte nel 1917 è ormai un’industria affermata, internazionale, e nonostante il caos bellico di quegli anni, le sue potenzialità sono pressoché infinite. All’Accademia Reale per il Teatro e le Arti conosce il regista pioniere Michael Curtiz alias Manó Kertész Kaminer, futuro premio oscar ad Hollywood. Curtiz, che con lo pseudonimo di Kertész Mihály ha già girato due dozzine di film in Ungheria, arruola Bela nella sua prima interpretazione cinematografica con il nome d’arte di Olt Arisztid.

Bela Lugosi con la prima moglie Ilona Szmik, 1917

Il film del 1917 s’intitola Az ezredes (The Colonel in inglese). Seguono veloci i fotogrammi in bianco e nero traballante impressi nelle pellicole mute magiare come A Leopard, Álarcosbàl (Il ballo mascherato), Casanova, Kilencvekilenc (Novantanove) e altri. Nel frattempo, la drammatica scenografia storica: novembre 1918, gli Imperi Centrali precipitano nel baratro della Storia, il potere secolare degli Asburgo si sbriciola, il mosaico dei Balcani va in frantumi, Praga si stacca, pezzi settentrionali del puzzle imperiale vengono intascati dalla nuova Polonia, l’Italia si prende una parte del giusto bottino, la Transilvania e la Bucovina sono incamerate dalla Romania, tumulti bolscevichi a Vienna e Budapest, rivoluzione, nasce la Repubblica democratica ungherese a cui succede nel ’19 la Repubblica sovietica ungherese. Anche l’attore è risucchiato dagli eventi. Durante la parentesi bolscevica ungherese del comunista Béla Kun, prende posizione, diviene personalità nel sindacato degli attori, si batte contro i vecchi baroni del teatro, promuove una visione culturale orientata più all’arte che al profitto. Ma è un’esperienza fugace. Forze conservatrici riprendono il potere e al terrore rosso si sostituisce il terrore bianco. Lugosi fa le valige, non rivedrà mai più la sua Ungheria.

In Germania, nella Weimar-Berlino del Bauhaus, dei cabaret decadenti e dell’espressionismo, recita in Sklaven fremden Willens (Hypnosis) facendo la parte del Professor Mors, ipnotizzatore folle che fa stuprare una giovane fanciulla da un uomo sotto l’effetto di ipnosi. In Gli adoratori del diavolo si aggira per remote montagne curde tra culti demoniaci, tribù barbare, sette vendicative e sacrifici umani. Ne La carovana della morte esplora rotte persiane e folle di sciiti maomettani flagellati dalla peste. In Der Januskopf (La testa di Giano), adattamento cinematografico dell’espressionista tedesco Murnau (“Das Cabinet der Doktor Caligarisss” – Rag. Ugo Fantozzi cit.) de Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Stevenson, è l’aiutante del Dr.Warren che si trasforma nel malvagio Mr. O’Connor per colpa di un busto stregato di Giano, dio romano dai due volti.

Ma non è abbastanza, Bela, piantato dalla moglie ricca che non sopporta quella vita di nomadismo artistico e squattrinato, insegue le luci al di là dell’Oceano, verso la ribalta americana con le sue innumerevoli possibilità. S’imbarca su una nave, a spalare carbone in sala macchine, girone nautico-infernale, e raggiunge gli Stati Uniti. Approda in Louisiana, a New Orleans. Nella scena che ci immaginiamo la musica che accompagna la nostra fantasia e i mocassini di Bela sul molo è un’allegra processione jazz di banjo e tromboni di una marching band afroamericana tra le vie francesi del Vieux Carré, e nell’aria odore di gamberi in salsa creola e ombre voodoo.

Si sposta a Nord, verso la foresta di grattacieli di New York, a cercar fortuna. I primi tempi sono difficili. Si spezza la schiena come manovale e traslocatore. Nel contempo, riesce ad accedere alle piccole compagnie teatrali della comunità ungherese trapiantata nella Grande Mela. Il suo talento gli apre la strada in terra straniera. Sale sui palchi di Broadway, a recitare in inglese e a prendersi applausi americani. Ha imparato la lingua, ma gli rimane quell’inconfondibile accento straniero che fa impazzire il pubblico, sembra un raffinato aristocratico misterioso arrivato da un paese lontano, sconosciuto, con una storia che si perde nei secoli dei secoli, così diversa da quella del Nuovo Mondo dove nulla è antico, e dove c’è poco passato ma tanto presente e futuro.

