Riguardo la nascita della causia, per quel che è noto a storici ed archeologi, vi sono ancora dibattiti e studi in corso, alcuni propensi a confermarne una origine europea, altri a individuarne le radici in Oriente. Neppure le fonti antiche riescono a dipanare i dubbi che i contemporanei si sono posti, pur offrendo soluzioni narrative facilmente appurabili. Nel sempre utile Greek-English Lexicon, pubblicato dai grecisti Henry George Liddell e Robert Scott nel 1843, troviamo una buona raccolta di tutti i riferimenti basilari riguardanti il discusso berretto, fra cui Polibio, Plutarco, Erodiano ed Arriano. Altro materiale fondamentale per lo studio è il lavoro della Prof.ssa Anna Maria Prestianni Giallombardo: “Recenti testimonianze iconografiche sulla kausia in Macedonia e la datazione del fregio della caccia della II tomba reale di Verghina”, imprescindibile per la comprensione dell’arte funeraria di alta committenza macedone.

È forte opinione comune, suffragata dalle inattendibili fonti, quella che vedrebbe la causia come un indumento di origine europea, più precisamente macedone e utilizzato da sempre nelle zone limitrofe. Nel testo “A companion to Ancient Macedonia” dei Professori Joseph Roisman e Ian Worthington, si spiega come i persiani, riferendosi ai greci, utilizzassero due formule ben distinte: da una parte avevamo gli Ioni – Yauna – vicini al Mare Egeo, in riferimento ai popoli greci della satrapia di Lidia, dall’altra gli Yauna “che indossano scudi sul capo” – takabara –. Questa distinzione Potrebbe indicare una presenza della causia nella Grecia continentale fin da tempi ben anteriori a quelli alessandrini. Ma non volendoci arrendere a speculazioni, per quanto siano intriganti, possiamo ipotizzare che i persiani si riferissero ad un altro copricapo dalla forma simile alla causia, ovvero al famoso petasos – πέτασος – un cappello a falda larga usato da molti popoli greci e anche dagli etruschi, particolarmente utile per coprirsi dal sole e dalla pioggia.

Affresco dalla Villa di Meleagro a Pompei, databile al 50-40 e.v. raffigurante la scena di riposo dopo la caccia al cinghiale calidonio. Meleagro è seduto ed osserva Atalanta. Sulla destra si notano due zii di Meleagro in posa dubbiosa. Atalanta ed uno dei parenti dell’eroe indossano copricapi: lei un petasos, lui una causia dotata di allacciatura. Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Oltre ad essere il copricapo alato di Hermes, la nota sagoma di questo cappello popolare ispirerà con il tempo gli elmi a tesa larga della cavalleria prima ateniese e poi macedone. L’etimologia della parola καυσία potrebbe trarre le sue origini dal verbo καίω – bruciare, ardere, accendere –, mentre il sostantivo maschile καύσων sta per vampata, ardore, spingendoci a pensare che il berretto potesse avere come scopo originario quello di tenere caldo e coprire bene la testa. Quali sono dunque altre informazioni capaci di confermare la nascita della causia in Europa? Nel dettagliato lavoro del compianto Prof. Ernst FredricksmeyerAlexander the Great and the Macedonian kausia” si indica, riprendendo un passo di Eratostene di Cirene, come Alessandro Magno, conquistato il regno che fu degli Achemenidi, anziché indossare unicamente indumenti persiani, decise di unire più capi d’abbigliamento insieme, andando a proporre nuove soluzioni formali e simboliche che potessero conciliare le necessità di presentarsi come un sovrano sincretico ed universale, capace di intrecciare elementi tradizionali macedoni con aspetti dei territori assoggettati. Fra questi, avremmo certamente trovato anche la causia.

