Andrea Provana (1520 – 1592): Signore di Leynì, fu uno dei grandi del Piemonte. La sua opera politica e militare fece sì che il piccolo Ducato di Savoia potesse guardare con ambizione ad un futuro di potenza nello scacchiere del Nord Italia e negli scenari della storia d’Europa. Andrea Provana e Emanuele Filiberto di Savoia, due nomi che rimasero sempre legati da amicizia, da fedeltà, da servigi durati una vita intera. Andrea fu sempre a fianco del suo signore, diventandone solido braccio destro, fino alla morte del sovrano sabaudo, stroncato da cirrosi epatica dopo essersi sgolato un mare intero di vino rosso. Ma fu con la battaglia di Lepanto del 1571 che il nome dei Provana salì tra i ranghi della grande Storia.

L’espansionismo ottomano di Solimano il Magnifico prima, e poi di suo figlio il Sultano Selim II preoccupava Venezia, il Papa, Filippo II di Spagna. Era in gioco la supremazia dell’occidente nel mar Mediterraneo orientale, Venezia in primis; si scese in guerra. Rullo di tamburi, benedizioni, cannoni caricati. La crociata del mare aveva inizio.

Selim II

Anche i Savoia si gettarono nella mischia e l’ammiraglio di Piemonte rese famoso il nome della cittadina di Leynì (ora Leinì, situata alle porte di Torino). La cosa interessante dal punto di vista storico è proprio la partecipazione del piccolo stato sabaudo nell’epico scontro mediterraneo. I sabaudi, gente di montagna, tosti guerrieri di terra, ai margini della splendente era rinascimentale che aveva illuminato ben altre regioni e città d’Italia, non avevano di certo il mare come loro elemento naturale. Dei montanari in acqua. Va detto che si trattò di una partecipazione assolutamente ridotta rispetto all’entità degli schieramenti: su 210 tra galee e galeazze della Lega Santa, il Ducato di Emanuele Filiberto contribuì con appena tre imbarcazioni, armate nell’unico sbocco marino del dominio dei Savoia, ovvero Nizza.

La ragione dell’intervento fu la vicinanza strategica che vi era tra Torino e Venezia; il Duca guardava con ammirazione alla Serenissima e stretti erano i legami diplomatici tra i due stati. Seppur con forze modeste, ma essere presenti in uno degli episodi più importanti di tutto il XVI secolo – evento bellico di portata mondiale – rappresentava un indubbio fatto di prestigio, un punto d’onore, una condizione per essere riconosciuti a livello internazionale e per affacciarsi a scenari geopolitici più ambiziosi. L’avventura di Lepanto fu dal punto di vista sabaudo una prima promozione in Europa, una dichiarazione di esistenza che poi nei successivi tre secoli sarebbe cresciuta fino ad essere una dichiarazione di esclusività sulle vicende dell’intera penisola italiana. Avanti Savoia, si salpa.

I PROTAGONISTI

Lega Santa: Alleanza strategica tra le varie potenze della cristianità contro il nemico comune. Per una volta si misero da parte divergenze e odi, i turchi erano una minaccia troppo grande per tutti. Sotto l’egida di Papa V strinsero il patto di guerra la Repubblica di Venezia, la Spagna, la Repubblica di Genova, l’Ordine dei Cavalieri di Malta, il Granducato di Toscana, Lucca, i Ducati di Urbino, Mantova, Ferrara e di Savoia.

Selim II: figlio di Solimano il Magnifico e di Roxelana concubina di origine ucraina, la preferita dell’harem. Diventò l’unico erede del grande impero quando suo padre convocò il primogenito Mustafà nella sua tenda e convinto che stesse tramando contro di lui, lo fece strangolare di fronte ai suoi occhi. Salito al trono si dimostrò sin da subito non adatto a tali responsabilità. Debole, alcolizzato fradicio, canzonato come Sarhoş l’Ubriacone, non assomigliava in nulla al padre. La sua omosessualità gli alienò le simpatie del clero e dell’aristocrazia; attorno a lui l’harem e i cortigiani cospiravano manovrandolo come un grasso e dissoluto burattino.

