Si sa, noi italiani tendiamo a dimenticare, a rimuovere il nostro passato. Preferiamo vivere un eterno presente che ci tranquillizzi, che ci coccoli, che ci permetta di tirare a campare senza troppi pensieri. Che sia colpa del nostro temperamento mediterraneo o della mancanza di spirito nazionale o di entrambi i fattori sommati, poco importa, il risultato non cambia. Rimuoviamo amori e passioni che fino al giorno prima ci hanno infiammato l’anima con una semplicità disarmante, neghiamo il nostro passato per non doverne pagare le conseguenze, illudendoci che questo possa avvenire. Al contrario, ogni giorno, versiamo l’obolo che la nostra viltà esige. Impossibile negare che le ferite, inflitteci da date e avvenimenti del secolo scorso, stiano ancora sanguinando. Sordi, al nostro stesso dolore, perseveriamo nel più idiota degli errori: dimenticare. E’ a questa mancanza che, Valentino Quintana, cerca di porre rimedio con il suo ultimo romanzo: Fratelli contro.

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La storia dei due fratelli Gherdovich si presta benissimo alla narrazione degli avvenimenti politico militari che sconvolsero la nostra nazione nella metà del secolo scorso. Figli di un importante esponente del PNF, si ritroveranno protagonisti delle avverse passioni politiche dell’epoca. Giorgio, fervente fascista, combatterà fino allo spasimo per difendere i confini orientali della patria dall’orda titina, al contrario Mattia, avvilito dal comportamento poco ortodosso di alcuni esponenti dell’amministrazione italiana della nuova provincia di Lubiana, si schiererà addirittura, con le forze di occupazione slave che tentavano di strappare la Venezia-Giulia alla naturale appartenenza italiana.

Condensate in un unico testo, le varie tesi poste in campo dalla storia, hanno finalmente la possibilità di essere sviscerate dal lettore senza pregiudizi politici o razziali. E’ infatti compiutamente raccontata l’intera vicenda della provincia di Lubiana e quella degli attori che l’hanno, nel bene e nel male, resa possibile. Sono due gli avvenimenti che possono rappresentare al meglio l’intreccio delle passioni che imperversarono in quel periodo: il trinceramento di Lubiana e la battaglia di Tarnova.

Lubiana occupata: oltre trenta i chilometri di filo spinato e bunker

Lubiana occupata: oltre trenta i chilometri di filo spinato e bunker

Il primo episodio, accompagnato dalla crudezza della lotta anti-partigiana, è divenuto, con il tempo, l’archetipo della cultura resistenziale, perlomeno in quell’area d’Italia. Di fatti, Per contrastare gli atti di rivolta compiuti dalla popolazione locale, nella notte fra il 22 e il 23 febbraio 1942 le autorità militari italiane cinsero con filo spinato e reticolati l’intero perimetro di Lubiana, disponendo un ferreo controllo su tutte le entrate e le uscite. Il recinto era lungo ben 41 chilometri. Furono arrestati 18.708 uomini; di questi 878 furono mandati in campo di concentramento. Fino alla capitolazione dell’Italia, avvenuta l’8 settembre 1943, le autorità militari italiane fucilarono, per rappresaglia, oltre 100 ostaggi.

Un’ attività repressiva di certo notevole e che venne ripagata nei primi mesi del ’45 con un congruo interesse. E’, infatti, difficile non scorgere la volontà colonizzatrice delle truppe titine nei confronti delle terre italiane a guerra, quasi, ultimata. In questo scenario di “reflusso di marea”si consuma l’ultimo tentativo di difesa della Venezia-Giulia da parte di un esercito italiano. Per tutti è, semplicemente, la battaglia di Tarnova anche se battaglia per la difesa di Venezia sarebbe più veritiero come nome.

Fante di marina del Battaglione Fulmine

Fante di marina del Battaglione Fulmine

Il piccolo centro abitato, ormai spopolato ed evacuato dalla popolazione civile, si trovava in una posizione altamente strategica, poiché dominava la Statale 307 che collegava Aidussina a Gorizia, una delle principali arterie viarie carsiche. A partire dal 9 gennaio 1945, il Battaglione Fulmine, dopo aver rilevato precedenti reparti operanti nella zona, alle prime avvisaglie di un’offensiva slava, decise la fortificazione dell’area, procedendo alla costruzione di diversi fortini e nidi di mitragliatrici, con campi minati disseminati tutto intorno. Forte di 216 uomini al comando del Tenente di Vascello Elio Bini.

