Quando si dice che la violenza chiama solo violenza non può intendersi in modo più adeguato rispetto a questo caso. Rodney King, tassista afroamericano, corre un po’ troppo per i gusti di Koon, Powell, Wind e Briseno, quattro agenti di polizia. Quello che si sarebbe dovuto risolvere come una multa per eccesso di velocità si è trasformato in un pestaggio, e per di più, a sfondo razziale. Terribile, ma non sorprende poi così tanto, vero?  Sono passati solamente poco più di vent’anni, e non si può certo sostenere che i soprusi da parte di alcuni appartenenti alle forze dell’ordine siano cessati. Era il 3 marzo 1991, quando George Holliday con la sua telecamera riprendeva un uomo sbattuto fuori dalla sua auto e pestato a sangue fino ad essere quasi immobilizzato dalle botte, a quanto pare le manette non bastavano.  Chissà magari è un metodo autorizzato quello di gonfiare di botte chi fa più ‘resistenza’ del dovuto, almeno per quello che sostengono nella maggior parte dei casi gli autori dei soprusi.

Rodney King se l’è cavata, altri invece no, e qui in Italia mi riferisco ad Aldrovandi, Rasman o Cucchi. Frustrazione, indole violenta, ‘rabbia giustificata’ come alcuni la definiscono, magari eccessive reazioni a delle provocazioni o razzismo sono alcuni dei motivi per cui presumibilmente alcuni agenti si scagliano con violenza contro determinati soggetti. A seguito di episodi di questo genere non si contano più ormai le false testimonianze, i depistaggi delle indagini, l’occultamento di prove. Rimane difficile da pensare che la punizione per abusi simili e per questo tipo di omicidio ‘colposo’, si confini a sei mesi di reclusione. Quel 3 marzo però i quattro agenti americani suscitarono una reazione al di fuori di ogni previsione, nonostante King fosse ancora in vita. In quel caso la prova ci stava, non si poteva occultare o inventare strane storie su come King si fosse procurato lividi e lesioni. Il video di Holliday venne divulgato attraverso i maggiori network televisivi e quando, il 29 aprile dell’anno seguente, gli agenti furono prosciolti dalle accuse di aggressione e tre di loro anche dall’accusa di uso eccessivo della forza, tutto ebbe inizio. Se si unisce la diffidenza di alcune zone nei confronti della polizia di una città come LA e lo sfondo razziale del pestaggio si ottiene la reazione della comunità afroamericana, trecento dimostranti davanti al tribunale contro l’assoluzione e un diffondersi di rabbia condivisa per cui le strade di South LA furono velocemente riempite di manifestanti.
La manifestazione si rivelò tutt’altro che pacifica, e non avendo il capo della polizia  fatto intervenire immediatamente le forze dell’ordine il caos riempì la città.

Fiamme, spari, risse, saccheggi e atti di criminalità sono il risultato di un troppo avventato sopruso, e il caos diede modo a criminali di operare indisturbati, a prescindere dalla protesta per King. Guardando video e immagini sembra quasi di osservare un territorio di guerra: colonne di fumo che impedivano addirittura le attività aeroportuali di decollo e atterraggio degli aerei, si calcolano circa 3.600 incendi, 1.100 edifici distrutti, 54 vittime e più di 2000 feriti. Le violenze all’inizio furono rivolte verso i bianchi, ma anche verso i coreani che venivano considerati prevenuti nei confronti degli afroamericani. La brutalità della sommossa mise del tutto in secondo piano la causa appartenente alla comunità nera, e mentre in una sommossa simile a Watts nel 1965 alcuni neri furono uccisi da poliziotti, qui le vittime vennero assassinate da stessi appartenenti alla comunità afroamericana e ispanica. Per sedare la rivolta in totale vennero dispiegati circa 13.500 uomini. Non sempre i soprusi sono finiti nel dimenticatoio e certe azioni scatenano rabbia e diffidenza negli individui. La collaborazione tra cittadini e forze dell’ordine è fondamentale per una civiltà che non sia in regime di paura e senso dell’abbandono, ma se la collaborazione manca le conseguenze possono essere molto gravi.