Vecchio. Vintage. Retrò. Tutti aggettivi che stanno riscoprendo una nuova età, una nuova forma di giovinezza. La musica, lo spettacolo di intrattenimento, il cinema non smettono mai di rinnovarsi. Ma innovazione non è solo progresso. È attualmente anche riscoperta. Vuol dire riqualificare, adattare e rivitalizzare, tutto quello che era destinato a scomparire. In questo primo decennio di crisi del XXI secolo, anni duri e sofferti, grigi e sconvolgenti, nella cultura si assiste ad un nuovo bagno nei colori, e nella fantasia spingendo per avanzare, ma pur sempre con uno sguardo “retroattivo”. È come se per non guardare alla realtà, misera e quotidiana, ci rifugiassimo nei sogni e nella voglia di ricrearci il mondo immaginifico del passato. Dove le illusioni e il piacere di saper vivere siano tangibili e concreti. Ed ecco che magicamente ci ritroviamo in una nuova e piacevole “belle epoque”. In pieno 2012, veniamo catapultati indietro negli anni, sul finir dell’800. Quando sulla vecchia Europa venne espresso un sipario illusorio tra pace e benessere da una parte, e i prodromi del primo conflitto mondiale dall’altra. Così oggigiorno tutto ci appare buio e tempestoso. Lì fuori, come nelle più cupe rappresentazioni dello Sturm und Drang, complice la crisi economica, la politica, la tecnologia e il suo mondo esclusivo, non riusciamo più a vedere un metro oltre la punta del nostro naso. No future, no future for you avevano gridato i Sex pistols nel “così lontano” 1977. Ma un ancora di salvezza ci viene fatta calare. Potrebbero essercene centinaia. Tra queste “ la riscoperta del passato” e il saper riassaporare quella joie de vivre, i cui contorni ci appaiono cosi distanti.

Ed ecco che nei locali gli arredamenti e il colpo d’occhio ha il sapore di antiche soffitte polverose. Il gusto per il “retrò” impazza. Tra gli spettacoli esplode il burlesque. Protagonista la donna. Intimi merlettati e champagne a go-go, costumi ancor più succinti, per la gioia del pubblico, ne enfatizzano la fisicità. Spettacoli che rispecchiano una “golden age” anni ’30-’40, il cui intento era una satira pungente contro la classe dirigente, con contorno di sovversiva ironia.

Per non parlare della settima arte. Il cinema e la sua nuova seconda vita. La retromania vi ha appena bagnato le sue labbra anche in questa “enfance de l’art”, come la descriveva Jean-Luc Godard. Ne è un esempio il pluri-premiato The Artist e la magnifica interpretazione di Jean Dujardin. Hollywood ha ricominciato ad apprezzare il neorealismo. Di cui noi italiani, in teoria, saremmo maestri. Il cinema è l’opera di un cineasta e la retromania, or dunque, la fa da padrona. Mania, per i Romani, era la dea degli spiriti e dei fantasmi che perseguitavano i vivi. Per i Greci, rappresentava la follia. Oggi, in questo primo decennio del XXI secolo, mania è sinonimo di “ritorno”, è il contemporaneo che si rispecchia nel passato e nelle sue vecchie glorie. Il gusto del vintage e la nostalgia per i vecchi capolavori, sono le due principali paroline magiche. Tutto senza mai distaccare lo sguardo dalla realtà, semmai immergendoci in una ironia disinvolta. Il post-modernismo fa vecchio gioco.

Chi lo ha capito per primo, sono le chitarre e le batterie di numerosi gruppi musicali. Ma soprattutto la preveggenza di numerose major discografiche. Alcuni esempi? Ascoltatevi Jack White, The Black Keys, Lana Del Rey e l’ultima novità Adele. Così vengono accesi i vecchi suoni caldi degli amplificatori valvolari, le puntine dei giradischi tornano a stridere lungo i solchi marcati dei vinili. La cultura pop si ricicla nel suo passato per reinventarsi un futuro. Dagli studi di registrazione si passa al più infantile fai da te. Ci si guarda intorno e si riutilizza quello che si ha in casa. Anche le pentole da cucina. Il materiale analogico reclama nuovamente la sua parte, sia per il suo calore che per il suo carattere inconfondibile.

Nei musei troneggiano, sempre più, chitarre storiche, microfoni distrutti e 33 giri, testimoni di grandiosi momenti di storia. Band separate da anni, si riformano (Pixies, My Bloody Valentine) per una seconda giovinezza. Anche a cinquant’anni suonati. Non mancano ovviamente gli scopi lucrativi della legge ferrea del mercato.

In tutto ciò, lo sguardo che si incanta sui dischi, ha il sapore del già vissuto, ma anche di un istante che finalmente dedichiamo a “noi stessi”.  Una dimensione visiva che si aggiunge a quella sonora e che ci regala la magia dell’estemporaneità. Finchè un leggero gracchiare e una vibrazione ci riporta duramente al muro della realtà ma per quei tre minuti e mezzo, quei pochi istanti, ci siamo regalati quel non so che di respiro che significa la vita. La riscoperta del vinile.

Se ieri la comunicazione era viva e intellegibile, trasversale, oggi è confusa e spenta. Lugubre e dirigistica. Guardare in soffitta ed in cantina non è reato. Essere adepti al vintage è un sorriso rivolto al passato e una speranza-utopia al futuro. C’è chi ne fa un business. Non poteva mancare la fatidica application per Iphone. Ad esempio Instagram che da quel non so cosa di retro ad una fotografia catturata con lo smartphone di ultima generazione. Programma comprato da Facebook per circa un milione di dollari. Ma c’è anche chi imbevuto di nostalgia, si è rimboccato le maniche e con uno start-up da quattro soldi, ha rilanciato la produzione della Polaroid. Icona warholiana degli anni ’60. C’è chi ancora rimpiange e aspetta con ansia la nuova vita della Kodak.

Tutto ha il piacevole sapore della riscoperta. Tutto porta ad una visione d’insieme empatica. Uniti si può affrontare l’amarezza della realtà. Insieme si può evitare di perdersi. Anche se questa moderna Belle Epoque svanirà, come una bolla di sapone e una delle tante e banali “mode” di passaggio, la realtà ci sembrerà leggermente meno amara. Un cucchiaino di zucchero in un mare salato sterminato. Una ambiguità situata tra realtà storica e sentimenti di nostalgia cullati dall’illusione che ritrovare il tempo passato e la sua memoria ci restituiscano quell’identità perduta probabilmente per sempre.