Comandanti della flotta cristiana: comandante generale fu designato ammiraglio degli ammiragli Don Giovanni d’Austria, figlio bastardo di Carlo V e fratellastro di Filippo II, già esperto cacciatore di pirati. Altri illustrissimi nomi a bordo delle galee erano Francesco Maria della Rovere di Urbino, i generali ammiragli veneziani Sebastiano Venier (vecchio ma instancabile massacratore di turchi) e Agostino Barbarigo, Marcantonio Colonna come capitano del Papa, l’ammiraglio di Genova Gianandrea Doria, il comandante spagnolo Álvaro de Bazán marchese di Santa Cruz, e Andrea Provana di Leynì.

Comandanti della flotta turca: Müezzinzade Alì Pascià fu il comandante supremo degli ottomani. La sua testa finì su una picca. L’ala destra era tenuta da Mehmet Shoraq, viceré d’Egitto. Anche lui cadde a Lepanto. Uluç Alì, abilissimo navigatore di origini calabresi detto Occhialì, rapito dai corsari, diventò corsaro di fede musulmana egli stesso. Murad Dragut, figlio del terribile Dragut, toccò la responsabilità delle retrovie.

Le galee: Imbarcazione usata per oltre tremila anni. Veniva chiamata anche galera; c’è infatti un chiaro nesso tra il concetto di carcere e questa nave a remi che era anche una prigione galleggiante. I rematori erano indicati con il nome di galeotti. Giù, nel caldo infernale della sottocoperta, a sudare come bestie da soma, tanti erano i condannati alla pena del remo, lavori forzati di utilità bellica. I turni massacranti erano di quattro ore a lavorar di spalle e bicipiti, cadenzati dai sordi tamburi dei capi-voga e dalle frustate degli aguzzini, i secondini che davano il giusto ritmo sulle schiene dei poveracci. I galeotti mangiavano dopo il tramonto, al buio, per non vedere di che cosa fosse composto l’orrido rancio. Cinquecento uomini potevano essere imbarcati sulle galee più grandi, tra rematori, ufficiali, soldati, marinai, cannonieri.

La truppa crociata: i volontari della pugna portavano il nome di venturieri, non ricevevano la paga ma partecipavano alla spartizione del bottino qualora ci fosse. Partecipavano alle imprese per fede crociata contro gli infedeli, per la preda di guerra, o per solo gusto dell’avventura e delle botte. I cristiani misero in acqua oltre 36.000 combattenti, la maggior parte di loro fanti della corona di Spagna, del pontefice, della Repubblica veneziana. Lo scontro sarebbe stato durissimo, ne erano ben consci allo stato maggiore della sacra alleanza, e ben 30.000 galeotti furono per l’occasione sferrati: erano quei rematori a cui vennero distribuite lame e corazze per farli partecipare alla sarabanda secondo necessità. Menzioni storiche speciali vanno ai tercios del Tercio viejo de Cerdeña, marines cinquecenteschi armati con archibugi all’ultimo grido, ai cecchini veneziani dall’occhio lungo e la mira infallibile, ai marinai genovesi con le armature speciali che potevano essere velocemente sfilate se si cadeva in mare, ai reggimenti Schiavoni istriani e dalmati veterani nella disciplina dell’arrembaggio e nel tagliar gole sulle navi altrui.

La truppa della mezzaluna: i ghazi erano gli incursori, avventurieri della jihad. Gli azap, mercenari armati di picche, spade, archi e frecce, venivano arruolati in tutte le province dell’Impero ottomano. I barbareschi erano considerati ottimi soldati armati di moschetti. Ma la parte del leone dello schieramento del sultano la facevano i famosi e famigerati giannizzeri, l’élite militare dell’impero, la feroce casta guerriera della Sublime Porta. Sulle galee di Selim l’Ubriacone, i giannizzeri di marina, suddivisi in squadre autonome da tre uomini ciascuna (un archibugiere professionista, un arrembatore navigato, un abile arciere) costituivano l’osso più duro e fanatico da battere.  

Lo schieramento della Lega: 204 galee e 6 galeazze (navi più grandi, con più artiglieria a bordo). Tre corni: quello di centro, quello di sinistra e corno destro. Il corno di centro era sotto il comando supremo di Don Giovanni d’Austria, ammiraglissimo di tutta la flotta. Andrea Provana di Leynì lo affiancava a bordo della Capitana di Savoia, con equipaggio sabaudo. A destra vi erano le squadre agli ordini di quel taccagno genovese di Gianandrea Doria. Su questo lato erano schierate, tra le tante di Venezia e di Genova, anche due altre galee del Ducato di Savoia. Si trattava della Piemontesa e della Margarita. La responsabilità del corno sinistro fu invece del provveditore generale della Repubblica di Venezia, Agostino Barbarigo.

