Erano chiamati Arditi, erano reparti d’assalto utilizzati dall’Esercito Regio durante la Prima Guerra Mondiale. Compivano un addestramento speciale, erano coraggiosi, avevano in spregio il senso del pericolo, erano fisicamente prestanti e sempre in prima fila quando c’era da combattere, soprattutto con l’uso dell’arma bianca, il pugnale. Parteciparono attivamente all’impresa di Fiume del 12 settembre del 1919 sotto la guida del vate-combattente Gabriele D’Annunzio, che portò la maggior parte di essi tra le fila dei Fasci di Combattimento, i celebri sansepolcristi capeggiati da Benito Mussolini, ex direttore del quotidiano socialista Avanti!

Arditi italiani durante la Prima Guerra Mondiale

In quella prima riunione, tenutasi il 23 marzo del 1919 a Milano, nel Palazzo degli Esercenti in piazza San Sepolcro, l’allora direttore del Popolo d’Italia espresse alla platea convenuta il suo variegato programma politico: contro le dittature, da quella della sciabola a quella della tiara, l’abolizione del Senato Regio, l’instaurazione della Repubblica, il voto alle donne, la terra ai contadini con coltivazione diretta, la giornata legale di otto ore per i lavoratori ma anche una rivoluzione nazionale, la lotta ai socialisti riformisti e al parlamentarismo. Nella sede erano ben in vista i simboli degli arditi: il pugnale e il teschio sulla scrivania del capo politico romagnolo, il fascio littorio in onore della storia romana sui gagliardetti neri. Gli stessi convenuti portavano una camicia nera e un fez dello stesso colore.

Nacquero in questo modo i Fasci italiani di combattimento. Tra loro un giovane Pietro Nenni, già repubblicano-mazziniano, che sarà responsabile del Fascio di Bologna per poi divenire, tre anni dopo, acerrimo nemico del fascismo mussoliniano e uno dei massimi dirigenti del Partito Socialista Italiano.

I Fasci emiliani e della bassa Lombardia avevano organizzato squadre armate di manganello per punire i contadini rivoltosi e per mettere a soqquadro le case del popolo dei socialisti. Più volte furono assaltate e distrutte anche le sedi sindacali. I gruppi di industriali del Nord e i proprietari agrari fecero pervenire molti finanziamenti in denaro a Mussolini, incoraggiandolo a spostare la sua politica più a destra. Mussolini cominciò a intrecciare in quell’area una serie di contatti e di alleanze: con i nazionalisti di Luigi Federzoni, con alcune aree cattoliche del Partito popolare e con i liberali di Antonio Salandra. Il Popolo d’Italia da “quotidiano socialista” si trasformò in “quotidiano dei produttori e dei combattenti” divenendo l’organo del Partito Nazionale Fascista.

Il gruppo della cosiddetta sinistra interventista, formatasi nel 1914-15 che aveva appoggiato Mussolini fino a quel tempo, prese le distanze da lui. Gli ex socialisti, i sindacalisti rivoluzionari, i repubblicani, gli esponenti della UIL, i futuristi e gli Arditi che si erano espressi precedentemente con Mussolini a favore dell’entrata in guerra dell’Italia, a fianco di Francia, Regno Unito e Russia, col cambio di rotta del movimento fascista non vedevano più la possibilità di far cadere la monarchia e instaurare una repubblica socialista, come era nei primi intenti di questo gruppo.

La maggior parte di loro si rifiutò di cambiare linea e di seguire la virata di Mussolini a destra. Ed è per questo motivo che il 22 giugno del 1921, a Roma, l’ex tenente degli Arditi assaltatori “Fiamme Nere” Argo Secondari, di cultura politica anarchica ma sostenitore di una Repubblica dei Soviet, fondò una formazione paramilitare di ex veterani nei quali gli esponenti della sinistra interventista trovarono una loro collocazione naturale. Secondari ne divenne il capo-direttorio e l’ex sergente maggiore degli Arditi Pierdomenici fu il suo braccio destro. L’intento era quello di contrapporsi con le armi alle camicie nere del fascismo e alle sue squadre d’azione, i cui esponenti erano ritenuti ormai dei reazionari, traditori del socialismo e venduti al capitalismo industriale ed agrario. Nacquero così gli Arditi del Popolo.

La scure che rompe il fascio littorio. Uno dei simboli degli Arditi del Popolo

Secondari, già amico di D’Annunzio che, è bene ricordare, non fu mai fascista, si rivolse così ai convenuti della prima assemblea di fondazione degli Arditi del Popolo:

Arditi, lavoratori, proletari, oppressi, fino a quando i fascisti continueranno a bruciare le Case del Popolo, case sacre ai lavoratori, fino a quando i fascisti assassineranno i fratelli operai non potremo con loro aver nulla in comune. Un solco profondo di sangue e macerie divide i fascisti dagli Arditi.

Il 2 luglio si tenne l’assemblea presso l’Associazione Nazionale Combattenti di Roma: tremila Arditi sfilarono nell’orto botanico della capitale. Si tenne poi un’altra assemblea per pianificare lo sviluppo di questa struttura in tutt’Italia. Due mesi dopo, comparve sul “Giornale di difesa proletaria” un appello di Vittorio Ambrosini, ex ufficiale degli Arditi, per la formazione di un unico fronte antifascista.