Ciak si gira: eccolo di nuovo al cinema sul set nel The Silent Command del 1923 ad impersonificare una spia straniera che tenta di sabotare il Canale di Panama e affondare la flotta con l’aiuto della vamp Martha Mansfield, attrice sfortunata morta di ustioni dopo che un suo abito di scena prende fuoco. Ma è il teatro a segnare definitivamente la sua carriera, con la sua interpretazione nel riadattamento dell’opera di Bram Stoker, vagamente ispirata alla figura storica di Vlad III detto “l’impalatore”, voivoda di Valacchia e cavaliere dell’Ordine del Drago.

Bela Lugosi è Dracula, per sempre.

Un vampiro si aggira a Broadway, e ha sete di fama. Assetatissimo. L’ungherese viene scelto per la versione cinematografica dello spettacolo, ed è un trionfo. Il suo Conte Dracula è meraviglioso, così diverso dal Conte Orlok di Nosferatu il vampiro, brutto come la fame, calvo, ingobbito, con orecchie bestiali, senza manicure da anni. Nosferatu ripugna le donne, Dracula le affascina, vecchio marpione delle tenebre. Il vampiro di Lugosi è signore in frac da gran sera, con i capelli neri imbrillantinati all’indietro come un latin lover, un raffinato aristocratico europeo, vizioso instancabile seduttore. Bello e cattivo. Immortale, abita nel tempo, vive nella notte. S’aggira nelle stanze di un sinistro castello diroccato, condividendo sale e sotterranei con altri coinquilini: armadilli, pipistrelli, tre mogli vampire, dei tagliagole zingari.

In gita nell’epoca moderna, ammaglia e poi bacia e morde il collo alle brave ragazze londinesi, facendole sue schiave di sangue. Altezzoso, arrogante, crudele, considera gli esseri umani come inferiori, delle prede da cacciare, o delle ambulanti bottiglie di vino da prosciugare; le giugulari sono come cannucce. Che sete che ha il Conte Dracula! Lugosi si lancia tra le stelle del cinema, vola con gigantesche ali nere da pipistrello verso il successo. Il principe delle tenebre trasloca la bara e sceglie Los Angeles, al posto di lupi e cripta, palme e piscina.

Le major lo ingaggiano per diversi film. Affascina e terrorizza il pubblico con vari personaggi. Una volta è uno scienziato pazzo che teorizza e mette in pratica assurdità eugenetiche mischiando sangue di gorilla con quello di belle donne. Un’altra volta è sull’isola di Haiti, terra di zucchero e voodoo, a fare il perfido stregone Murder Legendre che trasforma gli uomini in zombie e che comanda schiere di morti resuscitati dall’oltretomba, usati come schiavi a costo nullo nelle piantagioni. Si rimette la cappa nera e torna ad essere vampiro con il malvagio ed incestuoso Conte Mora, che con sua figlia Luna morsica e si disseta a Praga. In Chandu the Magician è Roxor, megalomane egiziano che progetta di dominare il mondo con il suo raggio della morte. Lo troviamo uomo-lupo in un angolo remoto dell’Oceania, feudo splatter del Dottor Moreau che gioca con la natura tentando di tramutare gli animali in esseri umani con bisturi, trasfusioni, raggi.

La sua è un’ascesa rapida a Hollywood, ma proprio sul più bello ecco l’improvvisa battuta d’arresto, come un paletto di frassino piantato nel cuore al povero vampiro che ronfava dalla grossa nel suo giaciglio in mogano nero. Il paletto di frassino di Bela Lugosi ha un nome: Boris Karloff, attore e gentleman inglese. Lugosi snobba (o si fa soffiare da Karloff) il ruolo per l’intramontabile Frankenstein, pellicola che è icona stessa di tutta la storia del cinema horror, come Dracula, forse ancor più del succhiasangue transilvanico.

È vivo! … È vivo! È vivo!

L’inglese dà alla creatura mostruosa una gestualità sconvolgente, le folle davanti allo schermo s’impressionano; non c’è solo la paura che l’essere trasmette agli spettatori ma qualcos’altro: temi e sequenze mai proposte prima, che scioccano e fanno riflettere. Un successo grandioso che probabilmente rode all’ungherese: Dracula che si morde le mani. La leggenda hollywoodiana vorrebbe Lugosi e Karloff non solo rivali, ma acerrimi nemici, il primo invidioso del successo del secondo, tra competizione esacerbata, dispetti, presunzione, odio tra primedonne. Ma non è vero. Se c’è rivalità, essa è la normale voglia di primeggiare di due mostri sacri, l’elegante conte vampiro Vs la bestiale creatura assassina.