Lo schieramento di Alì Pascià: 180 galee, una trentina di galeotte (barche più piccole), un numero imprecisato di brigantini corsari che formavano le forze irregolari della marina ottomana. L’ammiraglio supremo Alì Pascià dirigeva come un direttore d’orchestra bellica la sinfonia di battaglia a bordo dell’ammiraglia Sultana. Sull’albero maestro della nave da guerra di Alì, sventolava una gigantesca bandiera verde su cui 28.900 volte era stato ricamato in oro il nome di Allah.

LA BATTAGLIA

Domenica, 7 ottobre 1571, mattina, golfo di Corinto, al largo della città di Lepanto, città greca sotto il dominio turco. La flotta cristiana si schierò in ordine serrato, compatto; una testuggine titanica di legno, remi e cannoni. Don Giovanni attuò il suo piano. Ordinò alle sei galeazze, fortezze galleggianti più grandi delle normali galee e armate con micidiali bocche da fuoco, di avanzare verso il nemico, e di lasciarle apparentemente isolate. Una ghiotta esca.

Fuoco! I primi ad aprire le danze furono gli artiglieri delle galeazze che fecero ruggire i cannoni all’avvicinarsi dei turchi. Quei mostri marini avevano una potenza di fuoco devastante; erano le super armi di Venezia. Le cannonate picchiarono forte lo schieramento di legno ottomano, rompendolo. Gli alberi cadevano, i remi spezzati volavano in mille schegge, gli scafi si bucavano, i marinai maciullati. Alì Pascià capì che quei colossi avrebbero richiesto troppe perdite per essere espugnate con abbordaggi e ordinò ai suoi capitani di aggirare l’ostacolo delle galeazze.

Non tergiversò, anzi, e optò immediatamente di tentar il tutto per tutto, subito. Tutta la flotta all’attacco frontale! Quello sforzo di remi controcorrente, di arcieri dalle braccia tese e archibugieri affumicati aveva un unico grande ambizioso obbiettivo: afferrare l’ammiraglia crociata Real, ovvero il cervello di tutto l’esercito di mare della cristianità, ed assaltarla. Uccidere Don Giovanni, il capo supremo della flotta della Lega, sarebbe stato un tal colpo da segnare sin da subito le sorti della sfida. Un boccone davvero succulento, e le navi di Alì circondarono l’ammiraglia, pronte a massacrarne gli occupanti.

Frattanto, nell’ala sinistra, si accendevano altri scontri sanguinosi. Fu un duello senza esclusione di colpi quello tra il veneziano Barbarigo e il comandante ottomano Scirocco, che stava manovrando per accerchiare da quel lato le navi della Lega. Barbarigo fu ferito alla testa, a morte. Scirocco, esausto, cadde prigioniero e decapitato sul posto. Tornando al centro, il supremo ammiraglio Alì Pascià, si mise a caccia con la sua nave Sultana. La nave Real, la sua preda. Voleva il duello. Ammiraglia contro ammiraglia, comandante contro comandante. Come se fosse stato un nobile duello del mare tra due cavalieri nemici.

Il vento ora soffiava a favore delle vele turche. Allah è grande, Allah è con il Sultano. Le galee di Pascià venivano avanti. I tamburi di guerra turchi erano assordanti, la sinistra musica dei flauti soffiati dai giannizzeri di marina annunciavano l’imminente carneficina. Le galee di Don Giovanni rimanevano ferme. Gli uomini erano avvolti da un assoluto silenzio, ascoltavano i suoni di morte aspettando la mischia di fumo e sciabole.

Il nemico fu a tiro! Giù tutte le bandiere cristiane! Su il sacro vessillo benedetto da Papa Pio V, lo Stendardo di Lepanto con Cristo in Croce tra i Santi Apostoli Pietro e Paolo. Da ogni ponte di ogni nave si alzò una croce, i sacerdoti dei reggimenti distribuivano le assoluzioni e le estreme unzioni.

