Château de Ferrières, 12 dicembre 1972. Quelle che vedrete sono le foto tratte dal ballo in maschera dato dalla baronessa Marie-Helene Rothschild moglie del potentissimo banchiere ebreo Guy de Rothschild. Sono immagini bizzarre ma con un velo scuro che inquieta.

I Rothschild erano e sono ricchissimi; no, pardon, non si tratta di semplice ricchezza, si tratta di qualcosa di più, di immenso e incalcolabile con i canoni contabili dei comuni mortali. Marie-Helene, regina mondana dell’high-society di New York e signora delle sofisticherie dell’aristocrazia parigina, diede ricevimenti sfarzosi e balli fiabeschi nel maestoso castello di Ferrières a ventisei chilometri da Parigi, considerata nel XIX secolo come la più grande e lussuosa dimora di Francia.

Un aneddoto sul Château de Ferrières. Quando l’antenato di Guy de Rothschild, il barone James de Rothschild, visitò Mentmore Towers nel Buckinghamshire, la sontuosa magione di suo cugino il barone Mayer Amschel de Rothschild, fu rosicchiato dal tarlo dell’invidia che affligge i multimiliardari che fanno a gara di sfoggio. Tirò per la giacca l’architetto di suo cugino, Sir Joseph Paxton e gli ordinò di realizzare una casa anche per lui:

Costruiscimi una nuova Mentmore Towers, ma che sia il doppio delle dimensioni!

Ferrières, in stile neorinascimentale di gusto italiano ma all’ennesima potenza, vanta ottanta camere da letto per gli ospiti, trenta chilometri quadrati di foresta, oltre un chilometro quadrato di giardini, una colossale sala centrale come cattedrale per il culto di Edoné, colonne di atlanti e cariatidi, collezioni di statue, una biblioteca di oltre ottomila volumi. Al gala d’inaugurazione fu invitato anche Napoleone III, forse in qualità di illustre debitore.

Un altro aneddoto sul Château de Ferrières. In seguito alla guerra franco-prussiana del 1870-71, fu visitato dall’imperatore di Germania Guglielmo I. Guglielmo sbottò:

«Teufel! Nessun re può permettersi questo! Può appartenere soltanto ad un Rothschild!»

Forse anche Guglielmo I era un illustre debitore dei Rothschild.

La sala da ballo

ROTHSCHILD ILLUMINATI SURRALIST BALL

Ballo degli Illuminati – Cena Surrealista.

Gli inviti erano scritti al contrario: occorreva uno specchio per decifrarli.

Dress code: abito da sera, cravatta nera, testa in mongolfiera.

Eccentricità tra sogno e follia: loro volevano e potevano farlo, non erano esseri umani normali uguali agli altri, uguali a noi.

Elite occulta e circoli perversi oppure solo giochi d’immaginazione e rappresentazione di ricca vanità?

Gli ospiti arrivarono annunciati dal rumore delle gomme bianco-nere delle loro Rolls-Royce sulla ghiaia del viale lungo come una salita all’Eden o una discesa nell’Ade. La prima sorpesa fu la facciata di Château de Ferrières: fasci di luce di potenti riflettori da contraerea rendevano il volto di pietra della gigantesca dimora di un color rosso inferno con le fiamme in movimento per un caldo benvenuto.

Il fastoso ingresso fu palcoscenico di immediata bizzarria felina. Una truppa di camerieri e valletti mascherati come gatti faceva le fusa sullo scalone principale. I servi soriani si accarezzavano l’un l’altro, fingevano di dormire raggomitolati sugli scalini di marmo, miagolavano agli ospiti divertiti, sornioni si facevano accarezzare le teste dalle mesdames, si strusciavano lascivi sui mancorrenti. Poveretti, cosa non si fa per la pagnotta e i croccantini.

 

Gli invitati entravano poi in un grande labirinto allestito dentro sale e corridoi, in un’ingegnosa ed esagerata scenografia di ragnatele e oscure soprese. Chi si perdeva, poteva sempre invocare l’aiuto di un servo soriano.

I piatti erano coperti di pelliccia, i tavoli decorati con tartarughe imbalsamate e gli aperitivi serviti su un manichino addormentato come un cadavere su un letto di rose. Tra le forchette, pesci morti. Burle di cannibalismo, scherzi di formaggio fuso di capra secondo la ricetta della malinconia post-coitale. Tra i tavoli strani, le posate nel caos e i centrotavola scappati dai quadri di De Chirico e Magritte, non poteva mancare il surrealismo incarnato e allora ancora vivente, Salvador Dalí, il grande sognatore. Il grande sognatore Salvador Dalí si era prestato a disegnare molti dei costumi della festa, e lui si presentò senza indossare alcuna maschera, solo un elegante frac bianco. Ma lui era il surrealismo incarnato, faceva quello che gli pareva; la cravatta bianca, i suoi baffi uncini e l’occhio invasato spiritoso erano più che sufficienti.