I due, dopo una certa diffidenza iniziale, sono in buoni rapporti e diventano amici. Non poteva essere in modo diverso tra due gentiluomini che si stimano reciprocamente. Recitano assieme, ingaggiati dagli Universal Studios e dalla RKO Pictures. Gli spettatori li vedono nei panni di uno psichiatra magiaro e di un architetto pazzo, serial killer e satanista, mentre duellano in una mortale partita a scacchi. Sono poi colleghi di fantascienza che scoprono un meteorite che emana “Radium X”, radiazioni che fanno diventare Boris una lampadina ambulante che frigge le persone. Nel famoso Il figlio di Frankenstein sequel di Frankenstein c’è il grande ritorno della creatura Karloff questa volta manovrata dal deforme e vendicativo Ygor Lugosi. Si ritrovano infine in una Edimburgo ottocentesca e dark, invischiati fino al collo in una macabra storia di commercio di cadaveri freschi, tombe profanate, omicidi per fornire materia prima di studio a medici senza scrupoli.

Boris Karloff, Basil Rathbone e Bela Lugosi ne “Il figlio di Frankestein” (colorata)

Dopo queste prove, purtroppo per Bela inizia il declino, una triste discesa dal firmamento delle star all’oblio, spettro maligno di tanti artisti invecchiati male. Si è divertito e ha sperperato quattrini senza pensare al domani, i creditori gli fiatano sul collo per morsicarlo, loro sì vere sanguisughe bipedi. Ha problemi di soldi, è alla continua ricerca di denaro. Perde la villa. Con la seconda guerra mondiale, cambiano i gusti della gente. Vanno di moda film su mostri atomici, su fantascientifiche mostruosità da altri mondi, per i poveri diavoli di Transilvania non c’è più il pubblico di una volta. Non lo vogliono più. Tutto il quadro, già fosco di suo, è aggravato da quei brutti dolori alla schiena che lo tormentano. Sciatica, un ricordo fisico della Grande Guerra e degli ospedali da campo che ha visitato.

Prima si cura con succo di asparagi. Ma quella melma verde e maleodorante non se la berrebbe nemmeno il dottor Jekyll. Comincia a prendere oppiacei, sempre di più. Antidolorifici, morfina e metadone, i fantasmi chimici seducono il Conte Dracula, poveretto. Il veleno che corrompe e succhia la linfa vitale al principe delle tenebre. La droga è il vampiro del vampiro, che lo morsica con la puntura di un ago di siringa. Usa narcotici oltre alle dosi indispensabili per curare il dolore, è ormai un tossico. Accetta per necessità proposte mediocri. Lo affiancano a Gianni e Pinotto in una parodia del genere horror, dove compaiono Dracula, il mostro di Frankenstein, il lupo-mannaro e in ultimo anche l’uomo invisibile in una casa degli orrori di pasticci e smorfie. Per la pagnotta lavora in una commedia con i sosia di Dean Martin e Jerry Lewis, dove fa la parte dello scienziato pazzo Dottor Zagor dell’isola di Kola Kola in Bela Lugosi Meets a Brooklyn Gorilla del 1952.

Settantenne, è stanco, malato, drogato, solo. L’ombra depressa del nobile orgoglioso vampiro che fu. Trasferisce il loculo in un umile appartamento in Harold Way, in un modesto quartiere di Los Angeles; tutt’altra dimensione rispetto ai viali collinari per belle attrici in abito da sera e produttori milionari in smoking e Avana di lusso tra i denti. Assediato dai fantasmi di un scintillante passato morto e sepolto e dalla dipendenza di punture per viaggiare in paradisi artificiali, è dimenticato da quasi tutti. Trova nuovi amici in una banda di ragazzini suoi fan. Lo vanno a trovare, adorano il mito vivente e lui si presta come un vecchio nonno bisognoso di attenzione che racconta loro storie del tremendo Conte Dracula e sul fascino cinematografico delle tenebre.

Non sono i suoi soli amici. Negli ultimi anni fa la conoscenza con lo squinternato Ed Wood, reputato dai critici come “il peggior regista di tutti i tempi.” Nascono strane collaborazioni e un sincero rapporto di affetto. Lo stralunato Wood è a capo di una scalcagnata troupe di magnifici pazzi come Vampira, nome d’arte della finlandese Maila Nurmi, femme fatale gotica simile alla Morticia della famiglia Addams, una presentatrice televisiva caduta in disgrazia che scivola spettrale per i boulevard di Los Angeles come davanti alle telecamere, cioè come uscita da un cimitero di mezzanotte, con lunghi capelli lisci neri, vestito aderente nero, ombrellino nero perché anche se c’era il sole speravo che arrivasse un tremendo temporale. O come il forzuto Tor Johnson, calvo gorillesco wrestler svedese di ben 180 chili, gigante buono definito come un “grosso pan di zucchero”, che deambula bestiale sul set terremotando le scene.

