• Il dondolante sferragliare della littorina concilia il sonno del viaggiatore che da Siracusa vuole raggiungere Noto. Un sonno indotto e addolcito da uno dei panorami bucolici più rilassanti che la nostra nazione possa offrire. Dolci vallate tra aspre colline ricoperte di uliveti e agrumeti, affilate lame di luce stormiscono da quelle fronde argentate, ci feriscono la vista ma si fanno perdonare subito dopo con i profumi delle loro inflorescenze. Sembra il paradiso terrestre, l’Eden della Genesi, nessuno mai potrebbe credere che in siffatto contesto possa essere stata scritta la pagina più nefasta della storia d’Italia. A circa metà del viaggio si giunge a una stazioncina ormai in disuso: Cassibile. Nelle immediate vicinanze, 75 anni fa veniva firmato quello che paradossalmente viene definito armistizio tra il Regno d’Italia e gli alleati.

Un paradosso, appunto, perché quello non fu un armistizio bensì una resa senza condizioni. Una resa infame, dettata da calcoli politici e da vecchi e mai sopiti intendimenti con il nemico. Una capitolazione che gettava all’aria tre anni di guerra e la considerazione degli italiani verso se stessi e rispetto al resto del mondo. Una scelta che ancora oggi paghiamo. I lacci che ci impediscono di avere una politica estera, energetica e industriale autonoma sono figli di quella scellerata firma.

Un manifesto propagandistico della Repubblica Sociale Italiana all’indomani dell’armistizio

Sotto una tenda maleodorante in un uliveto siciliano, un generale in abiti civili, firma, con l’avvallo di un re traditore e di un capo di governo opportunista, la morte della Patria. Impossibile non maledire questa data, impossibile ascoltare l’ipocrisia di certi personaggi politici che non perdono occasione per esaltarla, impossibile continuare in questa pantomima. E’ giunto il momento di fare i conti con il nostro passato, perché il nostro futuro esige una memoria storica condivisa dove ricercare i veri colpevoli dello sfacelo attuale. Solo così potremo realmente pensare di ritornare ad essere un popolo, e una nazione, realmente liberi.

L’odierna e mai così degradata situazione politica, al netto di evidenti distinguo, è figlia dell’8 settembre. Proviamo per un momento a liberarci del mantra liberal-democratico che offusca la mente del popolo italiano da settant’anni a questa parte, e leggiamo l’articolo 23 del cosiddetto armistizio lungo:

Il governo italiano metterà a disposizione delle Nazioni Unite la valuta italiana che esse potranno richiedere. Il governo italiano ritirerà dalla circolazione e cambierà la valuta italiana, entro i periodi di tempo e alle condizioni che le Nazioni Unite potranno indicare, e tutto l’ammontare esistente in territorio italiano della valuta emessa dalle Nazioni Unite durate le operazioni militari o l’occupazione e consegnerà alla Nazioni stesse, senza alcuna spesa, la valuta ritirata. Il governo italiano prenderà quelle misure che potranno essere richieste dalle Nazioni Unite per il controllo delle banche e delle aziende situate in territorio italiano, per il controllo dei cambi e delle transazioni commerciali e finanziarie con l’estero e per la regolamentazione del commercio e della produzione; si uniformerà inoltre alle istruzioni emanate dalle Nazioni Unite relative a dette e analoghe materie.

Non ci sono forse incredibili somiglianze con le condizioni capestro che l’Unione Europea ci impone da anni? Non troviamo in queste righe la stessa arrogante superbia con cui le potenze occidentali hanno frustrato tutti i tentativi di affrancamento, economico e politico, che l’Italia ha intrapreso nella sua vita repubblicana? Da Enrico Mattei a tangentopoli, da Aldo Moro al Britannia, fino a (sic!) Berlusconi, lo zampino delle Nazioni Unite è ben visibile e facilmente rintracciabile.

La ciociara (1960)

Del resto, accettare con gioia certe imposizioni rendono nullo un popolo e molto più arrogante il suo padrone. Un padrone che non potrà mai avere considerazione di un servo così accomodante. “E’ penoso vedere come una parte degli italiani si siano augurati ed abbiano agito con tanta rabbia per la rovina della loro Patria” (da 8 settembre 1943 – Il tradimento, Piero Baroni).

Poi, lentamente rovesciandosi sulla schiena, si distese sul letto e aprì adagio adagio le gambe. Come fa l’orrenda aragosta in amore, quando apre lentamente la tenaglia delle branche guardando fisso il maschio con i piccoli occhi rotondi, neri e lucenti, e sta immota e minacciosa, così fece la ragazza aprendo lentamente la rosea e nera tenaglia delle carni, e rimase così, guardando fisso gli spettatori. Un profondo silenzio regnava nella stanza. «She is a virgin. You can touch. Put your finger inside. Only one finger. Try a bit. Don’t be afraid. She doesn’t bite. She is a virgin. A real virgin».

Questo stralcio de La pelle di Curzio Malaparte ha sempre suscitato grande angoscia in chi scrive e, sin dall’età dell’adolescenza, è rimasto come immagine plastica della violenza e del sadismo che il popolo italiano ha dovuto subire per pagare la sua liberazione. E’ l’immagine che rappresenta al meglio le marocchinate, i bombardamenti indiscriminati, l’urbanizzazione selvaggia, l’inquinamento derivante da un’industrializzazione pazza e senza costrutto, la strategia della tensione, la recrudescenza mafiosa, l’imposizione di scelte politiche ed economiche, insomma, l’immagine dello stupro della nostra dignità nazionale.

Napoli, un piccolo sciuscià lustra le scarpe di un soldato americano

Quest’ultima, proprio in questi giorni ha subito l’ennesimo colpo. L’incapacità della Lega di affrontare determinate sfide; l’inconsistenza ideologica e umana del “movimento” e la proverbiale sete di potere dei nipoti di Togliatti hanno steso sul piatto della storia l’ennesima farsa all’italiana, la milionesima replica di quel tradimento primigenio che, per ironia della sorte, è stata celebrata nello stesso giorno della firma dell’armistizio corto. Un lungo, lunghissimo filo grigio lega il 3 settembre 1943 con il 3 settembre appena trascorso: in entrambi i casi l’oggetto del contendere è stata la nostra libertà di Nazione, il nostro orgoglio di popolo che sceglie autonomamente il suo destino, la nostra dignità di comunità “organica”. In entrambi i casi, è ora di capirlo, abbiamo perso tutte e tre le cose. Per quanto, ancora, continueremo a essere ciechi di fronte a tale sfacelo; per quanto, ancora, danzeremo sulle note del nemico?

Tu mi mostri amabilmente i bianchi dentini, i tuoi occhi malvagi balzano contro di me da ciuffetti ricciuti! Questa è una danza di salti sopra fossi e siepi: io sono il cacciatore, – vuoi essere il mio cane o il mio camoscio?

Il bivio posto da Nietzsche assilli il nostro sonno, riempia il vuoto delle nostre menti, rinverdisca il nostro orgoglio. Meglio camosci che cani.