Gli Arditi del Popolo furono infatti la prima formazione antifascista che la storia ricordi. Patrioti che si diedero il compito di difendere gli operai e, più in generale i lavoratori, dalle minacce delle squadracce fasciste. Si proclamavano apertamente filo-sovietici e repubblicani. Contavano 55.000 aderenti suddivisi in 144 sezioni nazionali. Erano strutturati in battaglioni, compagnie e squadre. Ogni squadra era composta da 11 elementi. Facevano esercitazioni armate e di difesa personale. Il loro simbolo era un teschio, con orbite rosso vivo e con un pugnale tra i denti, cinto da una corona d’alloro. Il loro motto era dannunziano, lo stesso dei fascisti: “A noi!”. Nel loro labaro stava scritto “Lavoro o Morte!”. Nel gagliardetto era invece riprodotta una scure che spezza il fascio littorio. La loro divisa era così composta: maglione nero, pantaloni grigio-verdi, una coccarda rossa sul petto. Molti di loro indossavano il classico elmetto degli arditi, l’Adrian. Le loro parole d’ordine erano: eterna giovinezza, uguaglianza, difesa dei più deboli e della classe lavoratrice.

A questa force de frappe, composta da ex Arditi ed esponenti della sinistra interventista si aggiunsero molti socialisti massimalisti, comunisti e soprattutto anarchici, per lo più ex militari, impiegati statali, operai e contadini. Non volevano riconoscersi in nessun partito antifascista in particolare né mai ebbero l’intenzione di fondarne uno. Credevano fermamente solo nell’autorganizzazione e nell’autodifesa del popolo, costituendosi quindi come un movimento antipartitico. Per questa ragione vennero osteggiati sia dal Partito Comunista d’Italia, nato a Livorno nel 1921, sia da quello socialista. Il primo perché voleva che le formazioni di resistenza al fascismo fossero legate al partito comunista e inglobate in esso, il secondo perché confidava, a torto, nella protezione delle forze di pubblica sicurezza, la regia guardia e i carabinieri. Trovarono appoggi solo da parte dell’Unione Sindacale Italiana e dall’Unione Anarchici Italiani.

Lenin ne aveva salutato la formazione con esultanza sulla Pravda, il quotidiano pubblicato dal 1912 a San Pietroburgo per iniziativa degli operai e ispirato appunto da Lenin stesso e che, dopo la Rivoluzione d’ottobre, divenne organo del Comitato centrale del Partito comunista. Lo stesso Gramsci in una riunione politica, anni dopo, più precisamente nel 1926, tuonò contro i suoi compagni di partito:

Quando nacquero gli Arditi del popolo (organismo di lotta antifascista) che intendevano opporsi militarmente all’avvento del fascismo, essi generarono entusiasmo tra i lavoratori ricevendo le adesioni di sempre più militanti socialisti e comunisti, oltre che di intere Camere del Lavoro. L’atteggiamento sprezzante della direzione del PCI, contro il parere dell’Internazionale, fu quello di minacciare l’espulsione di tutti i comunisti che avessero aderito a questi organismi. Bordiga si illudeva di poter fermare il fascismo solo con la forza organizzata del partito e delle proprie milizie. La sconfitta fu inevitabile…

Da soli, gli Arditi del Popolo affrontarono le squadracce fasciste a Viterbo e a Sarzana. A Ravenna uccisero sette fascisti e lo squadrista Balestrazzi a colpi di randello. A Parma si scontrarono con 10.000 tra camicie nere e squadristi agli ordini dei Ras Italo Balbo e Roberto Farinacci. Li vinsero, uccidendo 40 fascisti, e li costrinsero a lasciare la città. A Roma, per il Congresso Nazionale del partito fascista, 35.000 camicie nere capeggiate da Mussolini e spalleggiate dalle forze dell’ordine, subirono una devastante sconfitta e furono costrette alla ritirata. L’occhio benevolo di casa Savoia nei confronti di Mussolini e dei suoi collaboratori spinse però il Governo di Bonomi e la magistratura ad interventi pesanti contro gli Arditi del Popolo. Il Ministero degli Interni li definì “un’associazione per delinquere”.

Dopo la marcia su Roma del 1922, il fondatore Secondari cadde in un’imboscata e venne pestato tanto ferocemente dai fascisti che fu ridotto quasi in fin di vita. Arrestato, venne poi internato in un manicomio a Rieti. Denunce, delazioni e arresti decimarono questa struttura che chiuse i battenti proprio quell’anno. Già due anni prima erano stati sciolti gli Arditi come reparto d’assalto dell’esercito, per chiudere un nuovo possibile serbatoio per gruppi anti-governativi, dato che ormai erano considerati solo mine vaganti. La passione politica di molti di loro tuttavia non si spense e molti di coloro che fecero parte degli Arditi del Popolo li troveremo ancora attivi nel 1936, a fianco dei repubblicani e dei socialisti in Spagna, contro il golpe del caudillo Francisco Franco al grido di “Dal nulla sorgemmo”.