La Sarajevo assediata del 1993 assumeva il volto di una distopica realtà all’interno dei confini europei. La nascente comunità che si faceva fregio di aver sconfitto la guerra e aver donato all’Europa una nuova dimensione di pace, trovava nel territorio bosniaco una coperta troppo corta per avvolgere tutte le contraddizioni storiche e finanziarie forzatamente oscurate dal capitale continentale. Nelle guerre jugoslave si scorgevano i conflitti interinali dei vari stati europei, così che le posizioni della riunificata Germania – appoggiata dal governo di Washington – spesso si scontravano con quelle della Francia – la maggior parte delle volte in asse con l’Inghilterra – e altrettanto spesso con quelle del governo di Mosca creando così un impasse in seno alle decisioni delle organizzazioni internazionali.

L’assedio della capitale bosniaca continuava, dunque, in un ossimoro di silenzio sotto gli sguardi distratti di mezz’Europa. La particolare posizione geografica della nazione all’interno dei confini della vecchia Jugoslavia, aveva reso i territori bosniaci centro di resistenza per una possibile invasione nemica, così che il governo di Tito aveva optato per la collocazione dello sviluppo dell’industria bellica proprio nei territori limitrofi a Sarajevo. L’avanzata serba, e la corrispettiva occupazione di tali poli industriali da parte della vecchia Armata Popolare, faceva sì che le strade sarajevesi fossero bersagliate con proiettili prodotti proprio dalle stesse industrie locali, castrando ancor di più la possibile resistenza armata bosniaca.

Foto di Sarajevo 1992, recuperata da archivi stato di Sarajevo e modificata da Arianna Cavigioli

Il governo di Sarajevo per fronteggiare l’assedio serbo era stato costretto a razionare i rifornimenti, non solo di cibo ma anche di acqua. L’8 luglio l’alto commissario dell’UNHCR, Sadako Ogata, in visita nella capitale, aveva lanciato un drammatico appello avvertendo che 380.000 persone erano sull’orlo della fame e accusando le parti in lotta di servirsi degli aiuti umanitari come arma contro il nemico. Il funzionario dell’UNHCR ammoniva la comunità internazionale sullo scoppio di possibili epidemie di tifo e colera dato il collasso della canalizzazione e l’ammucchiarsi nelle strade di rifiuti che nessuno raccoglieva. La situazione all’interno della città andava verso un progressivo peggioramento, e il confine tra il lecito e l’illegale, tra il giusto e lo sbagliato diveniva sempre più labile. Joze Pirjevec riporta come:

All’attività mafiosa presero parte naturalmente anche politici e capi militari corrotti, come pure caschi blu, favorendo il diffondersi di un’atmosfera di paura e sfiducia generale. […] A Sarajevo i soldati dell’ONU sono diventati profittatori di guerra. Banchettano sui resti di una città morente.

Per quanto l’eco dei massacri serbi raggiungesse tutt’Europa la macchina di condanna si mise in moto con estrema lentezza.

Nel 1993 il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia tenne la sua seduta inaugurale, la fiducia che i musulmani posero su di esso però venne spezzata con estrema velocità: l’organo giudiziario si rivelò inadeguato nel fermare gli attacchi serbi che continuarono come se nulla fosse cambiato. Secondo Antonio Cassese, primo presidente del Tribunale penale internazionale per la Jugoslavia:

Eravamo undici giudici e un pezzo di carta; non c’era nulla di concreto.

Tra i vari impedimenti che il Tribunale fu costretto a subire vi furono anche degli ostacoli posti da alcuni Stati, Francia e Gran Bretagna in prima fila, come nel cd caso Cherif Bassuoni, che si vide rifiutato l’incarico come pubblico ministero in quanto mancava d’’esperienza. In realtà secondo il New Statesman, il professor Bassuoni aveva, rispetto ad altri candidati, il difetto di esser troppo informato: quale capo della commissione di esperti incaricata nell’ottobre 1992 dal consiglio di Sicurezza di indagare su crimini di guerra nell’ex Jugoslavia, egli aveva infatti raccolto una serie di prove sul conto dei “lader” secondo cui Owen D. e l’Occidente stavano trattando per consegnare loro la parte maggiore della Bosnia-Eregovina ai serbi.

Una casa a Sarajevo, immagine scattata da Arianna Cavigioli, 2018

Sembra, dunque, abbastanza chiaro che l’intento degli organi internazionali fosse quello di nascondere il più possibile ciò che stava accadendo in Bosnia. Le stesse testate europee, finanziate in gran parte da partiti complici del massacro, distorcevano le notizie a seconda dei voleri delle classi dominanti nazionali, scaldando il pelo al popolo a seconda delle necessità. Non è sbagliato quindi asserire che all’interno del conflitto fossero racchiusi tanti micro conflitti: uno di essi si svolgeva sul campo mediatico. Intanto nella Sarajevo assediata la testata nazionale dell’Oslobođenje incarnava lo spirito di resistenza bosniaco portando avanti, in maniera eroica, la sua battaglia per la libera informazione.