Il vento cambiò, ora soffiava a favore delle vele cristiane. Dio è grande, Dio è con il Papa. Non c’era tempo da perdere! Don Giovanni repentino attaccò la Sultana, la tana dell’avversario. L’arrembaggio fu cruentissimo, inutile dirlo. Per primi furono mandati i sardi del Tercio, gente dura e cattiva. Conquistarono la prua. A poppa rimanevano i musulmani, scimitarre alla mano, senza alcuna intenzione a gettare la spugna. Al centro della nave fu il ring, il cuore della lotta e forse della battaglia intera. La violenza bestiale di alabarde su teste, di schioppettate a bruciapelo, di balestre puntate negli occhi, di lame assetate di sangue e affamate di gole, noi posteri possiamo solo immaginarla. Lo scontro fu vinto da Don Giovanni con una gamba squarciata.

Quando anche i legni toscani abbordarono la nave ammiraglia turca, i difensori della mezzaluna cedettero definitivamente, morendo. Anche il loro comandate, Alì Pascià, cadde armi in pugno. Gli mozzarono la testa che fece poi truce spettacolo dall’albero maestro della Sultana, da predatrice divenuta preda. La visione della testa decapitata del loro ammiraglio gettò i turchi nel panico.

Alì Pascià, comandante in capo della flotta ottomana

Prima di guardare al tragico spettacolo dell’epilogo, approfondiamo l’avventura di Andrea Provana e della ciurma sabauda. La galea Piemonte se la passò brutta. Faceva parte del corno destro sotto il comando del genovese Gianandrea Doria. Figura storica ambigua, quel Gianandrea.

Comandava l’ala destra. Quando gli si pararono a prua oltre 90 navi nemiche scelse il disimpegno e si sganciò con la maggior parte delle sue galere dalla battaglia, retrocedendo in mare aperto. Le teorie degli storici sono divise in tre diversi pareri principali. Il Doria forse attuò una strategia che lì per lì pareva essere fuga codarda di fronte al nemico, in realtà una ponderata, cinica e razionale tattica per evitare il disastro delle sue forze inferiori rispetto all’avversario. Qualcuno invece ebbe persino il sospetto di alto tradimento; il genovese avrebbe preso accordi con il nemico per svignarsela sul più bello e lasciare gli alleati in seria difficoltà. O più probabilmente, l’ammiraglio si comportò da pavido e da taccagno visto che non era solo un alto ufficiale di marina ma anche un armatore e i legni sotto il suo comando erano di sua proprietà, da lui costruiti, da lui armati, da lui pagati.

La leggenda di Genova la tirchia forse ha un fondo di verità. Ma lasciamo il giudizio ad altri e preoccupiamoci invece del brutto destino della galera Piemonte, anch’essa facente parte del corno sinistro e che si trovò completamente isolata. Fu stretta da tre navi nemiche, tre squali pronti ad azzannarla. E la morsero con un arrembaggio su più lati, impossibile da ricacciare. L’equipaggio, ufficiali e rematori inclusi, rifiutarono la resa e combatterono fino al fine in una calca immane di pugnali e archibugi. 200 erano salpati, 188 erano ammazzati. Solo una dozzina della Piemonte riuscì a salvare la pelle, seppur feriti male.

Andrea Provana di Leynì

Andrea Provana ebbe anche lui la sua occasione di dimostrare chi fosse. La Capitana fu stretta da due galee ottomane. Pioggia di frecce e dardi, raffiche ravvicinate di moschetti: lo scambio di carezze affilate tra gli equipaggi cristiani e musulmani fu senza pietà. Andrea cadde all’indietro. L’ammiraglio è morto! No, marinai! L’ammiraglio Provana è vivo, ha la testa aperta da una palla di fucile, ma è vivo! Un giannizzero gli aveva sparato nel cranio da distanza ravvicinata. La testa archibugiata, ferita, ma non spaccata definitivamente. Che testa dura, il Provana. Salvato grazie all’elmetto morione (simile a quello delle guardie svizzere), cadde sul ponte della nave, accecato e completamente rintronato dalla botta per oltre mezz’ora, mentre intorno a lui si scatenava l’ira d’inferno.

Quando si rialzò barcollante con la testa bucata e ancora scombussolato dalla schioppettata, tornò subito a dar manforte ai suoi, in prima fila a buttar giù a sciabolate turchi, albanesi, algerini, egiziani, bulgari, tripolitani; insomma tutta la carne da cannone dell’impero di Selim l’Ubriacone. L’arrivo lesto della riserva del Marchese di Santa Cruz schiacciò i reggimenti ottomani che ancora si gettavano all’assalto intorno all’ammiraglia Real e alle altre galee di scorta, come la Capitana. Provana e i suoi, piemontesi e nizzardi di marina, erano salvi, erano vittoriosi.