Riprendendo il Greek-English Lexicon, notiamo come Polibio – Storie – Plutarco – Vita di Antonio – e Arriano – Anabasi di Alessandro –, identificano nella causia rossa, frangiata e dotata di diadema bianco alla base, uno dei preziosi fondamentali delle regalie macedoni già da prima di Alessandro Magno, divenendo poi con l’ellenizzazione un cappello di vasto uso fra tutte le classi sociali. Le differenziazioni erano prettamente legate a variazioni dell’ampiezza, del materiale – feltro, lana o cuoio – e del colore, il quale era, ipoteticamente, un rapido indicatore dello status dell’indossante.Ad avvalorare la tesi della causia regale, torna in soccorso il testo di Fredricksmeyer. Riprendendo Eustazio di Tessalonica – commentari all’Odissea – che a sua volta cita Pausania il Periegeta, viene ribadito che la causia rossa e diademata – diadematophoros – era in uso prima delle campagne orientali di Alessandro.

Particolare dell’affresco della tomba di Agios Athanasios presso Tessalonica raffigurante una processione di soldati macedoni. I primi tre militi e il terz’ultimo indossano causie del tutto simili al pakol orientale. I due soldati centrali indossano elmi di tipo frigio con pennacchi. Ultimo quarto del IV secolo a.e.v.

Secondo Plutarco la causia, la clamide e gli stivali krepides erano i vestiti caratteristici indossati da tutti i sovrani macedoni. Anche Erodiano – Storia dell’impero dopo Marco Aurelio – conferma la narrazione della causia con diadema, riuscendo a fornirci qualche dettaglio aggiuntivo. Parlando della vita di Caracalla, viene raccontato come l’imperatore romano fosse talmente ossessionato dal desiderio di emulare il sovrano macedone, fino al punto di indossare sia la causia che gli stivali tipici di Alessandro, in modo del tutto indecoroso. Ma perché definire queste fonti, tutte più o meno concordi, non attendibili? La risposta è da ricercare in una mancanza di dati archeologici e artistici concreti alla mano. Le uniche raffigurazioni della causia sono o coeve o posteriori ad Alessandro Magno, inclusi i meravigliosi affreschi della tomba macedone ritrovati presso Agios Athanasios, risalenti quasi certamente all’ultimo quarto del IV secolo. Nel Miles gloriosus, celebre commedia di Tito Maccio Plauto, si fa riferimento ad una “causeam…ferrugineam” ovvero un berretto scuro, dal colore rugginoso o, più correttamente, capace di ombreggiare e di riparare dalla luce chiunque lo indossasse. Il riferimento alla causia è palese, poiché all’epoca – fra il III e il II secolo a.e.v. – era un copricapo d’uso comune nel bacino Mediterraneo.

Particolari dell’affresco della tomba di Agios Athanasios presso Tessalonica raffiguranti due soldati macedoni con clamide, sarissa – lunga lancia usata dalle falangi – e causia. I due copricapi sono lievemente differenti l’uno dall’altro: quello di sinistra è più ampio e piatto, mentre quello di destra è più spesso ed alto, rassomigliando alla versione orientale pervenutaci. Ultimo quarto del IV secolo a.e.v.

I reperti fittili, numismatici e statuari pervenutici sono tutti risalenti all’epoca ellenistico-romana, inoltre le fonti letterarie, come detto precedentemente, risultano poco credibili proprio per la tarda menzione che fanno del berretto. Sorge spontaneo un dubbio: la causia potrebbe essere stata adottata in Oriente da Alessandro e i suoi e solo successivamente importata in Occidente? Questa è la domanda che si pone la Prof.ssa Bonnie M. Kingsley con il suo “The Cap That Survived Alexander” in cui viene teorizzata l’origine asiatica della causia, in contrapposizione alle fonti antiche e a chi le avvalora. La sostanziale assenza iconografica della vera e propria causia negli anni precedenti all’avventura orientale di Alessandro, spingerebbero a dar merito a queste ipotesi, tuttavia, come fa presente Fredricksmeyer, sarebbe stato troppo complicato adottare l’indumento, renderlo velocemente popolare e commerciabile in occidente. L’origine rimane dunque ancora poco chiara, ciononostante è storicamente accertata una familiarità fra la causia e la civiltà ellenistico-romana.