Fondato il 30 agosto del 1943 come giornale antinazista, durante i quattro anni di assedio non saltò una sola pubblicazione, anche quando l’edificio, in seguito ai bombardamenti del 1992, si accartocciò su se stesso lasciando in piedi solo la torre degli ascensori. Sotto la guida del caporedattore Kemal Kurspahic, i giornalisti, senza farsi intimorire dai continui attacchi “bauhasiani” – così il team del giornale chiamava gli assedianti per le configurazioni “artistiche “che facevano prendere alla sede a causa dell’incessante offensiva serba – lavoravano nei sotterranei, a lume di candela. A causa della chiusura dell’elettricità, l’assenza di acqua e di telecomunicazioni, Oslobođenje era costretto a proseguire con plotter e impianto a mano alimentato a nafta.

Immagine recuperata da archivio di stato di Sarajevo, 1992

Cambieranno il colore della carta, l’aspetto e i caratteri delle parole, ma Oslobođenje rimarrà, e costantemente, in lotta per il conseguimento della libertà e per la dignità della parola pubblica: Oslobođenje andrà fino in fondo.
(intervista rilasciata a FAMA, dichiarazione di Kemal Kurspahic, 1993)

Fu fondamentale, oltre che la perseveranza da parte dei lavoratori del giornale, i quali rischiavano quotidianamente la vita anche solo nel recarsi sul posto di lavoro, il sostegno economico e non solo di testate estere come Reporters sans frontieres. La situazione catastrofica in cui riversava Sarajevo attirò, infatti, l’attenzione di alcune comunità intellettuali estere. Nel 1993 Jean-Louis Fournel, all’epoca professore di cultura del Rinascimento italiano all’Université de Paris 8, con il sostegno del collega e docente Pierre Bayard, fondò l’associazione Comité Paris 8 – ex Yugoslavie.

I due professori organizzarono conferenze nel proprio paese per sensibilizzare l’opinione pubblica rispetto alla guerra che si stava svolgendo in Bosnia e scrissero lettere di opposizione ai giornali francesi che appoggiavano le politiche di Mitterland in favore della Serbia. Con l’adesione di altri docenti Comité Paris 8 – ex Yugoslavie inviò libri, riviste e pubblicazioni all’Università di Sarajevo per sopperire alla distruzione della Biblioteca nazionale incendiata nella notte del 25 agosto 1992.

Immagini dell’archivio Oslobodjenje, 25 agosto 1992, Sarajevo bilioteca nazionale, foto modificate da Arianna Cavigioli

Lo stesso Jean-Louis Fournel, fallito il progetto iniziale di mandare a Sarajevo un professore universitario per ogni disciplina, si recò due volte in città (nel 1994 e poi nel 1995) per tenere delle lezioni aperte a tutti presso l’università. Purtroppo però i pochi libri rimasti, quelli che non erano diventati torcia per illuminare o fiamma per scaldare, giacevano sui tavoli rotti del mercato, accanto al dentifricio e al lucido delle scarpe.

Immagine tratta dall’ARCHIVIO OSLOBODJENJE, modificata da Arianna Cavigioli, 1993

[…] Invece di finire in libreria, i libri oggi non si trasformano che in fumo. Invece di riempire gli scaffali decorati, sono divenuti merce di scambio per carbone e legna. […] Scrittori e intellettuali fanno una selezione nelle loro ingombranti biblioteche e si salvano la coscienza riscaldandosi con la voluminosa letteratura marxista che hanno minuziosamente raccolto nei decenni passati. (Unclassifiable war’s books and writers, Oslobođenje, 1994.)

Quantomeno, mentre si bruciavano libri per sopravvivere, non cessarono dibattiti e letture di poesie, scrivevano drammaturgi, letterati e giornalisti, i quali tentarono di pubblicizzare il più possibile la moltitudine di eventi culturali che venivano promossi da artisti individuali, teatri, musei nazionali e piccoli circoli improvvisati.

L’esperienza di Oslobođenje rappresenta il ferreo senso del dovere da parte dei suoi collaboratori nel fronteggiare la proliferazione di notizie false, provenienti o sovvenzionate da organi di potere esterni e interni al paese, attraverso la difesa della reale informazione diretta. La necessità di resistere veniva trasmessa alla popolazione di Sarajevo in modo capillare proprio durante l’azione di distribuzione del giornale, che, a dire del caporedattore, le organizzazioni internazionali facevano di tutto affinché non arrivasse in città.