Maila Nurmi e Tor Johnson

In questo bizzarro circo Barnum, Lugosi si trova a suo agio, nonostante sia conscio di quanto siano improvvisati, strambi, sconclusionati i film del suo amico Ed rispetto ai lavori del suo periodo d’oro. Lo squinternato Wood, che usa gli pseudonimi di Ann Gora (riferendosi al pelo del coniglio d’angora, il suo tessuto femminile preferito, così morbido e batuffoloso) e di Akdov Telmig (anagramma di vodka gimlet, suo cocktail preferito – due parti di vodka, una di succo di limone, soda, shakerare, guarnire con una fetta di limone, servire, ripetere e ripetere), anche se eterosessuale ama molto vestirsi da donna con golfini rosa. Da questo suo hobby trae ispirazione per girare l’assurdo Glen or Glenda dove l’amico Bela interpreta un poco chiaro ruolo di scienziato – burattinaio del destino, e con alle spalle una scenografia di teschi e alambicchi fumanti si rivolge al pubblico con accento della sua Ungheria:

Atenti… atenti! Atenti al grande drago verde che si trova sulla soglia di casa. Egli divora ragazzini… code di cuccioli di cane e grosse e grasse lumache. Atenti, state atenti… state atenti!

La trama si snoda in un pastrocchio mattoide attraverso il suicidio di un travestito, le indagini dell’ispettore Warren sul mondo del travestitismo, le difficoltà di Glen a confessare alla sua fidanzata di essere anche Glenda, enigmatici sogni forse precursori delle angoscianti e criptiche visioni di David Lynch, una carica di bisonti senza un motivo logico, grottesche apparizioni di Lugosi nei panni dello Scienziato, spogliarelli e autoerotismi, golfini d’angora, spettri e diavoli, continui riferimenti autobiografici alla vita strampalata di Wood, e alla sua curiosa eccentricità psichiatrica. È un nonsense capito appieno solo dal regista, o forse nemmeno da lui.

Glen or Glenda

In La sposa del mostro, capolavoro di bruttezza cinematografica, Lugosi ci regala il malvagio Dottor Vornoff che vuole creare una nuova razza di giganti atomici con l’aiuto del suo assistente, il bruto Lobo.

Dimora? Io non ho più dimora. Scacciato! Disprezzato! Vivo come un animale. La giungla, è la mia sola dimora! Ma un giorno gli uomini si ritroveranno ad essere dominati da me! Riuscirò a perfezionare la razza umana! Creerò dei superuomini atomici che conquisteranno l’interno MONDO! buahhahehehahah!

Il Dottor Vornoff finisce ammazzato dalla sua piovra da compagnia che gli si rivolta contro e che aveva la sua tana in una pozzanghera. L’ultimo film del divo sul viale del tramonto o meglio, su quello dell’alba, nemica numero uno di tutta la specie vampira, è l’allucinante Plan 9 from Outer Space con dischi volanti fatti con piatti rovesciati appesi a fili e cimiteri di cartapesta, e la cui storia è un guazzabuglio indigesto di zombie, UFO, alieni, vampiri. Bela muore prima delle riprese del film e allora Ed Wood decide di usare vecchie scene che aveva girato con la star ungherese in previsione di altri lavori come la storia di Dracula nel Far West o robe simili. Viene scelta come controfigura di Lugosi il medico chiropratico della moglie di Wood che non gli somiglia per niente. The End. Titoli di coda, luci in sala, il cinema si svuota.

Il corpo terreno del Conte Bela Lugosi Dracula si addormenta per sempre una calda giornata di agosto californiano, nel 1956. Il sole è alto, la sua luce brucia la delicata pelle del vampiro aristocratico. Lo seppelliscono con il mantello nero foderato di rosso. All’Holy Cross Cemetery, oltre alla moglie e il figlio, c’è in lacrime la svitata combriccola di Wood: amici stravaganti ma veri. Ci si aspetterebbe un ultimo colpo di scena con Bela che apre improvvisamente gli occhi per alzarsi dalla bara ridendo demoniaco e il prete che schiatta dalla paura. Non succede, i becchini rovesciano la terra nella tomba. Ma tra le lapidi si diffonde una musica tenebrosa, portata dal vento di Transilvania fino all’altra parte del mondo. Bela Lugosi è morto. Oh Bela. Bela è un non morto. Bela Lugosi is NOT Dead: lui vive, lui è il vampiro.