I primi, sporadici, combattimenti iniziarono tra il 12 e il 13 gennaio 1945 vedendo coinvolte inizialmente le pattuglie dei Volontari di Francia in perlustrazione, mentre isolati colpi di mortaio cominciarono a colpire l’abitato di Tarnova, senza però causare né morti né grossi danni agli uomini del Fulmine. Ma il 19 gennaio, verso le 05.40 di notte, una pioggia di granate cominciò a riversarsi sulle postazioni italiane, investendo in pieno tutti i capisaldi: i partigiani slavi, nonostante la superiorità numerica di tre a uno, alle ore 13.00 non erano riusciti a penetrare tra le linee della Decima MAS, riportando al contempo pesantissime perdite: oltre ottanta morti e 150 feriti, a fronte di dodici Marò uccisi e 25 feriti; inoltre, in arditissime azioni, vennero catturate anche armi pesanti, tra cui diversi mortai, che furono prontamente utilizzate contro gli attaccanti.

Cartina delle operazioni militari durante la battaglia di Tarnova

Cartina delle operazioni militari durante la battaglia di Tarnova

Il giorno seguente l’assalto jugoslavo riprese più furioso che mai, appoggiato in larghissima parte dal fuoco dei mortai, che distrussero uno per uno i bunker tenuti dalla 3ª Compagnia Volontari di Francia: i Marò, costretti a ripiegare per le pesanti perdite subite (sessantadue morti e ventisette feriti), posero la loro nuova linea di difesa in alcune abitazioni situate in posizione dominante. Da tenere presente che, armati di sole mitragliatrici, ressero l’urto di oltre 1500 slavi armati di mortai e, alcuni reparti, anche di cannoni anticarro con cui demolirono ulteriormente altri bunker con all’interno i loro difensori.

A corto di munizioni e realizzate rudimentali bombe a mano utilizzando cassette portamunizioni e scatolette di viveri vuote, la forza del Battaglione Fulmine si ritrovò pressoché dimezzata, tra morti, feriti e dispersi (di questi ultimi, fatti prigionieri, vennero poi fucilati dai partigiani slavi). Nella notte del 21 gennaio, cogliendo di sorpresa gli stessi Jugoslavi, sicuri dell’imminente capitolazione degli ultimi reparti italiani, il Fulmine tentò, con successo, una sortita verso sud, riuscendo, al costo però di nove caduti, ad alleggerire la pressione avversaria e riconquistare alcune posizioni perdute. Ormai erano rimasti abili al combattimento solo una trentina di uomini in tutto, che si asserragliarono nelle loro ridotte reggendo nuovamente gli attacchi del nemico: la mattina, una colonna italo-tedesca composta dai Battaglioni Valanga e Sagittario della Decima MAS, da tre carri tedeschi e da un’aliquota di polizia germanica, mossero in direzione di Tarnova, rompendo l’accerchiamento e traendo in salvo gli ultimi superstiti. Ritiratisi da Tarnova, i Titini non risparmiarono quei Marinai feriti che avevano trovato riparo all’interno di una abitazione del paese, adibita a posto di medicazione. I superstiti del Battaglione Fulmine rientrarono a Gorizia, dove furono accolti tra gli applausi della popolazione per lo scampato pericolo di essere conquistati da Tito.

Tarnova della Selva: marò della "Decima" posano accanto ai corpi di partigiani della "Kosovel" caduti nel corso degli scontri del 19-21 gennaio 1945

Tarnova della Selva: marò della “Decima” posano accanto ai corpi di partigiani della “Kosovel” caduti nel corso degli scontri del 19-21 gennaio 1945

Il romanzo di Valentino Quintana racconta, con i dovuti particolari, queste e altre storie, donandoci gli strumenti per poter “ricordare”. Negarci il  passato è stato, e rimane il nostro più grande errore, fin quando non riusciremo a superare le nostre divisioni di classe o di fazione, difficilmente, potremmo chiamarci popolo, sicuramente, non saremo liberi.