La battaglia per il Mediterraneo era terminata, l’onda dell’est si era infranta contro lo scoglio dell’ovest. Intorno alla Capitana del Ducato di Savoia, si mostrava agli occhi dei sopravvissuti un’apocalisse di scafi in fiamme, di naufraghi stremati, di acqua tinta di rosso. Non era più un mare, era un cimitero galleggiante.

Lepanto Anno Domini 1571, il giorno in cui il Mediterraneo prese fuoco.


N.d.A. All’interno del testo s’è voluto inserire un brano musicale di Alessio Mariani, in arte Murubutu, sperimentatore e fautore di “rap culturale e didattico”. Per il sottoscritto, che non è un cultore di musica rap, si tratta di un’ottima scoperta. Il testo della canzone merita di essere riportato per intero, perché prova egregia di poesia e storia. La bellezza della Storia è anche questa: riuscire a raccontare episodi importanti della nostra memoria attraverso nuovi linguaggi, coinvolgenti e passionali.

La spia turca entrò alla notte nel golfo, fra le onde del porto

Aveva issato vele nere per non essere scorto su a bordo

Contò le navi nemiche sul posto rimanendo nascosto

Poi riferì a sua maestà l’entità della flotta pronta allo scontro

La flotta della Santa Alleanza, di Venezia e di Spagna

In nome della santa fede, truppe della Santa Sede, Genova e Malta

Comandate da Giovanni d’Austria che reggeva sull’acqua

Una croce d’oro e la resse alta per la durata dell’intera battaglia

 

La furia abbatte qua un’altra bandiera, un’altra barriera, un’altra frontiera

Dal mare si alza là un’altra alba nera e bo-bo-bombarda un’altra galera!

E l’onda abbatte qua un’altra bandiera, un’altra barriera, un’altra frontiera

Dal mare si alza là un’altra alba nera, e bo-bo-bombarda… bo-bo-bombarda…

 

Il vento cambiò in un attimo decretando l’attacco

Il Cristo contro la Sublime Porta all’imbocco del golfo di Patrasso

E flotta contro flotta e fu in un attimo impatto

Ma la forza d’urto delle galeazze di San Marco travolse ogni ostacolo

Le trentotto bocche da fuoco fecero il vuoto sui nemici

Il rumore del fasciame schiantato da palle di piombo da quaranta chili

Sfasciato da bocche da fuoco di quaranta tipi

Che frantumavano troppe prue e poppe in rotte, mosse da attriti precisi

Il contrattacco ottomano non si fece aspettare

Arrivarono suonando tamburi che fecero tremare il mare

Poi dalle volte gli arcieri, scontri in pochi metri

I galeotti morivano incatenati ai remi passati dalle lame

Dopo il divieto completo di guardarsi indietro

Alle tempesta di frecce si unì il diluvio cieco del fuoco greco

Raggiunsero l’ammiraglia reale stringendola in un morso

Volarono i ganci, il suono del rostro sul corpo in legno di cedro

Sui lati gli ultimi scontri fra navi di scorta

Tra le navi di Alì il corsaro apostata e la flotta di Doria

E come vendetta per la sconfitta di Famagosta

La testa mozza del pascià fu issata in segno di vittoria perché fosse scorta

Quando scese la sera il mare era pieno di rottami di navi, teste di scafi

I superstiti mossero in forze verso la baia vicina

Naufraghi a strati, fuochi alti sui lati dei bastimenti incendiati

Solo due navi portarono notizia alla vicina Messina

Fu un ecatombe di morti e colpiti, di monchi o spariti ma

La morte come nube sulle frotte dei volti dei molti feriti;

Ma Lepanto alla fine del conto non fu fine di molto:

Forse la fine del primato turco sui mari, del primato del mare nostrum

Ma nel conflitto perenne fra occidente ed oriente non cambiò niente:

Cambiarono tempi, armi, ma non l’equilibrio fra le potenze

Le contese fra gli alleati della lega presente

Superava la lotta perenne contro le tenebre del nemico di sempre

E come disse il sultano dopo la sconfitta cocente

Quando seppe dei suoi capi falciati dalle frecce

Delle carcasse di navi spiaggiate sulle secche “gli infedeli mi hanno bruciato la barba, argh, crescerà nuovamente!”

TU AFFONDACI SE CI RIESCI!