Audrey Hepburn era tra gli invitati, con la testa ingabbiata come se fosse un bel colibrì.

Il padrone di casa che sembra Michael Caine aveva in testa una sorta di trionfo di selvaggina.

La padrona di casa che sembrava Satana in gonnella indossava una mostruosa testa di cervo che piangeva lacrime di diamanti veri.

Poi assurdi pennacchi su impeccabili smoking, pitture facciali, decolté pennellati, neo Monne Lise destrutturate, quadruple facce, scarabei e libellule da mondi delle fate, teste come planetari, grammofoni tra i capelli, personaggi fuggiti dalle tele di Magritte Ceci n’est pas une pipe – Ceci n’est pas une fête.

Menù della cena surrealista:

– Entrèe

Soupe extra lucide – zuppa extra lucida

Imbroglio de cadavres exquis – imbroglio di cadaveri squisiti

 

– Plat Principal

Lady and Sir Loin – La Signora e il Signor Loin (primo cannibale)

 

– Second Plats

Tubercule en folie – Tuberi folli

L’es tu? – ???

 

– Dessert

Pêches et Chevres hurlant de Tristesse – pesche e formaggio di capra urlanti di tristezza

 

Le immagini, di situazioni reali, fanno venire subito in mente la finzione di Eyes Wide Shut, l’ultima pellicola di Stanley Kubrick.

Inoltre, per la celebre scena della festa orgiastica in maschera, Kubrick volle un’altra grande proprietà dei Rothschild già menzionata, la strepitosa Mentmore Towers, in Inghilterra.

Ancora un’ultima curiosità sul Château de Ferrières. Roman Polanski scelse quell’edificio faraonico per ambientare alcune scene del suo “La Nona Porta” film tratto da un romanzo di Arturo Perez-Reverte Il club Dumas (ben altra cosa rispetto alla pellicola) su inquietanti temi come Lucifero, satanismo e magia nera. Si è inserita la scena seguente non tanto per il fiacco sabba stregonesco con cappucci neri e menate varie sui soliti cliché satanassi, bensì per dare una sbirciata agli interni del castello che fu dei Rothschild.

Comunque, davvero troppo poco per qualsiasi azzardata e scandalistica insinuazione. Sarebbe sciocco. Sarebbe fare del sensazionalismo da rotocalco postumo. Quasi di certo fu solo un’eccentrica mascherata per potenti annoiati; una soirée festaiola all’Olimpo del denaro. Ma noi comuni mortali rimaniamo a fantasticare su incantesimi e seduzioni a noi proibite. Abbiamo il diritto e il dovere di fantasticare. Le nuvole non ce le deve togliere nessuno, ci appartengono per l’eternità, sono nostre. Nelle nuvole, lassù, possiamo infilarci la testa quante volte vogliamo, anche e soprattutto se non ci chiamiamo Rothschild.  

Obscured by clouds, oscurati dalle nuvole.

Il cadavere squisito berrà il vino nuovo.

Secondo me si sono divertiti, quei raffinati cicisbei, quelle sciccose maliarde.

Dopo decenni, immergendosi in apnea nella propria immaginazione, ci ritroviamo ad aggirarci storditi tra saloni arredati d’allucinazione e ospiti scappati da fantasiosi deliri, e siamo in smoking ebbri di champagne con un orologio sciolto al polso, un’aragosta in testa che fuma la pipa e una nuvola bianca nel taschino. Ci guardiamo attorno, altre figure ci scrutano, ci gira la testa, la vista si annebbia, le figure perdono le loro forme, si dilatano e si trasformano; siamo come sotto l’effetto di un potente allucinogeno: volti dai cento occhi, corna di caproni, salotti fucsia, corridoi verdi fluo, il barone di Münchhausen in groppa al cavallo lituano tagliato a metà salta sul tavolo d’onore, gli atlanti e le cariatidi prendono vita  e si staccano dalle colonne per ballare un tango argentino, una luna d’argento scintilla sopra un biliardo dove giocano orsi e coccodrilli, i servi soriani s’azzuffano su una lisca di pesce con graffi e versi da fiere feroci, la testa di Dalí gigantesca diventa un pallone aerostatico fluttuante nella sala degli specchi … i pensieri sprofondano dentro un vortice e affogano … l’oblio …

Maledetto banchiere ma che diavolo ci hai messo nel bicchiere?!?