Dettaglio di un grande affresco proveniente dalla Villa di Publio Fannio Sinistore a Boscoreale, databile fra il 60 ed il 30 a.e.v. ritraente due figure stanti. Secondo una prima ipotesi si tratterebbe di due donne esponenti della dinastia antigonide (forse Fila e Stratonice). Altre teorie le vorrebbero allegorie geografiche: la figura a sinistra, con causia, sarissa e grande scudo con stella di Verghina al centro, sarebbe la Macedonia, mentre la figura a destra con veste leggera e simil turbante sul capo, rappresenterebbe la Siria. Secondo una più recente teoria, la figura con causia altri non sarebbe che Antigono II Gonata in compagnia della madre Fila. Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Nella forma regale era composta da un largo berretto e da un diadema più o meno spesso alla base. Secondo le possibili ricostruzioni, pare che la causia sia l’unica delle regalie macedoni ad avere una origine ben più vasta se confrontata con l’area geografica europea; è plausibile pensare che fosse un cappello utilizzato non solo in occidente, ma comparso a livello artistico in Europa solo dagli anni Venti del 300 a.e.v. Ad ogni modo, parlare di origini genericamente persiane o esclusivamente regali dell’indumento, risulterebbe esagerato se non sbagliato. Molti sovrani ellenistici, precisamente dei regni greco-battriano e indo-greco, si fecero spesso raffigurare con la causia, immettendosi all’interno di un filone iconografico riuscito perfettamente ad amalgamare gusti e stilemi di due culture grandemente distanti.

Calco in gesso di una testa marmorea raffigurante Eutidemo I, re del Regno greco-battriano dalla seconda metà del III secolo a.e.v. fino al 195 a.e.v. Il viso estremamente realistico, coperto e solcato da numerose e profonde rughe, rientra in un registro stilistico che ha caratterizzato a lungo l’ellenismo. L’anziano sovrano greco, originario dell’Asia Minore, indossa un largo copricapo che, per forma e aspetto, viene identificato come una causia. Il calco è oggi conservato presso la Gipsoteca dell’Università di Roma La Sapienza, mentre l’originale fa parte della collezione privata di Villa Albani in Roma

Se da una parte l’arte Gandhara rappresenterà lo zenit qualitativo delle fusioni fra greci e indiani, l’uso della causia nei secoli precedenti a questa svolta sarà visto come la riconferma di una vicinanza culturale al lascito dell’ellenismo, senza scordare un necessario avvicinamento agli usi e tradizioni delle popolazioni locali. Da Demetrio I Poliorcete, passando per Eutidemo I di Bactria, Antimaco I fino ad Apollodoto I, tutti i sovrani di cultura greca con potere o influenza in Oriente avranno la necessità di farsi rappresentare, quasi fosse un pro forma, con la causia sul capo. Ciononostante, come si ha già avuto modo di vedere, il berretto trovò favore ben oltre le classi dirigenti e militari, dando adito alla teoria che vorrebbe il copricapo originariamente appartenuto ad alcuni popoli autoctoni.

Moneta d’argento di Antimaco I, re del regno indo-greco dal 171 al 160 a.e.v. Il sovrano è raffigurato con indosso la causia regale (dotata di frange che scendono sulla nuca). Sul rovescio troviamo Poseidone con tridente, fronda di palma e la legenda in greco: “ΒΑΣΙΛΕΩΣ ΘΕΟΥ ΑΝΤΙΜΑΧΟΥ” ovvero “Del Re-Dio Antimaco”

