Era il 1999 l’anno in cui Umberto Galimberti, nel concludere il saggio “Psiche e Techne”, scriveva –Occorre evitare che l’età della tecnica segni quel punto assolutamente nuovo nella storia, e forse irreversibile, dove la domanda non è più “ Che cosa possiamo fare noi con la tecnica ? Ma che cosa la tecnica può fare di noi? -Esattamente quindici anni dopo, una volta compiuto il fatidico passo fra le braccia dell’era tenicologica la domanda più appropriata da porsi è “ Che cosa la tecnica ha lasciato di umano nell’uomo?”

Risposta: non più occhi, né mani, né orecchie, né bocca. Uomini spogliati di umanità: ciò che siamo. Mentre la macchina prende le sembianze umane, l’uomo si priva della propria umanità per rassomigliare ad una macchina. Perchè l’individuo moderno, seppur cerchi di ignorarlo, lentamente viene denudato di ogni capacità percettiva, cognitiva ed intellettiva. Ed è proprio quest’estrema e disperata denaturalizzazione dell’indole umana, che potenzia lo stato, oramai dilagante, di malessere, in quanto non porta ad altro che ad una destabilizzazione totale degli equilibri naturali. L’uomo si allonta da sé, dagli altri e dalla vita, delegando tutto ciò alla tecnologia, da quando quest’ultima non è più percepita come qualcosa di inanimato, ma come qualcosa d’indispensabile per “Esserci nel mondo”.

La fase tecnologica del capitalismo ha raggiunto, dunque, l’apice della realizzazione, sostituendo la tecnica a tutte le attività dell’uomo. La tecnologia, è, difatti, fuoriuscita dai confini dell’industria e del mondo lavorativo per investire qualunque ambito della vita moderna, delegando non solo la fatica lavorativa alla macchina ma anche l’emozione, il sentimento, ed ogni altra manifestazione vitale propria dell’uomo. Da mero strumento produttivo, la macchina si è personificata, ad immagine e somiglianza dell’uomo stesso. L’automobile, ad esempio, nelle innumerevoli pubblicità, da mezzo di trasporto si trasforma sia in oggetto d’amore, sia nello strumento attraverso cui amare. Questa è così amante e cuore pulsante. La tecnica, però,  non si limita a questo, bensì  nell’era della rincorsa spasmodica al desiderio, questa offre un potenziamento, innaturale, del godimento rapido ed indolore, ossia senza un reale coinvolgimento interiore ed emotivo. La tecnologia, dunque, non media, ma crea un contatto immediato e diretto con il piacere, in quanto riduce sensibilmente lo spazio ed il tempo, che da sempre sono cause di impedimento o di rallentamento della soddisfazione al piacere. Ma la vera contraddizione è che l’uomo è il creatore stesso della macchina da cui, oramai è sottomesso, in un assoluto ribaltamento dei ruoli. E proprio perchè è creatore, l’uomo ritiene d’essere ancora in una posizione di superiorità e di controllo, ignorando volontariamente, o per lo meno sottovalutando, i poteri di influenza e di dipendenza dell’oggetto tecnologico.

Il fine ultimo di tale sopraffazione tecnologica è più che semplice: depauperare l’uomo delle capacità umane per facilitare la sottomissione alle logiche capitalistiche. Difatti se ad ogni schiavismo segue, o per lo meno si aspira, ad una ribellione, perchè, al contrario, vi è assuefazione nei confronti della dittatura tecnologico-capitalista? Uno dei tanti motivi di tale passiva accettazione è l’allettante promessa di eliminare qualunque fatica ed assicurare un’esistenza comoda, protetta, facile e di piaceri immediati. Massimo risultato con il minimo dello sforzo. La sottomissione alla frusta del capitale è assicurata anche dal sentimento di paura generato dal rapporto dell’uomo con la tecnologia, che dilaga sotto varie forme: si teme un distacco, seppur brevissimo, dall’oggetto tecnologico, oramai alter ego ed ombra dell’uomo moderno; si teme il contatto diretto con il mondo, senza il filtro della macchina; e si teme se stessi, poiché totalmente ammaestrati d’essere accompagnati, distratti ed assordati da qualunque strumento tecnologico. Ma le sensazione di malessere e di paura continua, se percepiti nella giusta maniera, possono diventare segnali del nostro corpo e del nostro spirito per cominciare a ribellarsi dinanzi allo sterminio d’anime operato dal capitalismo, il quale non dev’essere concepito come una catastrofe naturale, dalla quale non potersi difendere, bensì come una malattia da debellare, condicio sine qua non per restare in vita, restando umani. Prendendo la giusta distanza, innanzitutto, dall’intelligenza binaria della tecnologia, che impone un pensiero prettamente calcolatore ed utilitaristico: ad un problema segue una soluzione, circoscrivendo così il pensiero alla mera logica binaria del “si” o “no” . Uscire dunque dal “binario” tecnico-capitalista per ritrovare e riscoprire la critica, la divergenza, l’analisi, il pensiero. E ricominciando, inoltre, dall’imperativo espresso dallo stesso significato etimologico del termine tecnica “techne”, “hexis nou ” che, in un tragico paradosso odierno, si traduce: essere padrone e disporre della propria mente.