“Amo correre, è una cosa che puoi fare contando sulle tue sole forze. Sui tuoi piedi e sul coraggio dei tuoi polmoni”, (Jesse Owens)

Ci troviamo a Berlino, Olympiastadion, 110 mila voci tedesche sugli spalti e un’atmosfera surreale. I piedi e i polmoni non bastarono ad Owens per qualificarsi alle finale del salto in lungo, fu infatti il prezioso consiglio del suo “antagonista” Luz Long che gli garantì quella bandierina bianca alzata e gli 8,06 metri segnati sul tabellone. Medaglia d’oro. Sotto una bandiera che ha in comune con lui solo il colore della svastica, l’atleta dell’Alabama “strappa” il suo terzo oro proprio all’ariano, il biondo Long.

La presenza dell’Antilope d’ebano sul gradino più alto del podio fu il completo sconvolgimento di quel progetto di propaganda della superiorità della razza ariana che aveva reso orgoglioso Adolf Hitler fino a quel momento. Niente di speciale diremmo noi al giorno d’oggi, dato il fatto che l’odierno campione mondiale di atletica è nero esattamente come Owens, ma per i tempi che correvano quello fu davvero un duro colpo inflitto ai nazisti. Finalmente un uomo era riuscito a sfaldare quell’assurdo mito della razza ariana: il più veloce del mondo non era un uomo alto e biondo ma un uomo nero e con gli occhi grandi e intensi. La sua vittoria infatti rappresentò la vittoria di uno “straniero” in casa della “razza pura” per eccellenza, ma non solo: Owens si guadagnò l’ammirazione e i complimenti di tutti i tedeschi presenti allo stadio e, cosa più importante e affascinante, conquistò l’amicizia di un uomo che fin dal primo momento lo aveva trattato come un suo pari, mettendo da parte la nazionalità e il colore della pelle, un’amicizia iniziata su una pista di atletica e sancita da una stretta di mano ed un abbraccio (censurato dal regime nazista) e destinata a terminare solo con la morte di Long sul campo di battaglia.

Leggenda vuole che Hitler, a differenza del suo atleta, si rifiutò di salutare e congratularsi con il nuovo campione, ma che anzi abbandonò il palazzetto poco prima della premiazione perché “impegnato in altre cose”. Forse era troppo arrabbiato perché l’inno della sua Germania non sarebbe stato cantato per primo o perché pieno di invidia avrebbe voluto che Owens avesse alzato il braccio destro teso in segno di rispetto nei suoi confronti? Niente di tutto ciò, secondo l’atleta. Scrive infatti nella sua autobiografia, “Jesse Owens Story”, che non solo il Fuhrer era presente durante la premiazione, ma che lo salutò con un cenno della mano quando i loro sguardi si incrociarono davanti alla tribuna d’onore.

Secondo le dichiarazioni dello statunitense fu invece lo stesso presidente americano Franklin Roosvelt a non volerlo ricevere al suo rientro in patria e che nonostante lui fosse stato l’eroe indiscusso dell’evento mondiale, la federazione statunitense proclamò come miglior atleta del paese Glenn Morris. Uno sciocco atteggiamento da parte del presidente, soprattutto dopo il tentativo attuato da Spagna e Stati Uniti di voler boicottare i giochi olimpici a dispetto dei tedeschi, ma soprattutto la vergogna di voler festeggiare il proprio campione nero per paura di poter perdere la maggioranza dei voti alle elezioni.

Ciò nonostante, dopo pochi giorni dall’oro del salto in lungo, Owens stracciò nuovamente gli altri atleti anche nella staffetta 4×100, guadagnando la sua quarta medaglia oro in una sola olimpiade. In ricordo di lui e del suo talento, dal 1984 una strada di Berlino porta il suo nome.

Possiamo cogliere da questa storia un prezioso insegnamento, la passione degli uomini può equivalersi senza differenze di religione, colore della pelle o di lingua e che ogni uomo debba seguire la propria strada senza il timore di essere giudicato male da un altro.