Non potendo confermare la totale veridicità della teoria firmata Kingsley, possiamo invece affidarci alle intuizioni che vorrebbero l’odierno pakol – detto anche cappello Chitrali – o come una prosecuzione della causia macedone, o come un berretto locale adottato con successo. Nel testo “Ventures into Greek History” del già noto Prof. Ian Worthington e di N. G. L. Hammond, viene fatta esplicita menzione del pakol, indicandolo come un berretto sopravvissuto a più di duemila anni di stravolgimenti politici e pertanto, possibile discendente della causia, se non altro per via delle incredibili somiglianze. Gli abitanti del Nuristan, un’area dell’Afghanistan settentrionale etnicamente legata ai Kalash, antico popolo politeista indoario, hanno rivendicato più volte la paternità del pakol, tuttavia ciò non li rende discendenti diretti delle falangi macedoni. La produzione di vino e l’ancora – seppur sommessa – presenza di un pantheon preislamico, confermerebbero però un contatto culturale da tenere in notevole considerazione. Altra rivendicazione della paternità del berretto è avanzata dal distretto del Chitral in Pakistan.

Statuetta calcarea del I secolo a.e.v. proveniente dal santuario cipriota di Golgoi-Ayios Photios, raffigurante un giovane con causia e ciotola. Metropolitan Museum of Art di New York

E mentre in Occidente si perdeva traccia della causia, in futuro favore dei copricapi in voga fra i primi pensatori dell’umanesimo e dei baschi ad uso sia civile che militare di epoca moderna e contemporanea, in Oriente non si smise mai di usare una versione del berretto che, agli occhi di un comune occidentale del ventunesimo secolo, non ha davvero nulla di lampantemente differente da quella di epoca ellenistica. Vera e propria archeologia viva. Il viaggiatore e scrittore Bruce Chatwin e l’accademico Peter Levi, partiti assieme nel 1970 per un viaggio nelle terre dei regni ellenistici orientali fra il III e il II secolo a.e.v., si sbalordirono nel constatare la somiglianza fra l’antico berretto e il cappello in lana caprina delle popolazioni afghane, tanto da identificare nei grandi copricapi rinascimentali italiani le evoluzioni della causia, pur differenziando il moderno successore europeo dal maggiormente immutato pakol.

Il Comandante Massoud assieme ad alcuni dei suoi Miliziani

Fu tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli Ottanta del novecento che il pakol, già definito da qualche anglosassone di passaggio come “cappello crostata” o “pancake”, tornò ad una dimensione di nobiltà e importanza che non conosceva da tempo. Con l’invasione dell’Afghanistan da parte delle truppe sovietiche nel 1979, il partito islamico Jamayat-E-Islami si organizzò per far fronte a quella che sarà una guerra decennale, all’interno di un quadro di guerra civile tutt’ora in corso. Nel 1983 venne composta una branca del Jamayat-E-Islami chiamata Shura-e Nezar. Questa era formata da mujaheddin provenienti dalla Valle del Panjshir, già dominio dei regni post alessandrini. Questa unione di comandi armati venne guidata dal celebre militare e politico Ahmad Shah Massoud, il leone del Panjshir. Indossando e passandone l’uso come berretto d’ordinanza alle sue milizie, rivitalizzò il pakol, rendendo il copricapo emblema dei Tagiki, gruppo etnico di forte peso all’interno delle fila del Jamayat-E-Islami e di cui Massoud faceva parte.

Considerata una certa mala propaganda su chi usa e ha usato il pakol nei contesti bellici, all’attenzione di molti occidentali la “causia” orientale è divenuta sinonimo di fanatismo religioso, settarismo e terrorismo, ma non si tratta che di facili e improduttive strumentalizzazioni. In qualità di occidentali dovremmo iniziare ad incentivare e caldeggiare un processo di approfondito studio storico-archeologico e riutilizzo del berretto in Europa. Quanti e quali sono gli aspetti formali correnti che riescono ad unire sotto un’unica dimensione sia l’Occidente che l’Oriente? La causia-pakol rappresenta bene uno di questi: un berretto sopravvissuto e perdurato alle asprezze dei cambiamenti storici, politici e religiosi; Dall’Hindu Kush alle coste del Mediterraneo, un comune linguaggio visivo.